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Udire, Ascoltare, Sentire / Sous la direction de AnnaMaria Calore / Vol.21 N.2 2023

Solitarie riflessioni di un passante: frammenti di spirito del nostro tempo

Rocco Morelli

magma@analisiqualitativa.com

Membro della Commissione Scientifica AICE/ICEC, Direttore Scientifico “Ambiente e Società” e Membro del Comitato di Collegamento di Cattolici per una Civiltà dell’Amore.

Abstract

Viene qui fornito un esame critico della crisi strutturale che ha investito quel mondo occidentale, di cui siamo considerati parte inalienabile, riprendendo e rivedendo precedenti singole elaborazioni destrutturate, attraverso l’assunzione di una preordinata prospettiva evolutiva, come osservatore partecipante, autonomo e non schierato a priori, in associazioni e gruppi popolari frequentati. Ripercorrendo aspetti problematici che abbiano potuto contribuire a determinare la crisi, quali: la costruzione europea, la globalizzazione dell’economia e dell’informatizzazione dei sistemi, la transizione energetica, aspetti di economia monetaria, e l’inseguimento malriuscito di una economia e un mondo più sostenibili, si giunge a inquadrarli come eventi accaduti anche sotto la spinta di velleità egemoniche ed elitarie, perseguiti emozionalmente da più parti in causa, lontano da una necessaria razionalità. Ne emerge un quadro complessivo che porta in primo piano, