Collaboratore Scientifico dell’Osservatorio dei Processi Comunicativi, fa parte del Comitato Editoriale della rivista elettronica M@GM@. Membro della Commissione Scientifica AICE/ICEC, Direttore Scientifico “Ambiente e Società” e Membro del Comitato di Collegamento di Cattolici per una Civiltà dell’Amore.
Abstract
Il presente contributo intende proporre un approccio “qualitativo”, sistemico e olistico per indagare il rapporto tra identità e confini nelle società contemporanee, ipotizzando un modello teorico ispirato alle dinamiche caotiche e ai sistemi complessi, tracciando una possibile metodologia ibrida, integrativa della parte qualitativa (oggetto del presente lavoro), con una parte quantitativa, già pubblicata, e di cui si dirà appresso. Qualora tale integrazione – tipica dei recenti orientamenti all’analisi multidimensionale dei dati – venisse adottata in una futura e più ampia ricerca multidisciplinare, essa potrebbe essere condotta attraverso studio di casi, comparazione storica, analisi semantica di contenuti social-media, analisi letteraria, etc.
Lorenz Stoer (1530-1621), Geometria et Perspectiva (Augsburg: Michael Manger, 1567), University of Tübingen.
Introduzione
Il presente contributo intende proporre un approccio “qualitativo”, sistemico e olistico per indagare il rapporto tra identità e confini nelle società contemporanee, ipotizzando un modello teorico ispirato alle dinamiche caotiche e ai sistemi complessi, tracciando una possibile metodologia ibrida, integrativa della parte qualitativa (oggetto del presente lavoro), con una parte quantitativa, già pubblicata, e di cui si dirà appresso. Qualora tale integrazione – tipica dei recenti orientamenti all’analisi multidimensionale dei dati – venisse adottata in una futura e più ampia ricerca multidisciplinare, essa potrebbe essere condotta attraverso studio di casi, comparazione storica, analisi semantica di contenuti social-media, analisi letteraria, etc.
Se osserviamo più da vicino la società in cui viviamo oggi, nei suoi aspetti micro e macro, sembra quasi ravvisare in modo generalizzato che l’impensabile di un tempo che fu, può divenire oggi fatto concreto. Non si tratta solo dell’impennata senza precedenti dell’evoluzione scientifica e tecnologica in cui siamo immersi, ma di una “crisi” (κρίσις). Certamente crisi, evidente nei media e social media in particolare, che emerge quale crisi del “nous” (νοῦς), inteso quale facoltà della mente umana necessaria per comprendere ciò che è vero o reale; ma anche, piuttosto, una crisi dell’ “ethos”(ἦθος) che riguarda la natura umana, la moralità e le influenze esterne, la persuasione. Così, fino al punto di condurre ad una diffusa assenza della “pistis” (Πίστις), ossia fiducia, buona fede, affidabilità reciproca tra parti agenti. In altri termini, sembra dissolversi quella “caratteristica” che viene utilizzata per descrivere le convinzioni guida o gli ideali che caratterizzano una comunità, una nazione o un’ideologia; ciò che impatta l’equilibrio tra cautela e passione, influenzando emozioni, comportamenti e persino la morale.
In definitiva, si osserva come il “gioco sporco”, individuale, di gruppo, sociale o politico che sia, ove smascherato non produca più “Vergogna” e viene a mancare uno dei meccanismi principali di autocritica e controllo sociale che, nel persistente lassez faire, possono condurre lontano dall’equilibrio; producendo un mutamento di identità e conseguentemente un mutamento dei confini ad essa associati. Il presente lavoro è stato stimolato dall’appello di M@GM@ “L’identité : Quand Les Frontières Se Redessinent”[1], il cui tema centrale si può così riassumere: «L’identità è in continua evoluzione, influenzata da fluttuazioni storiche, ricomposizioni sociali e mobilità contemporanea. Questo processo dinamico solleva interrogativi sulla permanenza e la trasformazione delle frontiere che delimitano e strutturano le appartenenze collettive e individuali». L’identità, quindi, lungi dall’essere una essenza fissa, si inscrive in un processo dialettico che combina continuità e rottura, eredità e metamorfosi. Per cui, qui si ipotizza che gli effetti del controllo sociale (prodotti da: famiglia, scuola, religione, istituzioni, gruppi, ostracismo, vergogna, etc.) sono tutti efficaci vicini all’equilibrio, ma divergono lontano da esso. Comportamento, questo, che è tipico dei fenomeni caotici, dove meccanismi di reiterazione, o di retro-azione, efficaci all’equilibrio come rafforzatori del controllo, diventano lontano dall’equilibrio essi stessi – quasi invertiti nei fini – fonte di divergenza. È noto, dalle teorie del caos che le biforcazioni caotiche si verificano in sistemi dinamici non lineari quando un piccolo cambiamento in un parametro può portare a una drastica trasformazione del sistema, da un comportamento regolare a un comportamento caotico, caratterizzato da sensibilità alle condizioni iniziali e mancanza di periodicità. Ciononostante, su grandissima scala (per es. temporale, storica, ciclica), lì dove si presentino attrattori (ossia cicli ripetitivi stabili) si giunge a parlare di caos deterministico. Questo suggerisce che anche su scala storica, la relazione tra confini e identità può essere oggetto di studio quantitativo, con l’obiettivo di individuare ricorrenze sistemiche, capaci di indicare precise leggi ripetitive per un fenomeno quasi-naturale, ma in effetti storico-sociale.
In parallelo all’analisi “qualitativa” – che seguirà nel testo – sul tema posto dalla Call for Papers in questione, l’opportunità di ricerca sociologica anche secondo un approccio “quantitativo” – su ipotetiche leggi che possano contribuire a governare o esprimere la stabilità sociale in funzione di identità, confini, loro rapporti ed evoluzioni secondo il tempo – è chiaramente emersa dall’appello di M@GM@. Nella convinzione che il metodo scientifico nelle scienze sociali implichi necessariamente una verifica sperimentale sulla realtà, tale approccio quantitativo, in via di primo acchito e del tutto teorica, è stato affrontato separatamente altrove ed è stato reso già disponibile in open access [2]. Ciò, in particolare, per chi fosse interessato a testare sul campo la possibile esistenza di una “funzione di produzione della stabilità sociale” fondata proprio su identità e confini; in analogia con la funzione di Cobb & Douglas ampiamente nota in campo economico-sociale. Disponendo di una analisi qualitativa e quantitativa insieme, si potrebbe così pensare di approfondire la ricerca strutturandola in un metodo per indagare l’argomento nell’ambito delle scienze storico-sociali traguardando anche ai fatti del passato, oltre che recenti. In tale approccio, ad esempio, il tracciamento del proprio territorio, tipico del mondo animale, suggerisce non solo che esso è innato e funzionale alla sopravvivenza, quindi al conflitto, ove la sopravvivenza stessa fosse minacciata. Confini ed identità, hanno dunque una stretta relazione con la territorialità ed il potere che si esercita su un territorio, sulle entità che lo popolano. Inoltre, potere e territorialità sono strettamente legati, in quanto il potere, soprattutto in ambito politico con forme democratiche, si esplica su un territorio e su una popolazione che attraverso il proprio consenso determina il potere e le sue forme. Da qui segue che lo Stato, per esempio, è la forma più tipica di organizzazione del potere politico, che si manifesta attraverso leggi, istituzioni e la capacità di esercitare la forza su un territorio definito.
In questo complesso contesto non si può non guardare in modo specifico alla legittimità del potere nelle moderne democrazie liberali, non più guidate dal concetto di corpo mistico del re teorizzato da E. Kantorowicz. In esse il potere sembra trovare legittimità costituzionale attraverso i meccanismi elettorali, ma presuppone il principio che le azioni del potere da parte dei Governanti siano a favore e per il beneficio dei Governati. Qualora azioni di Governo fossero scoperte da evidenze in contraddizione con tale principio, la legittimità dei Governanti nell’uso del Potere loro conferito decade. E se nonostante ciò il potere continuasse ad essere esercitato, nascerebbe sfiducia nelle istituzioni e nel sistema liberale nel suo insieme, sino al punto di innescare reazioni antigovernative anche attraverso la violenza.
Si giunge, oggi, anche a parlare di post-democrazia e di società del ricatto, lì dove partiti e sindacati non sono più corpi sociali vivi, ma mere forme, dove il Parlamento ratifica decisioni dettate da un’agenda che supera gli Stati. Sicché, viene anche meno la libertà, che senza tessuto solidaristico diventa semplicemente il dovere di assoggettarsi al mercato, come accade soprattutto in aree connesse dal libero mercato.
La persistente ripetizione sui media, e sui social media in particolare, di “palesi menzogne”, etichettate come fake news, disinformazione, propaganda o altro, che si classificano tali al momento del disvelamento di precisi fatti concreti, sembra avere l’effetto di suscitare stati di ansia che sfociano in vere e proprie paure capaci di far accettare la menzogna come se fosse verità. Eppure, il momento del disvelamento non produce affatto alcuna vergogna in chi quella menzogna ha avallato o addirittura propagato, forse perché può essere frutto di errore, ed “errare humanum est…”! Ma una menzogna risulta frutto di errore a condizione che non sia metodo, poiché qualora ripetuta ad oltranza implica una scelta; per cui “…perseverare autem diabolicum”!
Le idee centrali che si proporranno nel lavoro sono, in ogni caso, il tentativo di un approccio olistico e sistemico per indagare su identità, confini e loro relazioni, prendendo in considerazione, seppur succintamente, ma in modo coerente, buona parte dei percorsi indagativi proposti dall’appello per una analisi, e facendo anche riferimento, ove possibile, a contenuti presenti sui social media e in particolare sulla piattaforma “X” (ex Twitter). Nonché, facendo riferimento a pensatori classici e moderni, affinché si intuisca come identità, confini e loro relazioni s’inquadrano in processi caotici di tipo più generale, inscritti nei principi sistemici della vita stessa, che si organizza in reti viventi, intrinsecamente rigenerative, creative ed intelligenti, secondo una moderna visione scientifica [3]. L’analisi proposta, dunque, mira a contribuire a una rinnovata riflessione – con un metodo suggerito, ma da elaborare, per integrare parte qualitativa e quantitativa – sulle strutture identitarie e sui confini, nella convinzione che solo il recupero di un ethos condiviso e di una pistis reciproca potrà ristabilire equilibrio e legittimità nelle società complesse.
Antefatti su alcuni elementi centrali
Se osserviamo più da vicino la società in cui viviamo oggi, nei suoi aspetti micro e macro, sembra quasi ravvisare in modo generalizzato che l’impensabile di un tempo che fu, può divenire oggi fatto concreto. Non si tratta soltanto della straordinaria impennata nell’evoluzione scientifica e tecnologica in cui siamo immersi, senza eguali precedenti nella storia umana, ma di una “crisi” (κρίσις). Certamente crisi, evidente nei media e social media in particolare, che emerge quale crisi del “nous” (νοῦς), inteso quale facoltà della mente umana necessaria per comprendere ciò che è vero o reale; ma anche, piuttosto, una crisi dell’ “ethos”(ἦθος) che riguarda la natura umana, la moralità e le influenze esterne, la persuasione. Cioè crisi, fino al punto di condurre ad una generalizzata assenza della “pistis” (Πίστις), ossia fiducia, buona fede, affidabilità reciproca tra parti agenti. In altri termini, quella “caratteristica” che viene utilizzata per descrivere le convinzioni guida o gli ideali che caratterizzano una comunità, una nazione o un’ideologia; ciò che impatta l’equilibrio tra cautela e passione, influenzando emozioni, comportamenti e persino la morale. In definitiva, sembra quasi potersi osservare che il “gioco sporco”, individuale, di gruppo, sociale o politico che sia, ove smascherato non produca più “Vergogna” e viene a mancare uno dei meccanismi principali di autocritica e controllo sociale che, nel persistente lassez faire, possono condurre lontano dall’equilibrio producendo un mutamento di identità e conseguentemente un mutamento dei confini ad essa associati.
Il presente lavoro è stato stimolato dall’appello di M@GM@ “L’identité : Quand Les Frontières Se Redessinent”[4], il cui tema centrale si può cosi riassumere: «L’identità è in continua evoluzione, influenzata da fluttuazioni storiche, ricomposizioni sociali e mobilità contemporanea. Questo processo dinamico solleva interrogativi sulla permanenza e la trasformazione delle frontiere che delimitano e strutturano le appartenenze collettive e individuali». L’identità, dunque, lungi dall’essere una essenza fissa ed immutabile, si inscrive in un processo storico e dialettico che combina continuità e rottura, eredità e metamorfosi, stabilità e mutazioni. Per cui, qui si ipotizza che gli effetti del Controllo Sociale (prodotti da: famiglia, scuola, religione, istituzioni, gruppi, ostracismo, rimprovero, vergogna, etc.) sono tutti efficaci vicini all’equilibrio, ma divergono lontano da esso. Comportamento, questo, che è tipico dei fenomeni caotici, dove meccanismi di iterazione, o di retro-azione (vedi Fig.1), efficaci all’equilibrio, come rafforzatori del controllo, diventano essi stessi – quasi invertiti nei fini – fonte di divergenza lontano dall’equilibrio.
Fig. 1 – Schema di Processo Iterativo (o Retro-azione).
È noto, dalle teorie del caos che le biforcazioni caotiche (Fig.2) si verificano in sistemi dinamici non lineari (l’equazione soprascritta in Fig. 1 vuole indicare ciò) quando un piccolo cambiamento in un parametro può portare a una drastica trasformazione del sistema, da un comportamento regolare a un comportamento caotico, caratterizzato da impredicibilità, sensibilità alle condizioni iniziali e mancanza di periodicità.
Fig. 2 – Stati successivi di evoluzione di un sistema verso il caos.
Ciononostante su grandissima scala, lì dove si presentino attrattori (ossia cicli ripetitivi stabili) si giunge a parlare di caos deterministico. Tutto ciò significa che lungo i secoli della storia la relazione tra confini ed identità può essere oggetto anche di ricerca “quantitativa”.
In parallelo all’analisi “qualitativa” che segue sul tema posto dalla Call for Papers in questione, l’opportunità di ricerca sociologica anche secondo un approccio “quantitativo” su ipotetiche leggi che possano contribuire a governare o esprimere la stabilità sociale in funzione di identità, confini, loro rapporti ed evoluzioni secondo il tempo, è chiaramente emersa dall’appello di M@GM@. Nella convinzione che il metodo scientifico nelle scienze sociali implichi necessariamente una verifica sperimentale sulla realtà, tale approccio quantitativo, in via di primo acchito e del tutto teorica, è stato affrontato separatamente altrove ed è stato reso già disponibile in open access [5] per chi fosse interessato a testare sul campo la possibile esistenza di una “funzione di produzione della stabilità sociale” fondata proprio su identità e confini. Ciò in analogia con la funzione di Cobb & Douglas ampiamente nota in campo economico-sociale, con l’obiettivo di individuare ricorrenze sistemiche, capaci di indicare precise leggi ripetitive per un fenomeno quasi-naturale, ma in effetti storico-sociale.
Il tracciamento del proprio territorio nel mondo animale, suggerisce non solo che esso è innato e funzionale alla sopravvivenza, quindi al conflitto ove essa sia minacciata. Confini ed identità, hanno una stretta relazione con la territorialità ed il potere che si esercita sopra un territorio sulle entità che lo popolano. Il potere e la territorialità sono strettamente legati, in quanto il potere, soprattutto in ambito politico, si esercita su un determinato spazio e sulle popolazioni che lo abitano. Da cui segue che lo Stato, per esempio, è la forma più tipica di organizzazione del potere politico, che si manifesta attraverso leggi, istituzioni e la capacità di esercitare la forza su un territorio definito.
In questo complesso contesto inter-relazionale tra identità, confini e territorialità, non si può non guardare ad esempio alla legittimità del potere nelle democrazie liberali, non più guidate dal concetto di corpo mistico del re teorizzato da E. Kantorowicz. Nelle società liberali il Potere sembra trovare legittimità costituzionale attraverso i meccanismi elettorali, ma presuppone il principio che le azioni del Potere da parte dei Governanti siano a favore e per il beneficio dei Governati. Qualora azioni di Governo fossero scoperte da evidenze in contraddizione con tale principio, la legittimità dei Governanti nell’uso del Potere loro conferito decade e se nonostante ciò il Potere continuasse ad essere esercitato nascerebbe sfiducia nelle istituzioni e nel sistema liberale nel suo insieme, sino al punto di innescare reazioni antigovernative anche attraverso la violenza.
Potrà sembrare fuori tema, ma solo apparentemente perché confini ed identità entrano sostanzialmente in ogni discorso sul potere e la sua gestione. Nelle democrazie liberali, la legittimità del potere si fonda su due pilastri: a) Legittimità procedurale, ossia l’accesso al potere secondo regole (elezioni libere, costituzioni, separazione dei poteri); b) Legittimità sostanziale, ovvero la coerenza tra l’azione di governo e il “bene comune”, o comunque l’interesse pubblico percepito. E su tale ultimo attributo sorge il problema, poiché non sempre ciò che è percepito corrisponde a realtà oggettiva,
Quando il secondo pilastro si incrina, la legittimità complessiva vacilla, anche se le forme (elezioni, parlamenti, tribunali) restano superficialmente intatte. In definitiva il concetto di legittimità del potere, a seguito di riscontrata contraddizione da evidenze in campo è come se s’invertisse nei suoi fini e, da elemento legante per l’equilibrio, divenisse elemento che favorisce la divergenza lontano dall’equilibrio, ovvero favorisce disgregazione e caos. Lo stesso accade allorquando una pubblica percezione ritenuta vera viene smentita da fatti oggettivi e provati.
Evidenze attuali di crisi di legittimità se ne sono avute un po’ ovunque. Negli ultimi anni ci sono molti esempi in cui governi democraticamente eletti hanno perso credibilità sostanziale:
Stati Uniti: il caso della disinformazione, dell’influenza delle lobby, e la gestione controversa della pandemia hanno eroso la fiducia verso le istituzioni, culminando nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Francia: le proteste dei gilet jaunes sono nate da un senso diffuso di abbandono da parte delle élite e si sono spinte fino alla violenza.
Italia: crescente astensionismo, disillusione politica, e sfiducia verso partiti e media. La sensazione che i “governati” siano ignorati (soprattutto giovani, lavoratori precari, periferie).
Francia, Israele, Cile, Perù, Sri Lanka: esempi recenti dove le proteste hanno anche scatenato violenze, e in alcuni casi crisi istituzionali profonde.
Si giunge, oggi, anche a parlare di post-democrazia, lì dove partiti e sindacati non sono più corpi sociali vivi ma mere forme, dove il Parlamento ratifica decisioni dettate da un’agenda che supera gli Stati. Così viene anche meno la libertà, che senza tessuto solidaristico diventa semplicemente il dovere di assoggettarsi al mercato, come accade soprattutto in aree connesse da accordi di libero mercato. E si badi bene: non sono gli emarginati ed esclusi della società a sostenerlo, bensì suoi componenti di rilievo [6]. Essi pure sottolineano la situazione di una democrazia ferita, poiché eventi quali il Covid restano ancora una ferita sanguinante perché non ci sono state scuse né giustizia: ha creato una società di complici di un delitto dove il reo è assente e il non-complice è escluso. Questo schema ora si ripropone in forme diverse a livello Europeo: chi non sposa la deriva bellicista dell’UE non ha diritto di parola. La crisi è dunque conclamata da più parti. Ciononostante si va avanti senza il consenso generale che sarebbe richiesto ed opportuno.
Aldilà di Rousseau, la teoria politica lo ho anticipato. Pensatori come Locke, e più recentemente Habermas o Noam Chomsky, hanno espresso idee simili:
Locke: il potere politico è legittimo solo se tutela i diritti naturali (vita, libertà, proprietà); in caso contrario, il popolo ha diritto alla resistenza.
Habermas: la legittimità si costruisce attraverso la comunicazione pubblica razionale. Se viene meno, si passa da democrazia deliberativa a gestione tecnocratica, che genera alienazione.
Chomsky: denuncia le derive oligarchiche delle democrazie moderne, dove il potere economico deforma il processo politico, rendendolo un’illusione per i cittadini; una illusione che conduce persino ad accettare sotto le specie del “libero mercato” un sistema economico che ricorre in maniera strutturale alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite [7].
Come affermano figure non certo di secondo piano o strati populisti (per criteri di appartenenza) della nostra società, la distorsione perversa della realtà e della storia sembra ormai talmente spudorata che non teme più neppure il grottesco. La persistente ripetizione sui media, e sui social media in particolare, di palesi menzogne, etichettata come fake news, disinformazione, propaganda ideologica o altro, che si classificano tali al momento del disvelamento di precisi fatti concreti, sembra avere l’effetto di suscitare stati di ansia che sfociano in vere e proprie paure capaci di far accettare tali menzogne come se fossero verità. Eppure, il momento del disvelamento non produce affatto alcuna vergogna in chi quelle menzogne ha avallato o addirittura propagato, e neppure in chi ha avuto la leggerezza, se non la dabbenaggine, di credervi.
Forse questo perché una menzogna può anche essere frutto di un errore, ma lo si può considerare tale a condizione: che non sia un metodo! Poiché, la menzogna ripetuta ad oltranza implica una scelta ben determinata e così diviene propaganda, condizionamento, manipolazione. E tale scelta sembra divenuto metodo per la gestione delle masse attraverso l’inoculazione della paura, in particolare attraverso i media e canali istituzionali asserviti. Ne consegue un grande disorientamento con possibili influssi di frantumazione dell’identità, senza ricomposizione e con effetti preparatori per un cambiamento che, se effettivamente perseguito, implica necessariamente anche un cambiamento nei confini e frontiere, certamente quelli immateriali, culturali, di civiltà, ma possibilmente anche quelli geografici sul campo, su cui la gestione del potere incide e si basa.
Un approccio olistico
L’idea centrale che qui si propone è, come di consueto, un approccio olistico, ossia prendere in considerazione, seppur succintamente, ma in modo coerente, tutte le prospettive proposte dall’appello per una analisi. È difficile dire se quello che segue sia il modo più opportuno per introdurre ed affrontare l’argomento, in linea con i contenuti ivi espressi o sottesi. Però, almeno in termini di una proposta che coinvolge radici Latine sembrerebbe opportuno riflettere sulle tre proposizioni di seguito, non solo per chiarificazione da un punto di vista semantico, ma anche di nessi connaturati: Id-entitas = Id (est) entitas; Ubi ens, ibi identitas; Ubi identitas ibi limes.
La 1) – sulla falsariga di una definizione matematica di identità, associata alla possibilità di omettere in lingua Latina (est), riportato in parentesi per scopi chiarificativi, e tenuto conto dell’implicita reversibilità – vuole soltanto cercare di dire che identità di un ente è ciò che è uguale all’ente stesso. In tal modo, per tutte le variabili identitarie che venissero prese in considerazione l’equazione A = A sarebbe sempre verificata (qualunque cosa sia A) e si trasformerebbe indubbiamente in una identità ed una simmetria “banale”.
La 2) invece vuole solo evidenziare, da un punto di vista logico e filosofico, che l’identità è caratteristica di ogni ente, o essente. In filosofia, “ente” e “essente” sono termini sostanzialmente sinonimi, dove “essente” è una forma alternativa di “ente”. Entrambi si riferiscono a ciò che esiste, ovvero a qualsiasi cosa che possiede un’esistenza, sia concreta che astratta. La differenza fondamentale è che l’ente è più specifico, mentre l’essente è più generale. L’ente si riferisce a un individuo o entità singolare, mentre l’essente si riferisce a qualcosa che è in un certo stato di esistenza.
La 3) invece, ricalcando la struttura della 2), vuole già introdurre in modo anticipatorio la connaturata connessione generale esistente tra il concetto di identità e quello di limite; e quindi di confine; argomento che sarà ripreso più appresso.
Un approccio in chiave Aristotelica non sarebbe molto diverso se si considera che in greco, “identità” si traduce con ταὐτότης (tautótes). Questo termine deriva dal greco antico e significa “lo stesso”, “identico”. In altre parole, “identità” in greco è un concetto che sottolinea la natura di qualcosa che è lo stesso, che non cambia, che è uguale a se stesso. Aristotele è su questa linea interpretativa quando definisce l’identità (ταὐτότης) come «una certa unità di essere del molteplice, o di cosa considerata come molteplice, come quando si dice che una cosa è identica a sé stessa.»
In pratica si afferma che ogni cosa è uguale a sé stessa (A=A), ossia che una cosa non può essere nello stesso tempo A e non-A. In questa forma esplicita, cioè distinto dal principio di non-contraddizione, il principio di identità non è presente in Aristotele, se non come conseguenza necessaria del principio di non-contraddizione. Naturalmente ciò vale nell’equilibrio, in assenza di “tensioni”, ove le pulsioni al mutamento sono praticamente inesistenti. Però sappiamo che in filosofia, l’ente, cioè ogni essere concreto, può mutare, subendo cambiamenti nelle sue proprietà o in talune delle sue caratteristiche. Tuttavia, l’essenza o la sostanza dell’ente potrebbe rimanere invariata nonostante questi cambiamenti.
La persistenza dell’equilibrio porta alla formazione delle strutture (anche strutture di tipo sociali ed istituzionali) e alla loro normazione, scritta orale o anche consuetudinaria. Quest’ultima infine viene considerata come una delle fonti del diritto da cui la norma deriva. In un mondo capitalistico talune scuole sociologiche (vedi P. Bourdieu) vedono formarsi tale strutturazione in base al “capitale” nelle sue diverse forme economiche, intellettuali o anche politiche. Tali strutture favoriscono la concentrazione di poteri nelle mani di selezionate élite (vedi teorie di G. Mosca e W. Pareto), razionalmente programmate, simmetriche nell’azione e nell’intenzioni, nonché auto-rigenerative, che finiranno per determinare modelli procedurali e comportamentali tendenti alla conservazione dei poteri acquisiti. Da qui nasce anche un’analogia con il mondo della fisica ove è matematicamente accertato che la presenza di una simmetria implica necessariamente una legge di conservazione (vedi “Teorema di E. Noether” in “Fisica per Filosofi” – C. Cosmelli, 2022). Pertanto, una conservazione che si attua di necessità, anche attraverso il conflitto, prescindendo da ogni costo (fisso o circolante), sia esso economico, finanziario o sociale, o in vite umane. Se consideriamo la storia, della rivoluzione industriale in particolare, dovremmo concludere secondo alcuni, che Marx e il suo Manifesto non basti più, poiché la contrapposizione oggi non è tra il mondo del capitale ed il mondo del lavoro, ma tra le élite dominanti e popoli costituiti da una classe di “reietti in formazione costante”.
La marxiana “caduta tendenziale del saggio di profitto”, che avrebbe dovuto portare ad un assetto rivoluzionario della società è stata arginata attraverso la finanza stocastica ed algoritmica (altrimenti nota come HFT-High Frequency Trading), nonché dal ricorso ai cosiddetti “derivati” e “futures”, dove il capitale trova maggiore remunerazione che nell’intrapresa. Mentre la tradizionale forza lavoro (anche quella intellettuale) sembra dover trovare il suo antagonista nella robotizzazione e nell’intelligenza artificiale. Difronte ad una rinascente spiritualità, pure opportunistica, qualunque siano le sue origini o le sue cause, persino il concetto di materialismo storico dialettico sembra perdere validità. Ma guai a gridare vittoria, come in occasione della “Caduta del Muro” che divideva l’Europa, perché il libero mercato mostra sempre più i suoi limiti e i suoi “dazi”, mentre le concentrazioni demografiche asiatiche che rifuggono dal sistema democratico, ma non dalla formazione delle loro élite, danno prova che l’intervento di uno Stato Sovrano (e autocratico) appare vincente nella competizione, persino nella ricerca e l’innovazione, cosa che il libero mercato sembra si ostini a negare.
Però, la conservazione dell’identità, che tipicamente genera le élite, nasce anch’essa da una simmetria e ben si inserisce nella consuetudine e nella normazione, beninteso all’interno di ben precisi confini. Se ci riferiamo ad una stratificazione sociale, che di norma assume forme gerarchizzate, potremmo dire – anche per lo strato infimo – in termini comparativi, che ciascuno è parte di una élite nell’ambito del proprio gruppo di appartenenza se ciò è in riferimento ad un altro gruppo (popolo, nazione, etc,) di più miseri confini e condizioni. Insomma, “deviare” dalla propria identità non è agevole per nessuno e tutti possiamo trovare chi sta peggio (forse perché il peggio non è mai morto!). E ciò pone qualche interrogativo. Siamo sicuri che all’élite dominante (numericamente 1% ÷ 2%) convenga la contrapposizione con il resto del mondo (numericamente 98% ÷ 99%) con il rischio di un suicidio globale, piuttosto che la moltiplicazione degli strati sociali e delle loro appartenenze in base a oggettivi parametri fissati (per es. capitale economico/finanziario, capitale intellettuale, capitale politico, capitale biologico, etc.), magari anche secondo un pedigree di nobiltà ed in ogni caso funzionale alla conservazione del loro dominio in quanto élite primarie?
Identità, confini: loro processi evolutivi e connessioni
Confini e frontiere sono ritenuti sinonimi intercambiabili, ma in realtà vi sono differenze tra essi, e si tornerà anche più innanzi su questi aspetti e ciò che li caratterizza o differenzia.
Il confine in fisica è il limite di un sistema chiuso, dove le condizioni sono ben definite e impongono restrizioni precise. La frontiera, invece, introduce il concetto di transizione e selettività, proprio come una membrana semipermeabile. In molti fenomeni fisici reali, più che confini netti, esistono zone di transizione, in cui alcune proprietà cambiano gradualmente. Potremmo dire che il confine è una nozione statica e assoluta, mentre la frontiera è dinamica e regolatrice, come si vedrà di seguito a più riprese e con diversi esempi.
In via di provvisoria semplificazione, qui di seguito e all’occorrenza, si assume coincidenza sinonimica tra confini e frontiere, sebbene tutta da indagare più appresso.
L’idea che, per ciascun individuo, gruppo, istituzione, cultura, popolo, etc., identità e confini (o frontiere) sono processi evolutivi nel tempo e nello spazio, è storicamente confermabile, non soltanto dalla storia d’Europa, e dovrebbe apparire evidente anche geometricamente e matematicamente, se si considerassero spazi n-dimensionali di una qualunque rete sociale. Ma la connessione tra mutazione dell’identità e mutazione dei confini è profonda; in guisa che al mutare di una di esse l’altra non può che seguirne il cambiamento, quasi in un processo adattivo, imposto in modo discendente da strutture di potere, dove è difficile discernere quale sia la causa prima e quale l’effetto conseguente.
In una prospettiva Simmeliana è l’interazione sociale che genera sociazione e forma strutture sociali stabili e permanenti, dimodoché lo “scambio” in funzione legante determina il tessuto sociale e quindi la società nel suo insieme. Ciò vale per gruppi, istituzioni, imprese, popoli e nazioni (ossia popoli che condividono tradizioni, lingua, storia, cultura, forme statuali, etc. su uno stesso territorio). Nel piccolo, come nel grande gruppo, l’identità e le relazioni (interne ed esterne) di ciascun elemento individuale coopera alla formazione dell’identità del gruppo di appartenenza, e ne stabilisce i suoi confini e le sue frontiere.
In definitiva, il processo di accrescimento delle interazioni del gruppo con l’aumentare del numero dei suoi componenti (n) è un processo di progressione accelerata, con accelerazione costante, mentre il processo di accrescimento delle interazioni del singolo elemento del gruppo con l’aumentare del numero dei suoi componenti (n) è un processo di progressione lineare, con velocità costante e accelerazione nulla.
Tutto ciò permette non solo di dare evidenza obiettiva ad alcune intuizioni espresse da Simmel ed in particolare
i. L’intuizione secondo cui i rapporti sociali formano unità temporali o permanenti (per es. gruppi, associazioni, ordini professionali e non, etc.) definendoli e in-formandoli in una “nuova entità”. Ossia il gruppo di (n) elementi interagenti preso nel suo insieme, non deriva semplicemente dalla somma delle parti, ovvero degli individui singoli che plasmano tali unità. Infatti, mentre le leggi per ciascun elemento del gruppo fanno variare le interazioni in modo lineare, quelle del gruppo nel suo insieme variano con legge almeno quadratica (se non esponenziale o binomiale, etc.), come se il gruppo fosse una entità autonoma dai singoli e dotata delle sue proprie leggi;
ii. L’idea che più il gruppo è ampio più l’individuo è in grado di esprimere se stesso; più è ristretto meno saranno le occasioni per l’individuo di differenziarsi, trova evidenza nella proporzionalità diretta con le interazioni che si sviluppano, sia tra i singoli elementi del gruppo, sia nel gruppo nel suo insieme;
iii. La disparità tra una legge individuale di progressione lineare delle interazioni e una legge almeno quadratica del gruppo o della società in generale intesa come gruppo, sembra confermare come al singolo, più che la preservazione della propria individualità, è imposta di fatto una sovrastante evoluzione. In definitiva, la preservazione della propria individualità si scontra con una sovrastante evoluzione imposta socialmente;
iv. In definitiva, nella prospettiva di una dinamica evolutiva della società, sembra emergere il riconoscimento che le leggi governanti il suo metamorfismo siano indipendenti dai singoli individui che la compongono, ma trovano genesi nelle forze preponderanti della società stessa (oltre che eredità storica, cultura esteriore, tecnica etc.); e nei fatti; (per quanto ai punti sopra riportati vedasi anche il lavoro in zenodo.org);
v. Gli effetti divergenti verso valori molto alti dell’interazioni diviene possibile ed evidente lungo il processo di accrescimento, specie se si tratta di gruppi in crescita, stabili e coesi; ma lascia presupporre, altresì, che:
vi. i processi interattivi che hanno luogo mutano identità e quindi i confini (o frontiere), quasi che il mutamento dei confini possa essere assunta come logica conseguenza della mutazione di identità;
vii. gli effetti divergenti che si manifestano nell’interazione sociale (particolarmente nel nostro tempo per effetto della tecnologia informatica e dei social media che li ha enormemente accelerati) possano conformarsi a processi dinamici, evolutivi in modo non deterministico, e quindi siano ad essi applicabili le impostazioni analitiche valide secondo le leggi del caos (presenza di attrattori, importanza di condizioni iniziali, analogie ed effetti similari rilevabili su grandi scale, etc.). Insomma un caos deterministico imposto da nascoste “leggi naturali”.
viii. nelle frontiere di transizione tra spazi socio-identitari diversi si potrebbero rilevare vecchie e nuove patologie sociali. Alcune spiegate, come il tipo blasè di Simmel, altre da spiegare, come le forme di assuefazione a comportamenti di dipendenza. Oppure reazioni oppositive e protestatarie verso quel processo adattivo, imposto in modo discendente da strutture di potere senza volto, che costringono a evoluzioni non volute e non scelte da chi non concorda o è emarginato ed escluso, talvolta aldilà della propria appartenenza sociale e valori di riferimento assunti e rilevabili nel proprio profilo identitario.
Anche queste dinamiche suggeriscono l’applicabilità delle leggi del caos e dei modelli frattali per descrivere l’evoluzione dell’identità e dei confini. Se i processi sociali seguono logiche non lineari e mostrano attrattori strani, allora il loro sviluppo non può essere previsto con modelli deterministici, ma solo con approcci basati su sistemi dinamici complessi.
Concetti su identità, confini o frontiere: sacralità, analogie, matrice a doppia entrata
Si è visto come confini e frontiere sebbene ritenuti sinonimi intercambiabili, in realtà mostrano differenze tra essi. Identità e confini non solo risultano connessi, come si è già accennato, ed entrambi possono evolvere o mutare, ma rispondono a leggi generali di diversa natura.
Quindi, sebbene in via di semplificazione nel linguaggio comune si assuma spesso coincidenza sinonimica tra confini e frontiere, tale coincidenza resta pura approssimazione.
Alcuni paralleli con la fisica assumono al riguardo valore esplicativo e appaiono molto calzanti:
Il confine in fisica, come già accennato, è il limite di un sistema chiuso, dove le condizioni sono ben definite e impongono restrizioni precise. Ad esempio, in cosmologia, un universo chiuso potrebbe avere un confine concettuale, anche se nella relatività generale spesso si considera che lo spazio-tempo sia senza bordo (ma finito, come in una varietà chiusa). Anche nei buchi neri, l’orizzonte degli eventi è un confine matematico: segna un punto di non ritorno, ma non è una barriera fisica tangibile.
La frontiera, invece, introduce il concetto di transizione e selettività, proprio come una membrana semipermeabile in termodinamica o in fisica dei plasmi. In molti fenomeni fisici reali, più che confini netti, esistono zone di transizione, in cui alcune proprietà cambiano gradualmente o dove solo certi tipi di particelle o onde possono passare. Ad esempio: l’atmosfera terrestre: non ha un confine netto, ma una transizione graduale nello spazio. La zona di Schwinger in elettrodinamica quantistica: un’area in cui forti campi elettrici possono creare coppie particella-antiparticella, fungendo da “frontiera” tra vuoto e materia. Le interfacce tra materiali in fisica dello stato solido: in un semiconduttore, la giunzione p-n è una frontiera che regola il passaggio degli elettroni e definisce il funzionamento di dispositivi come i diodi e i transistor. Quindi, possiamo ben riaffermare che il confine è una nozione statica e assoluta, mentre la frontiera è dinamica e regolatrice.
Il confine, che non ha dimensione, appare un concetto più platonico, immateriale che esiste nella “visione” (per es. su una mappa), ma non materialmente, a meno che non lo si tracci in modo approssimativo; oppure non lo si identifichi con i simboli materiali o moderni sostituti degli antichi “cippi”, chiamati anche “lapides terminales” o “laste”, che segnavano i confini tra proprietà, città o altre entità territoriali, e non potevano essere spostati senza causare l’ira divina del dio Terminus, epiteto di Giove, che li abitava ed era protettore di quel “Limes”. Questa sacralità dei confini – sebbene sotto altre forme, cui hanno sacrificato la loro vita molti dei nostri avi – ha accompagnato tutta la civiltà romana ed occidentale, anche dopo la caduta dell’impero d’Occidente e la Rivoluzione Francese, e sino allo sviluppo industriale e dell’Economia delle Nazioni novecentesca. Allorquando, con la fine della prima e seconda guerra mondiale, con la Società delle Nazioni (1919-1946) prima e con l’ONU dopo, s’incominciarono a diffondere ideali cosmopoliti e di progressiva aggregazione di stati nazionali. Aggregazione orientata inizialmente al “libero scambio”, ma con potenzialità di sbocco verso l’unità politica, almeno per quelle aree omogenee da un punto di vista storico-culturale ed economico-industriale che si mostravano tali a causa di radici comuni, ravvisabili fondamentalmente in un analogo orientamento “giudaico-cristiano”. Questa breve digressione sulla perdita del senso di sacralità dei confini è sembrata opportuna a mettere in evidenza l’ipotesi della perdita di un tratto fondamentale nell’identità, almeno di una parte dei popoli europei, allo scopo di sottolineare come identità, confini o frontiere, siano di fatto connessi, e come possono evolvere, mutare nello spazio e nel tempo, pur rispondendo a leggi generali di diversa natura (politica, economica, sociale, culturale, fisica, etc.).
Si è visto che, contrariamente al confine, concetto astratto, la frontiera, invece, si può concretamente materializzare e assumere forme proprio sul confine, divenendo anche permeabile in determinate condizioni. Il confine racchiude, la frontiera no. Il confine separa, ma anche unisce due spazi (n)-dimensionali, anche immateriali, dove (n) può essere arbitrario. La frontiera consente il passaggio da uno spazio ad un altro. Il confine è legato al bordo, al limite, la frontiera al passaggio controllato. Di conseguenza, per riallacciarsi a quanto precede, se la finalizzazione dell’aggregazione di più stati è orientata al “libero scambio” basta agire sulla permeabilità delle frontiere e sulle norme e parametri che la determinano; ma il mutamento dei confini ed un loro assetto, implica mutamenti di dominio, non solo in senso fisico-geometrico-matematico, ma anche e soprattutto di gestione del potere.
Diviene, quindi, naturale approfondire tali differenze tra confine e frontiera e lo si potrebbe fare ricorrendo anche a qualche ulteriore comune concetto fisico, geometrico o matematico.
Con riferimento alla fisica si è stabilito che il confine è il limite di uno spazio chiuso (per es. risponde alle leggi di un universo chiuso e limitato), mentre invece la frontiera è come una membrana semipermeabile (dove leggi particolari valgono), cosicché alcune cose possono passare, altre no. La frontiera, quindi, introduce il concetto di transizione e selettività controllata attraverso una regolazione; concetto che implica regole e chi le stabilisce.
In geometria differenziale e in teoria degli insiemi convessi, la frontiera ha un significato più affine a quello intuitivo di “bordo” o “superficie di separazione”. Se A è un dominio (un insieme aperto connesso), la frontiera è spesso intesa come il suo bordo nel senso geometrico, ossia la parte dell’insieme che non è interna ma che lo separa da altre regioni. Ad esempio, in geometria differenziale, per una varietà con bordo, il bordo è costituito dai punti in cui le coordinate locali soddisfano certe condizioni di uguaglianza (ad esempio, un semispazio euclideo ha come bordo il piano che lo delimita).
Il confine blocca il passaggio dall’altra parte e rafforza e difende l’identità particolaristica e locale. Il concetto di ‘frontiera’, invece, almeno nella storia e nella tradizione, è diverso. La frontiera è generalmente permeabile, non ermeticamente chiusa, e può sempre essere spostata ‘più in là’, beninteso a parità di confine, che è anche espressione di territorialità, ossia di dominio (individuale, di gruppo, o nazionale) su un territorio.
Nell’ambito dell’analisi matematica, il concetto di confine è ampiamente trattato nella teoria del calcolo delle funzioni reali di una variabile ed è legato al concetto di limite rappresentando il comportamento asintotico di una funzione verso un punto specifico del dominio.
Il concetto è dunque chiaro: confine è la linea lungo la quale corre una divisione, una separazione, una discontinuità. Però, dato che la divisione avviene lungo una linea, quella è al tempo stesso anche una linea di contatto. Per cui, bisogna sempre tenere presente che un confine qualsiasi non solo separa, ma anche unisce. Concetto che spesso sfugge ai confinanti che guerreggiano invano.
Frontiera in analisi è l’insieme dei punti di aderenza di un sottoinsieme A di uno spazio topologico che non sono interni ad A. Per esempio, per un intervallo limitato di numeri reali la frontiera è costituita dagli estremi dell’intervallo.
Con una semplice proporzione aritmetica, che nasconde un’analogia tutt’altro che sofisma, in quanto mostra la forte connessione tra i termini implicati, si potrebbe giungere a sostenere che, in una proporzione “sui generis”, la forma (a) sta alla sostanza (b), come l’identità (c) sta al confine (d): a : b = c : d sostanza : forma = identità: confine.
Un’affermazione, la precedente, che se logicamente valida, per le sue proprietà in quanto uguaglianza di due rapporti, implica anche la validità logica di ciò che emerge dalla permutazione dei termini estremi o dei termini intermedi, da cui si ricava che: d : b = c : a confine : forma = identità : sostanza come pure: a : c = b : d sostanza : identità = forma : confine.
Alla stessa stregua, con una “matrice a doppia entrata”[8] (ossia una tabella a due o più dimensioni formata da righe e colonne), dove sulle righe vengono riportati gli Attributi Identitari, mentre sulle colonne gli Attributi del Confine implicato, si identifica uno spazio multidimensionale per una analisi vettoriale, dove è possibile impostare una metrica; sempreché si sia provveduto a fissare una opportuna scala (per es.: alto=3 medio=2 basso=1 non applicabile=0) per i singoli attributi.
Tabella 1 – Esempio di matrice a doppia entrata: Attributi Identitari / Attributi di Confine.
Quindi, lo si può vedere anche graficamente qui sopra, si potrebbe concludere che il confine è una nozione statica assoluta legata all’identità, mentre la frontiera è dinamica-regolatrice in funzione della sua permeabilità, così come si è fatto notare che in un semiconduttore, la cosiddetta giunzione p-n è una frontiera che regola il passaggio degli elettroni e definisce il funzionamento di dispositivi come i diodi e i transistor.
Sebbene il termine frontiera venga più comunemente utilizzato per indicare il territorio a ridosso del confine tra due stati, per frontiera si può anche intendere un luogo, anche figurato, non necessariamente identificabile concretamente in uno spazio preciso, posto ai confini tra il noto e l’ignoto: per es. le frontiere della scienza, attività di frontiera, eccetera. In tal modo confini e frontiere, come le identità che racchiudono, diventano oggetti immaginari di un mondo sempre più complesso e al tempo stesso terribilmente reali nei loro effetti, specie quando sono coinvolti la persona umana, popoli e nazioni, nonché i loro conflitti.
Uno sguardo ad alcune delle prospettive di analisi
Identità e spazio
La relazione tra identità e spazio è una relazione vera, ossia oggettivamente esistente e rintracciabile sul campo, nella realtà fisica e/o geopolitica. Essa è esistente, di fatto, anche in misura più ampia di quanto sembra qui si proponga. Infatti, le delimitazioni geografiche influenzano certamente le costruzioni identitarie (e viceversa!). Anzi, potremmo congetturare che, in linea approssimativa, tanto più ampi sono gli spazi, tanto più lo sono le possibilità di estendere i confini identitari. Non a caso l’idea Simmeliana dell’interazione sociale sosteneva che più il gruppo è ampio (quindi più lo “spazio identitario disponibile per ciascun singolo nel gruppo” è vasto) più l’individuo è in grado di esprimere se stesso; più è ristretto meno saranno le occasioni per l’individuo di differenziarsi, con inevitabili riflessi sugli aspetti identitari e loro formazione. Con la generalizzazione a fini sociometrici, un qualsiasi punto di un territorio appartenente ad uno spazio multidimensionale con (n) dimensioni, può essere identificato e tracciato attraverso (n) valori di variabili (x,y,z,k,h,…), numeriche o qualitative, in una matrice. Analizzare tali variabili in tempi diversi permette di avere dei trend, ossia delle tendenze, e quindi di modellare delle “traiettorie”, individuandole anche in modo funzionale, all’occorrenza.
Quindi, la nozione di territorio può essere attribuita ad un qualsiasi spazio; ad es. anche politico, mentale, culturale, industriale, economico, scientifico o un cyberspazio, nei quali – date le presenze individuali e/o di gruppi– può nascere la competizione per prevalere e assumere posizione egemonica in quel determinato spazio. Competizione che, deviando da condivisi valori, può essere precursore del conflitto. Ciò è rafforzato dal fatto che, come mostrano studi in ambito urbano, viene peraltro a crearsi una forte identificazione tra territorio e suoi elementi “residenti”, sia che si tratti di strati elitari, sia che si tratti di strati marginali del tessuto urbano/locale. Senza dover risalire e tirare in ballo le ricerche di Konrad Lorenz sul comportamento animale e il tracciamento del territorio (quindi spazio), lo stretto legame, esistente in generale nella società umana, tra conflitto e territorialità, è ai nostri giorni sotto gli occhi di tutti: attraverso la guerra israelo-palestinese, come pure la guerra tra Russia e Ucraina. E forse non è affatto casuale che, come taluni osservano oggi, i conflitti e gli eventi avversi all’umano, quelli della specie più nascosta e insidiosa, non vengono solo dal nostro pianeta, ma vengono dal cyber-spazio, da quello astronomico o da uno spazio indefinito, dominato dalla manipolazione, quasi metafisicizzato, e piuttosto che incentrarsi sulla contrapposizione classica tra potenze geopolitiche e territoriali, vedono il potenziale confronto tra élite e popoli.
Quasi in sintonia con una sorta di riesumazione di un vecchio appello all’unità del proletariato internazionale, che era stato dato per defunto (evidentemente in modo prematuro!), dopo gli accordi di Bretton Woods e la supremazia riconosciuta a F.Von Hayek su J.M.Keynes, nonché dopo la caduta del muro di Berlino e gli apparenti trionfi della Globalizzazione. Così si giunge ad un punto in cui le moderne soluzioni prospettabili attraverso la robotica e l’IA (Intelligenza Artificiale) appaino piuttosto che strumenti di liberazione dell’umanità dalle condanne bibliche (Rif. Genesi 3,17-19), come strumenti funzionali in realtà ad una autocratizzazione della società tutta, al punto di metterne in pericolo la sua più grossa parte considerata ormai “ingombrante ed inutile”.
Da quanto sopra si può trarre un ulteriore elemento precursore che indica una possibile stretta connessione tra Identità e Confini, foriera di conflitti, investigabile in termini psico-socio-metrici attraverso le metodologie dell’analisi delle reti sociali.
Occorre riflettere, tuttavia, come nell’era dell’Artificial Intelligence (AI), il WEB, ossia la rete Internet, o porzioni comunque “ritagliate” di essa, possono essere considerati, ancor più in ambiente metropolitano, uno spazio, un “territorio” in cui si consumano fenomeni sociali vecchi (come l’etichettamento che genera stigmatizzazione) e nuovi (come il gaming, gambling, trading online, high frequency trading, etc.) che possono giungere, per come si manifestano, ad essere annoverati tra le patologie sociali. Un processo che cambiando segno e volgendolo in positivo, per contenuti e finalità, può dar prova invece di successo, casuale o predeterminato, per un “bersaglio” eventualmente mirato (per es. successi immobiliari, borsistici, di studio, sviluppo e ricerca), confermando in definitiva che la tecnologia è neutra e quindi, né buona, né cattiva, ma può divenire tale dipendentemente dall’uso che se ne fa.
Identità e memoria: se improvvisamente intervenisse un’amnesia totale (o una perdita di coscienza) per trauma o altra causa, potremmo ricordare ciò che siamo?
Avremmo ancora una identità in tali casi, ma non la ricorderemmo e soprattutto non ne saremmo coscienti. Viene dunque da chiedersi se vi può essere Identità senza Memoria (e senza Coscienza!)? Anche qui non v’è dubbio che esistono continuità e rotture nei racconti individuali e comunitari, per cui è ipotizzabile uno stretto nesso tra Identità e Memoria (e Coscienza di sé), ma anche in senso molto diverso da quello qui soggiacente. Vi può certamente essere una discontinuità, una divergenza o uno iato più o meno prolungati nell’identità di singoli o gruppi. Specie se in interrelazione con altri. Ma diversa è la memoria sui contenuti (ricordi, eventi, valori, volizioni, orientamenti, etc.) dalla memoria cosciente della propria identità formatasi in passato, detenuta e in via di mutazione continua. Da ciò possiamo dedurre che proprio memoria e coscienza sono tra i principali attributi necessari affinché l’identità non venga perduta. Pertanto, l’oblio di sé o delle proprie memorie può essere un driver che fa mutare l’identità. E naturalmente ciò vale per individui, gruppi, popoli o nazioni. La “damnatio memoriae” denotava una delle peggiori condanne in epoca romana, poiché costituiva la totale e deliberata cancellazione dell’identità di uno specifico individuo o gruppo o popolo dalle fonti storiche, attuata con l’alterazione, abrasione o distruzione di ritratti, iscrizioni e altri documenti. Pratiche che oggi vediamo attuate in conflitti dei nostri giorni.
Identità e performatività: in che misura l’identità è un processo di attualizzazione e messa in scena?
Un tema che, come si vedrà appresso, può essere affrontato in prospettiva Goffmaniana. Sebbene si potrebbe sostenere che si nasce con una identità determinata o determinabile, entro confini prestabiliti, essa non sembra comportarsi come una serie di attributi, tutti immutabili, congeniti all’individuo o al gruppo, piccolo o grande che sia. L’identità, piuttosto, sembra si formi lungo un processo evolutivo, passando attraverso dinamiche, che mutano ed integrano attributi, loro correlazioni o cambiamenti, temporaneamente stabilizzantisi nello spazio e nel tempo di esistenza di quell’individuo o di quel gruppo. Ecco quindi appare giusto parlare di attualizzazione di una determinata identità, almeno con riferimento al substrato spazio-temporale che le è tipico. Questa evoluzione richiama alla mente i processi biologici evolutivi dove il genotipo, che è dotazione individuale unica ed inconfondibile, attraverso le interazioni con l’ambiente muta generando un fenotipo. Ma, proprio in questa mutazione, si possono introdurre pecche, errori e ricomposizioni considerati estranei alla iniziale dotazione genetica e alla propria storia evolutiva, producendo deviazioni non accettate dal proprio essere e viste come ingerenze nemiche; pertanto combattute dal proprio sistema immunitario. Un sistema immunitario ipotizzabile come sistema cognitivo individuale o collettivo, ossia formazioni mentali stabili delle classi intellettuali e delle élite dominanti, senzienti e pensanti, operanti singolarmente o collettivamente in istituzioni, che esplicano attraverso il loro controllo sociale una funzione di adesione o di rigetto delle mutazioni che si verificano di volta in volta. In tal senso le élite ed i loro intellettuali si possono considerare i guardiani ed i gendarmi di quei valori e riferimenti identitari che entrano poi a far parte di una specifica cultura, racchiusa in confini e frontiere entro cui quelle identità si esplicano. Ma ciò non è forse vero anche per quegli strati tutt’altro che elitari e che vengono spesso denotati come “subculture”? Forse è qui che la performatività attecchisce e mette radici l’idea della performance teatrale?
La performatività, intesa come la messa in scena in campo identitario, appare spesso interpretabile attraverso le teorie goffmaniane. Si tratta di uno schema, ossia di una metodologia, applicabile in diversi fenomeni sociali. La metafora della rappresentazione teatrale e dell’interazionismo simbolico di Erving Goffman è sottesa dall’idea che l’interazione sociale impegna costantemente nel processo di “gestione delle impressioni” in cui ogni agente cerca di presentarsi e comportarsi per evitare l’imbarazzo proprio o degli altri. Da qui l’identità, posseduta o rivendicata, è coinvolta in una sorta di performance. Accogliendo la metafora Goffmaniana della rappresentazione teatrale, nell’attuale società dello spettacolo e del consumo, altamente informatizzata, artificialmente intelligente, e pervasa dai media, l’identità stessa può essere, in definitiva, vista come un “pubblico spettacolo”. Vi prendono sempre parte tre soggetti: un attore agente, un censore identitario e un pubblico, ossia un’audience. Lo spettacolo identitario si consuma pubblicamente, sotto gli occhi di una audience territorializzata e localizzata entro i propri confini, dispersa su propri spazi di riferimento consuetudinariamente noti, dove le vittime del controllo sociale sono sempre individuabili, proprio perché localizzate in tempo reale per via tecnologica. Mentre, invece, il carnefice censore è solitamente sfuggente, celato, non sempre localizzato, e in tendenza artificialmente intelligente; e perlopiù immune, di fatto, impunito ed impunibile, coriaceo nei confronti di eventuali sanzioni e pene. Talvolta il carnefice (esecutore materiale della censura) può essere solo un mandato che cela il vero mandante, cui sarebbe difficile risalire, senza opportuni mezzi, se si trattasse di un semplice software che attiva una procedura; per es. di Artificial Intelligence. L’audience, invece, appare sempre ricettiva, ma inconsapevole (quasi sotto l’effetto narcotizzante del medium utilizzato), spesso priva e incapace di dignità reattiva; e li dove si mostri realmente percettiva, al più è consumata dall’impotenza e dal rancore per il controllo e sanzioni subite.
Identità e nuove tecnologie: l’universo digitale ridisegna le frontiere del sé e dell’intimo
Nel Sé vanno distinti due componenti: l’Io e il Me: l’Io consapevole e il Me, come Sé conosciuto dall’Io. L’Io (parte attiva, conoscitrice) coincide con il soggetto consapevole, capace di conoscere, di prendere iniziative nei confronti della realtà esterna e di riflettere su se stesso.
Quest’impostazione è ricondotta a William James (1890) [9] e l’Io che conosce il Sé implica coscienza ed è uno dei principali problemi che impatta sugli studi dell’Intelligenza Artificiale e pertanto sulle nuove tecnologie e le insite capacità di analizzare, disegnare, o ridisegnare le frontiere del sé e dell’intimo. Volendo trovare un aggancio ad una visione Cartesiana antecedente di oltre 2 secoli si può ricordare che: «Con il nome di pensiero intendo tutte quelle cose che avvengono in noi con coscienza, in quanto ne abbiamo coscienza. Così non solo intendere, volere, immaginare, ma anche sentire è qui lo stesso che pensare.» [10] come riepilogato nello schema di Fig. 1.
Fig. 3.
Se assumessimo, invece, una prospettiva Freudiana dovremmo aggiungere l’Es e il Super-Io, rispettivamente orientati, nella formazione di strutture identitarie, o alla fruizione della libido o alla rinuncia di tale fruizione per trasformare in civiltà e forme di controllo quell’energia soggiacente all’Io e sue dotazioni psichiche. Una progressiva formazione soggetta non solo alla razionalità, ma anche all’inconscio/subconscio che richiamano in causa gli strati profondi e nascosti della personalità e quindi dell’intimo. Ma, indagare e riflettere sull’intimo, invece, ci pone dinanzi ad una società che grazie alla diffusione della tecnologia informatica e dei social media sembra caratterizzata da:
una generale pulsione a condividere ogni momento, ogni immagine visiva o interiore, ogni pensiero, professato o nascosto, ogni sentimento vissuto o auspicato; etc.;
una tecnologica ed irrefrenabile raccolta automatica (spesso attuata in violazione delle regole di privacy e di consenso espresso consapevolmente) per svolgere analisi di scelte e dati personali (i cosiddetti big-data!), con cui costruire profili identitari di singoli, gruppi, aziende ed istituzioni, orientati non tanto all’elevazione dei consumatori, quanto a quella del consumo, ossia ad un marketing funzionale al mercato ed al business.
Una rinuncia all’intimo, spesso inconsapevole e apparentemente con intenti di conformismo sociale o addirittura amicali, dove tutto è messo in piazza, senza che nulla possa essere più celato, ma piuttosto gridato. Questo grazie al proprio “free-account”, nel proprio prescelto social media, che alimenta in tal modo sistemi d’analisi specifiche in separata sede specialistica tutt’altro che palesi.
Così: «L’analisi multidimensionale dei dati è forse oggi il modo più comune per investigare empiricamente sui fenomeni reali, quando vengono studiati attraverso informazioni quantitative e/o qualitative. Queste ultime possono essere espresse in forma codificata o in linguaggio naturale, rispettivamente attraverso dati categoriali o dati testuali. Tali informazioni, inserite in opportune tabelle o matrici, sono oggetto di trattamento matematico o grafico. Elaborarle implica costruire strategie di analisi, quindi comporre in un percorso pertinente di studio un insieme di strumenti e tecniche, all’interno di metodi prescelti, al fine di ricavarne qualche modello di comportamento che tenda ad una rappresentatività più generale del caso esaminato (tentando di non essere razzisti)» [11]. Cosicché, in linea con quanto ormai ci insegnano pregevoli testi universitari sull’analisi multidimensionale dei dati, si sviluppano metodi, strategie e criteri di interpretazione dei comportamenti ben riconducibili ad (ormai!) incelabili identità, poiché all’occorrenza tracciate e localizzate in tempo reale. Ed i profili identitari coinvolti sono certamente disponibili, all’occorrenza, presso i data-center ove i dati fluiscono attraverso la rete e vengono memorizzati e processati.
Persistenza o dissoluzione dei marcatori identitari in un mondo globalizzato
Come posizione generica, di primo approccio, si potrebbe assumere che la persistenza o la dissoluzione dei marcatori identitari in un mondo globalizzato è strettamente legata alla persistenza o la dissoluzione dei valori di riferimento, tra cui occorre distinguere quelli praticati e vissuti, quindi fatti propri, e quelli verso cui si aspira, ma che non sono ancora divenuti parte del corpus valoriale proprio, e tuttavia ne costituiscono driver di mutamento. Infatti, in questa visione non possono essere i valori praticati e vissuti che vanno a costituire driver di mutamento, ma solo quelli di riferimento verso cui si aspira. In tal caso emerge in modo evidente, implicito nell’aspirazione valoriale, anche un ruolo della volizione e quindi della coscienza, almeno secondo una visione Cartesiana (vedi fig.3), visto che la volontà è uno degli attributi costituenti. Quindi è la volizione cosciente e la persistenza di una tensione verso valori altri rispetto a quelli propri e praticati che possono portare ad una dissoluzione dei marcatori identitari e quindi ad un mutamento di identità nel momento in cui si raggiunge ciò che si è voluto. I valori praticati e vissuti sono quelli che formano l’identità e la conservano immutata. Un’analisi di trend di eventuali dati individuali o di grande o piccolo gruppo sotto osservazione, anche su una scala metrica qualitativa, su selezionati marcatori identitari potrebbe confermare tutto ciò.
Se poi l’analogia con il teorema di Noether fosse ritenuta applicabile anche agli aspetti sociali, per cui la “banale” simmetria implicita nell’identità (A=A) comporta necessariamente conservazione di qualche grandezza, potremmo anche supporre che tale conservazione sia proprio riferita ai valori soggiacenti. E anche questo sarebbe coerente ed in linea con i ragionamenti e le assunzioni riportate sopra.
In analogia con neuroni, sinapsi e reti neuronali, pensando al singolo atomo sociale , ossia agente sociale, e alla loro vasta moltitudine in diverse forme, nonché alla rete di relazioni che li lega, l’ipotesi di un mondo globalizzato apre ulteriori ipotesi sulla possibilità di una coscienza collettiva e globale. Ciò avrebbe rilevanza anche per gli studi sull’AI, nonché sulla possibilità che essa possa sviluppare una coscienza, ritenuta da molti cosa impossibile poiché nessuna macchina può sostituire la coscienza umana (vedasi Irriducibile, F. Faggin, 2023).
Con l’evolversi della tecnologia elettronica, come aveva ben compreso Marshall McLuhan agli inizi degli anni ‘60, nel “Villaggio Globale”, ossia in un mondo globalizzato, l’informazione viaggia in tempo reale, proprio come in un villaggio tribale. Questo sarebbe stato impossibile senza le tecnologie elettroniche ed informatiche, che formando il tessuto connettivale tra i punti nevralgici del globo, lo consentono tecnicamente nella pratica abitudinaria. Insomma, in termini analogici, quasi una materializzazione di sinapsi e reti neuronali dell’ipotetico Io Globale funzionali all’Io Collettivo, il cui riconoscimento reversibile lo traspone nell’identità: Io Globale = ME MONDO.
Tale trasposizione conduce ad una coincidenza, una sorta di sovrapposizione quantistica su larga scala, da cui scaturisce il collasso della funzione d’onda di una entità collettiva dotata di “coscienza”. Ossia la “coscienza” come requisito indispensabile affinché l’Io Collettivo abbia la percezione di sé nel ME MONDO!
Possiamo quindi quietamente affermare che in un mondo globalizzato orientato ad una civiltà dell’immagine, come quello in cui viviamo, l’immagine individuale di gruppo o di grande aggregato (istituzioni, popoli, nazioni, loro raggruppamenti, etc.) è una istantanea della rispettiva identità in quel momento. L’immagine è dunque il riflesso dell’identità: sia della parte più oggettiva che ha già preso corpo; sia della parte meno oggettiva, ma che in un processo metamorfico può oggettivarsi nel mutamento.
Da tutto ciò conseguirebbe che mentre l’identità consolidata è una immagine istantanea, nitida e chiara in tutte le sue possibili sfumature, l’identità in itinere (fondata su variabili ancora non note e se note non ancora con effetti rilevabili) è necessariamente un’immagine tutt’altro che nitida, ma dai contorni sfocati, imprecisati ed imprecisabili perché causalmente soggetti a leggi stocastiche, strettamente legate a loro volta alle interazioni tra un gran numero di costituenti (atomi sociali) elementari che appartengono ad una Rete Unica.
La persistenza o la dissoluzione di marcatori identitari, sia in un mondo globalizzato che in termini assoluti, chiamano in causa una relazione con il tempo, o più esattamente variazioni nel tempo. Una variazione nulla in un tempo discreto è considerabile come immutabilità o persistenza, mentre una piccolissima variazione in un tempo quasi infinitesimo è chiaramente da considerare un “picco”, che appare tanto più evidente e significativo quanto più è piccola la scala alla quale viene osservato. Dato il probabilismo piuttosto che determinismo della realtà, una persistenza di fenomeni con effetti nulli non implica necessariamente che tali effetti non esistano, ma può significare soltanto che essi sono latenti e non si sono ancora manifestati, né questo può significare che degli effetti si manifesteranno necessariamente, anche se in via d’incubazione. Potremmo dire, con altri termini, che in una realtà osservata la persistenza di una semplice “presenza”(per es. elementi comunicazionali o identitari “neutri”), apparentemente improduttiva, può in realtà produrre mutamenti se la persistenza è sufficientemente prolungata.
Identità e controllo sociale: la “Vergogna Scomparsa”, ossia un fondamentale elemento di controllo sociale e di autocritica venuto a mancare
Non si può negare, in linea con i contenuti dell’appello, né che l’identità sia in continua evoluzione, influenzata da fluttuazioni storiche, ricomposizioni sociali e mobilità contemporanea e neppure che questo processo dinamico sollevi interrogativi sulla permanenza e la trasformazione delle frontiere che delimitano e strutturano le appartenenze collettive e individuali. Ciò aldilà che si tratti di piccolo o grande gruppo, famiglia, azienda, chiesa, nazione, etc.. L’identità, quindi, lungi dall’essere una essenza immutabile e cristallizzata, si inserisce in un processo dialettico che coniuga continuità e rottura, eredità e metamorfosi. Ma abbiamo anche visto come l’identità sia semplicemente un’immagine istantanea dell’attimo, che riflette i valori assunti in quel momento, sebbene i mutamenti valoriali, e quindi identitari, siano fenomeni concreti che si registrano nella realtà sociale. Ed una volta introdotti gli effetti mutazionali del tempo, per comprendere come vi possa essere dissoluzione di marcatori identitari (dunque anche valoriali!) si dovrebbe, però, aldilà dei pur necessari limiti di una trattazione, passare a discutere anche dei valori e degli strumenti di controllo sociale, tra cui la vergogna; sentimento di un tempo che fu, e della vergogna dei valori, sentimenti che ancora attorcigliano molti cuori di libertari o conservatori di oggi, come quelli di ieri.
La vergogna, processo psicologico relazionale, è tuttora ritenuta una delle più spiacevoli e penose esperienze che si possono fare, poiché nei momenti in cui interviene implica il desiderio di scomparire dalla faccia della terra, dato che ferisce in modo lacerante la propria immagine identitaria, quindi l’autostima e la fiducia di sé. Essa trascina nell’impotenza, produce passività nella convinzione della perdita del proprio onore essendo la propria dignità andata in frantumi.
Qui di seguito ci concentreremo su questo sentimento, o meglio su questa emozione, spinti da un fatto concreto: «Quando la nostra immagine va in frantumi,.. vorremmo sprofondare!». Un concetto divenuto sottotitolo di un vecchio saggio [12] scritto quando un residuo di un tale attributo, sebbene già in fase calante, era ancora riscontrabile nella nostra società. Le passate preoccupazioni sui possibili aspetti patologici della vergogna sembrano scomparse. Eppure si affermava che: «…la vergogna essendo un’emozione spiacevole e negativa svolge precise e importanti funzioni psicologiche sia nella regolazione del proprio comportamento in riferimento all’immagine di sé, sia nella calibrazione delle relazioni con gli altri in riferimento agli standard sociali del proprio gruppo di appartenenza. Tuttavia considerate le implicazioni psicologiche della vergogna sul livello di autostima e sulla integrità della propria identità personale, questa emozione non è esente dal rischio di attivare delle vere forme di patologia e di disturbo psichico. Tale rischio è certamente maggiore in quei soggetti che, più di altri, dimostrano di avere un’elevata inclinazione e predisposizione alla vergogna». In pratica sono tuttora in gioco il fallimento dell’immagine di sé e un drastico abbassamento del livello di autostima, ma le preoccupazioni per le patologie da vergogna sembrano scomparse. Ma osservando la realtà, che mostra segni di squilibro del tutto anomali rispetto ad un passato vissuto, quando si distingueva tra le culture della vergogna (orientali) e quelle della colpa (occidentali), ed osservando in particolare il comportamento trasgressivo e ripetitivo, se non fuori della legittimità di note personalità, istituzioni e gruppi di potere, sembra potersi chiedere se sono quelle patologie ad essere scomparse oppure, verosimilmente, curata fin troppo, è scomparsa la vergogna stessa e con essa ogni “colpa”? Oppure in alternativa è scomparsa la consapevolezza delle proprie azioni che solitamente diamo per scontata in entità singolari o plurali dotate di coscienza?
Comunque sia, anche a causa delle situazioni confuse che viviamo, qui si ipotizza che gli effetti del controllo sociale (prodotti da: famiglia, scuola, religione, istituzioni, gruppi, ostracismo, vergogna, etc.) sono tutti efficaci vicini all’equilibrio, ma divergono lontano da esso. Comportamento, questo, che è tipico dei fenomeni caotici, dove meccanismi di reiterazione, o di retro-azione, efficaci all’equilibrio come rafforzatori del controllo, diventano lontano dall’equilibrio essi stessi – quasi invertiti nei fini – fonte di divergenza. Se così è, ci siamo dunque allontanati dall’equilibrio e marciamo verso le biforcazioni ed il caos.
In altri termini, si dissolve quella “caratteristica” che viene utilizzata per descrivere le convinzioni guida o gli ideali che caratterizzano una comunità, una nazione o un’ideologia; ciò che impatta l’equilibrio tra cautela e passione, influenzando emozioni, comportamenti e persino la morale. In definitiva, si osserva come il “gioco sporco”, individuale, di gruppo, sociale o politico che sia, ove smascherato non produca più “Vergogna” e viene a mancare uno dei meccanismi principali di autocritica e controllo sociale che, nel persistente laissez faire, possono condurre lontano dall’equilibrio; producendo un mutamento di identità e conseguentemente un mutamento dei confini ad essa associati.
Si fa notare, nei vecchi manuali citati, che l’esperienza della vergogna (e presumiamo anche la sua scomparsa) ha un tratto distintivo e peculiare molto importante: essa si manifesta tendenzialmente in una situazione pubblica, anche se poi, come conseguenza, si può provare vergogna anche in privato. Ma tra i punti centrali di una tale esperienza vi è il fatto che essa è generata dalla violazione e trasgressione di standard pubblici. Talvolta è generata da cattiva prestazione notevolmente al disotto rispetto agli standard assegnati. Di qualunque campo si tratti (professionale, istituzionale, religioso o anche famigliare sono le azioni ritenute indegne o inferiori a quanto atteso pubblicamente che generano vergogna, avendo dato prova che non si è all’altezza di quanto atteso da standard sociali o dalle altrui aspettative. E ciò costituisce un vero e proprio rovesciamento della proprio pubblica identità, che genera la non accettazione del sé negativo, con emersione di vergogna e dei suoi segni espliciti e riconoscibili (rossore, sudorazione, pallore, imbarazzo, confusione, comportamento impacciato, passività, incapacità reattiva, persino fuga, se non reazione compensativa di irritazione e violenza, depressione).Tutti segni di una consapevolezza dell’accaduto.
Se dunque la vergogna è veramente scomparsa, può essere a causa dell’assenza di consapevolezza, come se i meccanismi della coscienza si fossero attutiti. Ma ciò può anche essere frutto di una progressiva assuefazione rispetto alla percezione del sé negativo in occasioni di sua emersione per eventi ripetitivi. Insomma, una sorta di allenamento al disagio che la vergogna causa. Per cui anziché attendere che essa si manifesti, la si sfida attraverso il comportamento trasgressivo, pubblico e ripetuto. Non è un caso che il comportamento pubblico trasgressivo sia un tratto di molti personaggi pubblici, in particolare dello spettacolo. Essi modellano la loro identità percepita dall’audience in funzione del proprio successo, superando talvolta non solo i limiti del buon gusto, ma anche quelli della decenza. Ciò accade anche sui social media e non bisogna andare certo nel Deep-Web per averne evidenze. Si assiste così ad un progressivo spostamento della “normalità” attraverso un processo in cui vergogna e trasgressione sono antitetici e dove l’impunità della colpa trasgressiva diviene un rafforzativo del comportamento anomalo, favorendone l’interiorizzazione e la stabilizzazione come tratto identitario.
In pratica si dovrebbe qui registrare l’efficacia dell’impunità e della persistenza trasgressiva nella creazione di una nuova normalità, più tollerante e più tollerata. E questi meccanismi, purtroppo, non si verificano esclusivamente nel mondo dello spettacolo e dei social media caratterizzandoli, ma spesso anche in quello della politica, della religione, delle istituzioni, della scuola/università, della famiglia, richiamando alla mente un vecchio proverbio inglese con radici bibliche: spare the road and spoil the child (Proverbi 13:24). Non si tratta di andare controcorrente con nostalgia per vecchi modelli educativi, quanto, piuttosto, di riaffermare disciplina e guida con giustizia, non per punire, bensì per riflettere l’idea che l’amore si dimostra attraverso la correzione e l’insegnamento costanti per indirizzare una società verso la saggezza.
Le strategie individuali e collettive di rivendicazione o negoziazione identitaria
Se è vero che esistono strategie individuali e collettive di rivendicazione o negoziazione identitaria deve sempre esistere un “termine di confronto” verso cui esse sono dirette. In ogni caso esse si differenziano tra loro, poiché le rivendicazioni implicano contrapposizione, quindi conflitto, mentre le negoziazioni implicano dialogo. Però, aldilà delle modalità, in entrambi i casi il “termine di confronto” implicato deve necessariamente rivestire una qualche forma di “potere” generico capace di accogliere la rivendicazione e soddisfare la negoziazione. Pertanto, indipendentemente da strategie e loro modalità attuative, si è portati ad indagare su tale potere e su come esso sia percepito rispetto ai problemi identitari e di confini.
La percezione del Potere, sia a livelli individuali, che di gruppo, sembra essere un forte strumento di mutazione valoriale e quindi di mutazione identitaria. Una educazione classica in termini occidentali, formatasi sulla storia stessa dell’occidente e dell’Europa in particolare, salvo casi peculiari, tende a considerare un Potere riconoscibile come “legittimo” nella misura in cui esso è preordinato e orientato al bene del popolo che a quel Potere è affidato. Le discussioni ed interpretazioni su Machiavelli ed “Il Principe” – dove “Il fine giustifica i mezzi” – abbondano nella storia della cultura di questo Paese e sono state spesso occasione di acceso dibattito culturale, come anche sulla presunta idea che essere temuti è meglio che essere amati. Alternativa ultima che Machiavelli poneva dinanzi all’impossibilità sperimentata di avere entrambe le cose.
È pur vero, secondo la Storia, che Caligola fece del suo asino un Senatore e seppur diversamente, analoghi fatti, espressione di potere incontrollato, sembrano accadere ancora oggi! Ma, “Il Principe” avrebbe mai fatto ricorso a improvvisati [in-]esperti o selezionati [in-]competenti; oppure teatranti [e giullari, o buffoni di corte], per affidare loro le sorti di quelle decisioni difficili da intraprendere? Decisioni di cui sapeva di dover rendere conto – se non al suo popolo, grazie alla detenzione della forza nei suoi confronti – certamente verso altri: Principi come e forse più forti di lui? [13] “Il Principe”, peraltro, non ipotizza affatto un apparato tecnocratico di gestione del potere, svincolato da obblighi etici e di probità, che sia orientato al business e all’accaparramento dei beni senza regole e senza limiti. L’agire del Principe, per Machiavelli, non è un tradimento dell’etica, ma la sua riformulazione entro i limiti della responsabilità politica. Il fine non è l’interesse personale del governante, ma la sopravvivenza dello Stato e il benessere collettivo. Per questo, ridurre Il Principe a un manifesto di immoralità – come talvolta si è tentato fare – significa perdere di vista la profondità teorica e la drammaticità storica di un’opera che ancora oggi interroga la coscienza politica europea. La conclusione non può che essere, pertanto, la necessità di riconoscere, che “Non omnes apti sunt ad imperandum”, specie in momenti di crisi strutturali di una società che si percepisce chiaramente in declino, mentre conserva memoria di un passato non troppo lontano di una società coesa e cooperativa che poteva idealmente essere identificata da Iustitia fundamentum regni; a tal punto che quella giustizia era al tempo stesso espressione di stabilità e di sicurezza sociale; così che ne derivava una Iustiatia erga subdidos melior est quam multitudo exercitum, concetto che storicamente può aver avuto un qualche ruolonell’apertura a sistemi democratici da parte delle vecchie monarchie assolute.
Aldilà delle forme democratiche o autocratiche di gestione, il Potere non può essere per tutti, ma solo per coloro che sono in grado di gestirlo per i fini cui è destinato, senza l’introduzione di motivazioni extra, specie se autogratificative, per se stessi o le eventuali lobby affiliate, in contrasto con il bene primario dei popoli. Ovviamente non sempre è necessario il consenso da parte del popolo su ciò che il Potere deve attuare per il “bene comune”. Il Potere e chi lo detiene può procedere certamente senza il consenso popolare, ma non può sottrarsi al giudizio sul suo operato, non solo quello “popolare”, ma anche quello più pesante della Storia, con riflessi identitari incommensurabili sui Potenti e su i Popoli da loro amministrati. Inoltre, la stessa nozione di bene comune oggi è questionabile, non soltanto perché può essere ritenuta tale in assoluto in tempi di relativismo imperante, ma anche perché vi sono state – specie nei tempi recenti – manifeste occasioni di cattivo uso (per non dire abuso) del potere attraverso forme che si sono poi manifestate come manipolative e incentrate su assunzioni giustificate come “scientifiche”, ma poi risultate non veritiere, almeno nei termini in cui erano state propagandate. Tutto ciò a significare che la frustrazione di aspetti valoriali, nella convinzione che il contesto popolare e manipolativo può renderli accettabili in ogni circostanza, ha fatto maturare la convinzione diffusa che l’approccio manageriale al potere è oggi radicalmente mutato rispetto al passato ed è fondato – ben oltre la manipolazione dei dati – sul “Management by Fear”. Ciò ha certamente influito sui processi valoriali e quindi identitari dei popoli, ma soprattutto ha disvelato ai loro occhi un nuovo volto del potere che quegli stessi popoli non riconoscono rispetto alla configurazione cui sono stati educati a vederlo. Al fine di giustificare tali affermazioni si riporta qui di seguito una parte che è presente su un precedente lavoro reperibile in zenodo.org.
Il Management , ossia la gestione, (anche quello del Potere) non è semplicemente un insieme di conoscenze o di metodologie, anche metriche o operative, teoriche e/o pratiche, che possono essere applicate in modo razionale, ripetitivo, incontestabile, sino a giungere ad essere codificate in standard internazionali o in letteratura professionale. Ci sono stati massimi esperti del settore che hanno distinto un Management Operativo, focalizzato sulle attività, sui processi , sui risultati, da un Management Strategico, focalizzato anche sulle persone, sui loro comportamenti e atteggiamenti, sulle loro conoscenze e visioni, sui valori. Si è giunti così all’appellativo di “risorse umane”, considerate alla stregua di altre risorse trattate qualitativamente e quantitativamente al fine del raggiungimento degli obiettivi prefissati. Il Management, termine quanto mai abusato in questo nostro tempo, può rinviare ad un “vertice” che si identifica con il punto decisionale più alto; può implicare una gestione razionale di un processo o progetto in vista di un obiettivo prefissato; può riferirsi semplicemente alla direzione ed ai suoi stili di gestione delle risorse implicate (particolarmente di natura umana, ambientale, o naturale in generale) facendo leva su un driver motivazionale (di natura economica, etica, relazionale, emozionale, transazionale, di sicurezza, etc.). Se riflettiamo su tale elemento da un punto di vista storico-industriale occorre far notare che si è passati, specie in ambiti produttivi, da un momento di Tayloristica razionalità nella funzione organizzativa ad un “Management of Human Relations”, quindi a un “Management by Tasks”, subito dopo evoluto in un “Management by Objective”. Quest’ultimo, introducendo un legame con un sistema premiante per raggiungere gli obiettivi prefissati, ha fatto scoprire che il sistema premiante poteva conservare la sua efficacia anche se non restava tale divenendo “precarizzante”.
Cosi, successivamente, è divenuto un “Management by Fear”. Il processo, poi, è stato inarrestabile e ci ha condotti oggi “From Management by Fear to Power by Fear”. In sostanza si giunge ad argomentare su un legame tra il Management esterno ed il Potere attuativo, propriamente detto, non meglio identificato ma presumibilmente vero. Lo si può fare, in sintonia con analisi weberiane sullo spirito del capitalismo, attraverso quell’etica protestante nordamericana dopoguerra (II° WW) che aveva generato lo sviluppo e l’ American Dream, in cui erano nate figure WASP (White Anglo Saxon Protestant) dominanti. Oppure, lo si può fare ricercando le ragioni nella selezione della classe dirigente. Selezione basata sulla competenza solo ai bassi e medi livelli, riservando e facendo dipendere le più alte posizioni dall’appartenenza sociale, a gruppi elitari o famigliari, e dalla connivenza e interessi condivisi con le classi dominanti in una logica di “status quo”. Come aveva mostrato e forse anticipato già negli anni ‘70 Franco Ferrarotti con la pubblicazione delle conclusioni di sue ricerche americane in Sociologia del Lavoro.
Senza scendere nello spiritualismo, ci si interroga, dunque, per comprendere se veramente da ciò cui abbiamo assistito e assistiamo tuttora ne possa emergere, in realtà, un quadro piuttosto connesso, in linea con quella tradizione sapienziale vetero-testamentaria che predica “Initium Sapientiae Timor Domini” (Proverbi 1, 7). Ed anche se ci è stato consentito di possedere la Terra dovremmo riscoprire che la nozione di possesso non coincide con quella di proprietà, per cui della Terra ne dovremmo essere i custodi! Tutti! Nessuno escluso! In pratica : qui arriviamo nudi e ce ne andiamo nudi; siamo tutti solo in affitto e nessuno è proprietario! E questi concetti vengono riallacciati egregiamente con quello della sostenibilità in ipotesi di riassestamento dell’Ordine Globale: il Great Reset di cui tendenze “complottiste” vociferano, ma di cui poi si danno definizioni su Wikipedia e nel World Economic Forum. Parallelamente ci si chiede se l’obiettivo di un simile cambiamento, supposto vero, sia veramente quello professato, o comunque lasciato intendere, di una “equità” cui la sostenibilità appare legata, ossia di una maggiore giustizia distributiva nella comunità umana, specie verso gli ultimi, gli emarginati, gli esclusi e gli scartati! In definitiva: la realizzazione ultima di quella fratellanza universale tra gli umani, sempre predicata, ma mai attuata, senza che alla fine risulti – come è sempre accaduto nella Storia – che “tutto cambi affinché nulla cambi”.
Dunque, se è vero che la percezione del Potere ha mutato l’assetto identitario di popoli interi e se è vero che identità e confini sono strettamente connessi, non dovremmo aspettarci un conseguente mutamento nei confini, che potrebbe semplicemente essere il ritorno ad una precedente configurazione “alterata” senza un vero coinvolgimento e consenso dei popoli interessati?
L’identità e l’immaginario: un esempio di rappresentazione letteraria che può plasmare appartenenze e differenziazioni
In un momento di transizione verso quella che è stata definita la società del controllo totale, con mutazione di identità e confini, diviene naturale che George Orwell sia molto citato, nel tentativo di inquadrare fenomeni e tentare di dar loro una esplicita spiegazione. I social media poi, veicolano l’immaginario e l’audience l’assorbe con effetti non del tutto prevedibili o controllabili. L’esempio qui riportato è tratto da un post sulla piattaforma “X”[14]e ne viene qui riportato il contenuto in corsivo tentando di non modificarlo per effetto di contesto e traduzione. Trattandosi di elementi dell’immaginario letterario, l’interpretazione e il giudizio su quanto segue non può che essere lasciato a ciascun lettore. E se qualcuno di essi individuasse anche in ciò un tentativo avverso allo Stato, magari per contrastare tendenze sovraniste emergenti, suggerirei di riflettere, come ben noto, che un’azione di “picconatura” istituzionale è stata da tempo avviata, proprio da massimi esponenti istituzionali della politica espressi dal consenso democraticamente formato [15].
«Orwell scrisse una volta che le donne sono sempre e inevitabilmente dalla parte dello Stato, c’è chi ritiene che questo abbia MOLTO senso e spiega perché così tante donne vengono manipolate per diventare progressiste, affermando peraltro ch e(Orwell) non era misogino, stava solo facendo un’osservazione psicologica. A suo avviso, le donne, in particolare nel loro ruolo di curatrici e garanti della moralità, tendono a dare priorità alla sicurezza e alla compassione rispetto al rischio e alla libertà, e questo istinto, sebbene naturale, viene facilmente sfruttato dai sistemi totalitari. Quando il conformismo viene commercializzato come compassione, il controllo viene rinominato cura, lo Stato attinge alla psiche femminile per imporre l’obbedienza ideologica. Ora considerate questo: gli uomini farebbero quasi qualsiasi cosa per attrarre una compagna, quindi quando lo Stato cattura le donne attraverso la propaganda, ridefinendo la tirannia come empatia e la conformità come virtù, gli uomini le seguono, soprattutto quelli che non possono competere nel mercato tradizionale, si femminilizzano e barattano la forza con la sottomissione. Questa è quella che i biologi evoluzionisti chiamano la strategia della “sottile f”. Uomini di basso status imitano tratti femminili o posizioni morali nella speranza di ottenere un accesso riproduttivo. E mentre tutto questo accade, le famiglie si disintegrano. La maternità single, uno dei principali fattori predittivi di povertà e disfunzione sociale, diventa la norma. I figli di famiglie mono-genitoriali hanno molte meno probabilità di scalare la scala sociale, e chi interviene come fornitore e protettore? Non il padre, lo Stato. Ma ecco il punto: lo Stato è finanziato in modo sproporzionato dagli uomini, quindi, invece di sostenere direttamente le donne che hanno sposato e con cui hanno cresciuto i figli, gli uomini sovvenzionano lo Stato, che a sua volta provvede alle donne attraverso programmi sociali. Perché? Perché le donne sono state indotte dalla propaganda a vedere ogni relazione come una dinamica di potere, tranne quella con lo Stato, che ironicamente è la centralizzazione del potere puro. È stato detto loro che affidarsi a un uomo è debolezza, ma affidarsi a una burocrazia è empowerment. Questo non è progresso. Questa è dipendenza con un volto nuovo. E sia gli uomini che le donne soffrono. La donna di mezza età senza figli e l’incel [16] sono due facce della stessa cultura in frantumi. Una donna senza un figlio proprio spesso indirizza il suo istinto materno verso cause astratte, infantilizzando le minoranze con la scusa della giustizia sociale. Ciò a cui assistiamo da uomini e donne psicologicamente malati è il concetto di risentimento di Nietzsche. L’invidia mascherata da moralità. Il forte è diventato malvagio. Il debole è diventato buono. La forza è diventata tirannia. Viviamo in una società patologicamente debole che si schiera persino dalla parte di chi la danneggia, dove punire il crimine sembra ingiusto e la vittimizzazione è la virtù più alta. Nietzsche li chiamava tarantole, coloro che predicano la giustizia ma agiscono per rancore. Non vogliono elevare i deboli, vogliono abbattere i forti. Anche Orwell li vedeva. La maggior parte dei socialisti di mezza età, pur desiderando teoricamente una società classista, si aggrappa come colla ai propri miserabili frammenti di prestigio sociale. Questi individui amareggiati, istruiti e benestanti non si preoccupano realmente degli oppressi. Li trasformano in armi. Il vero obiettivo è il successo, la competenza, l’indipendenza, perché queste qualità espongono le proprie inadeguatezze. Ma la risposta alla femminilità patologica non è la mascolinità patologica. Non si tratta di spostare il pendolo troppo nella direzione opposta. La risposta è l’equilibrio. Mascolinità e femminilità non sono nemiche. Sono simbiotiche. Abbiamo semplicemente esagerato. Siamo sfuggiti a un mondo in cui la mascolinità un tempo tiranneggiava la femminilità, solo per arrivare a un mondo in cui la femminilità sta tiranneggiando la mascolinità. Non siamo oppressi dal patriarcato, siamo soffocati da debolezza patologica, invidia e risentimento. E se non riconosciamo questo squilibrio, il futuro non sarà libero. Sarà emotivamente manipolato, moralmente confuso e biologicamente insostenibile.»
Alla ricerca nell’immaginario letterario di possibili driver agenti sul cambiamento di identità, di fronte a ciò che accade oggi nel mondo occidentale, c’è anche chi avanza l’ipotesi circa “la bugia come strumento del potere” secondo il concetto che ruota intorno a “la banalità del male”, titolo che Hannah Arendt, storica e filosofa tedesca, ha dato ad una sua opera, in cui lo sviluppò, presumibilmente nel tentativo di recuperare una misura umana di razionalità di fronte all’orrore prodotto dall’ordinaria mediocrità:
«Mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi.» [17]
Conclusioni
Nella storia, la legittimazione del potere appare basata su diversi elementi, che variano a seconda del periodo storico e delle società. Tra questi, la forza e la minaccia di esercitarla brutalmente, il consenso popolare, la tradizione e la religione, e, più recentemente, la legittimità costituzionale e i meccanismi elettorali.
Ancor prima della nascita delle democrazie liberali il concetto di reciprocità nell’agire sociale ha avuto un effetto di normazione e strutturazione delle interazioni in ogni società, poiché la reciprocità appare spontanea nell’umana natura. In effetti non c’è nulla di male nella mutua assistenza e cooperazione, implicando una relazione di quid pro quo, in cui i favori vengono scambiati con altri favori. La frase che si usa al riguardo nel mondo anglosassone è “tu mi gratti la schiena, io ti gratto la tua” significa che se qualcuno ti fa un favore, tu ricambierai facendo un favore a lui. In questo concetto di reciprocità è evidente la nascita di una potenziale obbligazione, che nei casi positivi che accadono può assumere una circolarità e quindi una stabilità nel tempo che unisce piuttosto che dividere, che alimenta una situazione win-win di vantaggio per le due o più parti coinvolte. Li dove la reciprocità si interrompesse, però, è evidente che nascono i problemi, poiché si giunge in un punto in cui un potenziale “debito” di reciprocità che nasce dall’interruzione non è “onorato”. In presenza di una cultura che ha conservato un minino di vergogna e sappia riconoscere la verità, quindi il debito, ma che al tempo stesso è capace di conservare il valore e la nobiltà del perdono per la remissione del debito, nulla è compromesso. Infatti, il “disonore” causato dal debito non onorato, sebbene produca discredito da un lato e crisi dall’altro, può ancora permettere un riequilibrio e quindi una normalità, grazie proprio alla cultura del perdono. Ciò accade specie in presenza di un debitore ed un creditore che insieme riconoscono valore e applicabilità del detto popolare “chi è caduto e si rialza, non si dice che è caduto!”. Ovviamente l’adesione a un tale approccio comporta una sistemazione pratica del debito: magari su un lungo periodo, o a condizioni agevolate, o con una parziale cancellazione o combinazioni varie di tali componenti. A ristorazione avvenuta la reciproca fiducia e stima è ripristinata e si ritorna in condizioni di reciprocità praticabile grazie al ritorno della “pistis” e alla restaurazione dell’ “ethos”.
Le conclusioni di questo lavoro, senza alcuna pretesa che i contenuti qui esposti possano riuscire a sensibilizzare il lettore e al contempo a motivarlo a reagire affinché la logica imperante afflitta da assenza di “ethos”, “pistis” e “vergogna del gioco sporco per perdita della faccia (identità)” possa essere avversata e sconfitta. Tali conclusioni sembrano però prospettare l’eventualità di un movimento generalizzato verso quella che M. Foa, con un suo recente libro, ha indicato come “La società del ricatto”, dove si teorizzano nuovi modi di gestione del potere. Modi in cui l’elemento legittimante del “bene comune dei popoli” viene percepito come un’assenza, una scomparsa rispetto a tempi antecedenti. Questo sembra essere concretamente uno dei mali silenziosi del nostro tempo, ma raramente viene diagnosticato. Peraltro, sebbene sia chiaramente individuato come ricatto, appare come un “modello” che si diffonde a tutti i livelli nella nostra società: dalla politica, che diventa infida e brutale, alle relazioni internazionali con il prevalere della legge del più forte. Attraversa il mondo dell’economia, a detrimento dei piccoli e medi imprenditori, e contamina il mondo del lavoro, inibendo il riconoscimento del merito e la valorizzazione dei talenti. Penetra persino nella nostra intimità, riuscendo a rovinare i nostri rapporti sentimentali e familiari; fenomeno che prende il nome di ricatto emotivo. La diffusione della «cultura» del ricatto opera in modo trasversale e multidisciplinare. Si domanda, quindi, se sia proprio così come M. Foa sembra sostenere: «Qualcosa non va nella nostra società, è come se un virus misterioso fosse entrato nel nostro corpo. Un virus subdolo che ci colpisce in modo sottile, progressivo, quasi invisibile. Non ci uccide ma rovina le nostre esistenze, svuota i nostri valori senza che ce ne rendiamo conto, perché quasi nessuno lo identifica come un male sistemico. Quel virus ha un nome: si chiama «cultura» del ricatto. Sì, siamo diventati anche, purtroppo, la società dei ricatti.»
Se fosse realmente così e fossimo davvero già giunti a dover persistere nell’esecutivo Power by Fear, le prospettive che si possono immaginare senza un recupero di “ethos”, “pistis” e “vergogna del gioco sporco per perdita della faccia (identità)”, sembrano poter essere anche le seguenti, poste in ordine di gravità crescente, secondo una visione catastrofista, se non addirittura apocalittica (e per certi versi “cinematografica” secondo i modelli in voga):
Una società Orwelliana, distopica, dominata e tenuta insieme con la forza: il contrario di un mondo ideale, certamente totalitario, caratterizzato da oppressione, controllo e ingiustizia, in cui la libertà individuale è limitata e la società è controllata da un potere oppressivo.
Un’aperta, violenta e permanente ribellione, che vedrebbe contrapposti i popoli verso le proprie élite, con cicliche decimazioni di massa dei loro oppositori; una società che vivrebbe solo nella penuria di ogni cosa e negli stenti, incapace quindi ad assicurare la sopravvivenza alla gran parte degli umani; un conflitto tra poche potenze belligeranti con il ricorso anche ad armi nucleari tattiche e più in generale l’uso generalizzato di armi NBC che porterebbero nel medio lungo termine alla distruzione dell’intero pianeta.
Ma la prospettiva che una qualsiasi potenza conosciuta e attualmente presente sulla Terra possa dominare l’intero pianeta riunendo tutti i confini in uno solo con lo spazio esterno e alieno, sulla falsariga del progetto biblico di Nimrod, non sembra una opzione considerabile, vista peraltro la distruzione della Torre di Babele e la confusione delle lingue (che avvenne allora da parte del Creatore in termini punitivi della superbia insita nel progetto!). Piuttosto, l’esito secondo alcune confessioni religiose (evangeliche e cattolica in particolare), che nei loro testi fondamentali considerano l’Economia delle Nazioni e il mantenimento dei confini come la mandatoria forma prescritta sino ai tempi apocalittici [18], potrebbe piuttosto essere che pur restando una grande tensione verso l’azione motivata dalla promessa “ut unum sint” sembrerebbe potersi realizzare solo a valle di quel tempo di cui “nessuno può conoscere né il giorno, né l’ora”! [19]. Nel frattempo, si creda o meno, non possiamo che riflettere sulle parole che ci pervengono da quella direzione implicata nella trascendenza, che sono indicative di uno stato e di una percezione di cui si riporta di seguito in corsivo la traduzione:
«Il nostro mondo... parla costantemente, a una velocità e a un volume devastanti, per non dire nulla. La civiltà moderna non sa tacere. Proferisce un monologo senza fine. La società postmoderna rifiuta il passato e considera il presente come un oggetto di consumo a basso costo; immagina il futuro in termini di un progresso quasi ossessivo. Il suo sogno, divenuto triste realtà, sarà stato quello di rinchiudere il silenzio in una prigione umida e buia. Si instaura così una dittatura della parola, una dittatura dell’enfasi verbale. In questo teatro di ombre, non rimane altro che una ferita purulenta di parole meccaniche, senza prospettiva, senza verità e senza fondamento. Molto spesso la “verità” non è altro che la pura e fuorviante creazione dei media, corroborata da immagini e testimonianze fabbricate… . La postmodernità è un’offesa e un’aggressione continua contro il silenzio… . Dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, il silenzio non ha più alcun posto;… . In questo inferno di rumore, l’uomo si disintegra e si perde; si disintegra in innumerevoli preoccupazioni, fantasie e paure. Per uscire da questi tunnel deprimenti, attende disperatamente il rumore affinché gli porti qualche consolazione. Il rumore è un tranquillante ingannevole, che crea dipendenza e un falso tranquillante. La tragedia del nostro mondo non è mai riassunta meglio che nella furia del rumore insensato che odia ostinatamente il silenzio. Quest’epoca detesta le cose a cui il silenzio ci porta: l’incontro, la meraviglia e l’inginocchiarsi… . Persino nelle scuole, il silenzio è scomparso. Eppure come si può studiare in mezzo al rumore? Come si può leggere nel rumore? Come si può allenare l’intelletto nel rumore? Come si può strutturare il pensiero e i contorni del proprio essere interiore nel rumore? Come possiamo aprirci al mistero… , ai valori spirituali e alla nostra grandezza umana in continuo tumulto? Il silenzio contemplativo è una piccola fiamma fragile in mezzo a un oceano in tempesta. Il fuoco del silenzio è debole perché è fastidioso per un mondo indaffarato» [20].
Questo estratto da un testo del Card. Sarah, riportato con qualche “omissis-laicizzante”, sembra richiamare alla nostra attenzione che quando l’informazione diviene smisurata e ingestibile essa diviene “rumore” e non fa altro che generare entropia , allontanandoci dall’esplorare la trascendenza e la spiritualità cui saremmo destinati.
D’altra parte, lo affermava F. Nietzsche ne “La Gaia Scienza”, quasi alla fine del 1800, dove si sostiene che: “Dio è morto”. Con quella metafora, più che constatazione, si indicava il crollo delle certezze metafisiche e morali tradizionali, in particolare quelle legate alla fede cristiana che aveva modellato l’identità della civiltà europea e non solo. Da lì si è proceduto sino ad oggi con una navigazione a vista in mari sempre più agitati e perigliosi. Le diverse identità si sono fuse e confuse nel caos evolutivo. Il modello identitario classico fondato sul trinomio identità-cultura-lingua non appare più sufficiente per i nostri tempi. Probabilmente, in senso generale, il “creolo” caratterizzerà le identità di un futuro senza confini e avremo solo Patrie Immaginarie con Confini Complessi secondo la visione di Salman Rushdie o secondo quella interplanetaria/esoplanetaria di Elon Musk, alla ricerca di nuovi mondi per una Terra nuova e cieli nuovi (Rivelazione, Cap.21). La diversità tipica che ha caratterizzato le diverse etnie, civiltà, culture, potrà entrare a far parte del folklore a servizio del business vacanziero, mentre si invocherà la sostenibilità e l’ecologismo in veste proxy, ossia per procura; quindi un ecologismo sostenuto da altri in nostra vece, ma non da noi stessi. Esattamente come accade per taluni interminabili conflitti dei nostri giorni, in modo tale che, orwelliana-mente, chi governava il passato, continui a governare il presente e chi governa il presente continui a governare il futuro.
In conclusione, appare ormai convinzione diffusa in molti strati sociali che il mondo non abbia lo scopo di aumentare i profitti di élite comunque determinatesi, magari attraverso situazioni di conflitto permanenti e strutturali, funzionali allo status quo e al suo rafforzamento, bensì quello del sostenimento e cura della vita biologica e cosciente dei sistemi che lo compongono. Ovviamente, sono ivi incluse le stesse élite, secondo principi essenzialmente antropici messi a punto dalle stesse scienze naturali [21], per cui diviene credibile che la vita degli Osservatori e del Creato sono la gloria del Creatore, che vuole la Sua Opera osservata, conosciuta, sperimentata, vissuta e conservata dalle Sue Creature. Dimenticare questo obiettivo vitale, di conoscenza e di servizio, a cui tutti sono chiamati, impone dover richiamare alla memoria un memento rivolto ai Potenti di questo Mondo e depositato in quelle Scritture considerate Sacre, dove si legge “giudicherete gli Angeli (1 Corinzi 6:3). [22] Infatti: “la nostra battaglia è contro le potenze dell’aria”[23] (Efesini 6,12). Una visione che non è comune a tutti gli umani, ma che secondo il proprio credo religioso può contrapporli.
Di fatto, i temi della stabilità e del caos, cui sono legati identità e confini, divengono, oggi, interesse della politica! Ma senza il recupero di un’etica condivisa si potrà mai aspirare alla Pace, nel riconoscimento e valorizzazione dell’identità e dei confini di ciascuno?
In questo sforzo da compiere verso il recupero di un’etica condivisa, uno dei possibili modelli cui ispirarsi sembra essere quello offerto da uno scienziato, Fritjof Capra, nel suo recente saggio “I principi sistemici della vita”[24]. Si tratta di un invito a modificare radicalmente la nostra visione del mondo. Anziché vederlo come una macchina che si può distruggere o modificare a volontà, tanto poi si ripara con “pezzi di ricambio” (alimentando funzionalmente lo status quo conflittuale!), dovremmo riconoscerlo come una rete viva, capace di rigenerarsi, innovarsi e auto-dirigersi in modo intelligente. Ma anche come una rete senziente e capace di soffrire; spesso senza poter metabolizzare il dolore per lo scempio palese causato. Questa prospettiva fornisce gli strumenti concettuali essenziali per affrontare le sfide ambientali, sociali ed economiche contemporanee in modo efficace, integrato e armonioso. Tutti i sistemi viventi – da cellule e organismi a comunità umane e ecosistemi – si strutturano come reti complesse di relazioni. Ciò significa che per comprenderli non basta isolare i componenti (es. atomi, molecole, cellule, individui, gruppi, …), ma bisogna studiare le connessioni, i flussi e le interdipendenze tra di essi. Questa visione olistica ha implicazioni decisive per economia, politica e cultura: proprio come le crisi identitarie e frontaliere, oppure le crisi climatica e sociale: esse sono sistemiche ed interconnesse. Ed anche le soluzioni devono essere sistemiche e interconnesse! In definitiva, la vita deve essere riconosciuta come un fenomeno dinamico e processuale, che incorpora qualità fondamentali essendo:
Rigenerativa: i sistemi viventi recuperano e riciclano materia ed energia, mantenendo un flusso continuo per sostenere la propria esistenza;
Creativa: l’auto-organizzazione produce nuove strutture e forme, portando innovazione e biodiversità;
Intelligente: la vita manifesta una sorta di “intelligenza” distribuita, emergente dai sistemi complessi, che consente adattamento, risposta al cambiamento e apprendimento.
Evoluzione/Ridondanza/Flessibilità: attraverso apprendimento e adattamento una capacità di trasformazione nei confronti delle perturbazioni.
Queste caratteristiche corrispondono ad altrettanti principi guida in tempi di mutamento identitario e frontaliero, se ispirate dalla cooperazione animata da spirito di reciprocità e di servizio, piuttosto che dal conflitto e dallo spirito di potenza orientati al dominio.
In questa visione si può intravedere la convinzione che il metodo scientifico nelle scienze sociali implichi anch’esso, necessariamente, una verifica sperimentale sulla realtà, senza la quale non è possibile individuare le vere tendenze dei fenomeni che si manifestano ed ogni azzardata “profezia” al riguardo rischia di divenire risibile illazione. Le variabili qualitative tipiche della ricerca sociale, di per sé non permettono una metrica e non sono direttamente misurabili, se non attraverso “scale”. Grazie alla diffusione dell’analisi multidimensionale dei dati e ai potenti strumenti di calcolo resi disponibili dalle tecnologie informatiche moderne, oggi possono anch’esse essere trattate con approccio quantitativo, una volta individuate le variabili implicate per via qualitativa. Di primo acchito e in via del tutto teorica, la possibile impostazione di un metodo quantitativo è stato affrontato separatamente e altrove, utilizzando i concetti resi disponibili dalle teorie del caos. ed è stato reso già disponibile in open access . Ciò, in particolare, per chi fosse interessato a testare sul campo la possibile esistenza di una “funzione di produzione della stabilità sociale” fondata proprio su identità e confini; in analogia con la funzione di Cobb & Douglas ampiamente nota in campo economico-sociale. Disponendo di una analisi qualitativa e quantitativa insieme, si potrebbe così pensare di approfondire la ricerca strutturandola in un metodo per indagare l’argomento nell’ambito delle scienze storico-sociali traguardando anche ai fatti del passato, oltre che recenti. In tale approccio, ad esempio, il tracciamento del proprio territorio, tipico del mondo animale, suggerisce non solo che esso è innato e funzionale alla sopravvivenza, quindi al conflitto, ove la sopravvivenza stessa fosse minacciata. Confini ed identità hanno dunque una stretta relazione con la territorialità ed il potere che si esercita su un territorio, sulle entità che lo popolano. Inoltre, potere e territorialità sono strettamente legati, in quanto il potere, soprattutto in ambito politico con forme democratiche, si esplica su un territorio e su una popolazione che attraverso il proprio consenso determina il potere e le sue forme. Da qui segue che lo Stato, per esempio, è la forma più tipica di organizzazione del potere politico, che si manifesta attraverso leggi, istituzioni e la capacità di esercitare la forza su un territorio definito. Ma oggi sono ancora gli Stati a governare o i processi di globalizzazione cui abbiamo assistito negli ultimi decenni hanno condotto l’intero sistema globale a punti di irreversibilità, caratterizzato da perdita di potere degli stati, crisi e conflitto strutturale che fanno supporre nuove teorie del crollo, sotto altre forme rispetto a quelle tradizionalmente conosciute [25]?
Il presente contributo ha inteso proporre una possibile metodologia ibrida, integrativa della parte qualitativa (oggetto del presente lavoro), con una parte quantitativa, già pubblicata. Qualora tale integrazione – tipica dei recenti orientamenti all’analisi multidimensionale dei dati – venisse adottata in una futura e più ampia e strutturata ricerca multidisciplinare, essa potrebbe essere condotta attraverso studio di casi, comparazione storica, analisi semantica di contenuti social, analisi letteraria. Nonché, facendo riferimento a pensatori classici e moderni, affinché si intuisca come: identità, confini e loro relazioni, s’inquadrano in processi caotici di tipo più generale, inscritti nei principi sistemici della vita stessa, che si organizza in reti viventi, intrinsecamente rigenerative, creative ed intelligenti, secondo una moderna visione scientifica [26]. L’analisi proposta, dunque, mira a contribuire a una rinnovata riflessione – con un metodo suggerito, ma da elaborare, per integrare parte qualitativa e quantitativa – sulle strutture identitarie e sui confini, nella convinzione che solo il recupero di un ethos condiviso, nonché di una pistis reciproca, potrà ristabilire equilibrio e legittimità nelle società complesse.
Bibliografia
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[8] Agnieszka Stawinoga – Presentation – Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche Università degli Studi di Napoli Federico II.
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[14] Georg Simmel – Individuo e Gruppo – Editore Armando (2006) – ISBN 88-8358-836-3.
[15] F, Ferrarotti, Brevi cenni intorno all’uso del metodo statistico-matematico nell’analisi qualitativa dei fenomeni sociali, Appendice I all’edizione 1972 del Trattato di Sociologia, UTET.
[16] L. Frudà, Elementi di metodologia e tecnica della ricerca sociale, Editrice Elia, 1975.
[17] Richard S. Lazarus – Psicologia della personalità – Giunti Editore – 1974.
[18] Rocco Morelli, “Social Network Analysis (SNA): Can identities and frontiers be modeled and correlated through IT/AI?”. URL: doi.org; zenodo.org.
[19] Fritjof Capra – I principi sistemici della vita – Idee sulla natura e sull’ecologia umana – Ediz. Aboca 2024 – ISBN 978-88-5523-288-3.
[20] Noam Chomsky “Linguaggio e politica” – Di Renzo Editore, 2014 – EAN: 9788883232879.
[21] I Principii della Filosofia – R. Descartes – Ed. Barese – 1914.
[22] Sergio Bolasco – Analisi multidimensionale dei dati. – Metodi strategie e criteri di interpretazione. Carocci Editore – Aulamagna – ISBN 978-88.290-1595-5.
[23] Luigi Anolli – La Vergogna – Collana N. 49 Farsi un’idea – Il Mulino (2000) – ISBN 88-15-07387-6.
[24] Catechismo della Chiesa Cattolica – Editrice Vaticana – Edizione 1992 – ISBN 88-209-1888-9, pagine 33 e 34.
[25] Bibbia, Edizione CEI 2008 / Edizioni Paoline, 1983.
[26] John D. Barrow / Frank Tipler, Il Principio Antropico, Edizioni Adelphi, 2002, ISBN 9788845939778.
[27] Donato Petti, Dialogo sulla politica con papa Benedetto XVI, Lateran University Press, 2013.
[28] F. Ferrarotti, Corso di Laurea in Sociologia, Università di Roma, Sociologia del lavoro, Lezioni, Editrice ELIA, Roma, 1974.
[29] F. Mattioli, Sociometria e Sociologia, Sociologia e metodologia della ricerca, Editrice ELIA, Roma, 1977.
[30] L. Frudà, Elementi di metodologia e tecnica della ricerca sociale, Editrice Elia, 1975.
[31] P. Bordieu, Practical Reasons. Stanford University Press, 1998.
[32] Stefania Barca, Entropia. Un nuovo paradigma per la storia economica? Rivista Meridiana, Le frontiere del sociale. URL: www.rivistameridiana.it.
[33] C. Cosmelli, Fisica per Filosofi – Teorema di Noether, Editore Carocci, 2022, ISBN 978-88-430-9962-7.
Ringraziamenti
Ringrazio il Prof. Ernesto Pellecchia, per la lettura del presente lavoro e per i suoi utili commenti, nonché ringrazio il Prof. Melvin Vopson dell’IPI-Information Physics Institute per aver accolto su IPI-Letters (vedi doi.org) l’analisi quantitativa di cui il presente lavoro costituisce complemento dal punto di vista dell’analisi qualitativa.
Note
[1] Reperibile per esteso al link [6]: URL: www.portale.analisiqualitativa.com.
[2] Vedasi il paragrafo “8 Conclusions” nell’articolo “Social Network Analysis (SNA): Can identities and frontiers be modeled and correlated through IT/AI?”. URL: doi.org; zenodo.org.
[3] Fritjof Capra, I principi sistemici della vita – Idee sulla natura e sull’ecologia umana-Ediz. Aboca 2024 – ISBN 978-88-5523-288-3.
[4] Reperibile per esteso al link [6]: URL: www.portale.analisiqualitativa.com.
[5] Vedasi il paragrafo “8 Conclusions” nell’articolo “Social Network Analysis (SNA): Can identities and frontiers be modeled and correlated through IT/AI?”. URL: doi.org; zenodo.org.
[7] Vedasi di Noam Chomsky “Linguaggio e politica” – Di Renzo Editore, 2014 – EAN: 9788883232879.
[8] Così la si chiamava agli albori di discipline come la Metodologia per la Ricerca Sociale orientata alle indagini in campo.
[9] URL: www.studocu.com.
[10] Cartesio – Principi della Filosofia [4, I, 9].
[11] Sergio Bolasco – Analisi multidimensionale dei dati. – Metodi strategie e criteri di interpretazione. Carocci Editore – Aulamagna – ISBN 978-88.290-1595-5.
[12] Luigi Anolli – La Vergogna – Collana N. 49 Farsi un’idea – Il Mulino (2000).
[13] Si può leggere questo paragrafo, un po’ come tutto, con o senza i contenuti in parentesi quadre, proprio a seconda dei propri orientamenti, percezioni e posizionamento politico.
[15] Si potrebbe parlare del deputato polacco Grzegorz Braun che strappa la bandiera dell’UE, si pulisce le scarpe e poi la brucia fuori dal Ministero dell’Industria a Katowice affermando che uno stato Europeo non esiste, perciò nessuna bandiera EU deve essere esposta in Polonia (vedasi x.com e x.com). Ma si potrebbe pensare anche- con qualche misura diversa da approfondire e con molta cautela – a casi come: il presidente Trump contro il Deep State Usa; i presidenti di Ungheria Orban e di Slovacchia Fico. E si potrebbe anche citare il presidente Italiano Cossiga ai tempi della emersione della Gladio.
[16] Membro di una comunità online di giovani uomini che si considerano incapaci di attrarre sessualmente le donne, solitamente associato a opinioni ostili nei confronti delle donne e degli uomini sessualmente attivi. (Definitions from Oxford Languages).
[18] Vedasi per esempio: Punti 56, 57, 58, del Catechismo della Chiesa Cattolica – Libreria Editrice Vaticana – Edizione 1992 – ISBN 88-209-1888-9, pagine 33 e 34; come pure ichthys.com – paragraph 7) Law and nationalism as a restrainers of satanic influence.
[19] C.E.I.: Marco 13,32. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.
[21] John D. Barrow / Frank Tipler, Il Principio Antropico, Edizioni Adelphi, 2002, ISBN 9788845939778.
[22] La frase “giudicherete gli angeli” è tratta dalla Bibbia, specificamente da 1 Corinzi 6:3, e si riferisce al ruolo che i santi (o credenti salvati) avranno nel giudizio futuro. Secondo una certa scuola di pensiero, questo non significa che i santi condanneranno gli angeli in senso legale, ma piuttosto che, avendo ricevuto la salvezza e la gloria, saranno in grado di comprendere e apprezzare il ruolo degli angeli e il loro servizio. Però, ciò non concorda con un’ altra scuola di pensiero Angelo-logico, che vede nella Rivelazione l’esito finale della Creazione quale lotta tra gli Angeli del Bene e quelli del Male.
[23] La frase è una citazione Paolina, specificamente dalla Lettera agli Efesini 6:12. Essa afferma che la lotta cristiana non è contro esseri umani, ma contro principati, potenze e dominatori del mondo oscuro, forze spirituali malvagie che risiedono negli “altri luoghi celesti”. San Paolo, autore della lettera agli Efesini, la utilizza per descrivere la natura spirituale del conflitto affrontato dai credenti.
[24] Fritjof Capra “I principi sistemici della vita” – Idee sulla natura e sulla ideologia umana – Edizioni Aboca 2024. (ISBN 978‑88‑5523‑288‑3).
[25] Donato Petti, Dialogo sulla politica con papa Benedetto XVI, Lateran University Press, 2013 in cui si legge: “Indubbiamente va attentamente rivalutato il ruolo e il potere politico degli Stati, in un’epoca in cui esistono di fatto limitazioni della loro sovranità a causa del nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale”.
[26] Fritjof Capra – I principi sistemici della vita – Idee sulla natura e sull’ecologia umana – Ediz. Aboca 2024 – ISBN 978-88-5523-288-3.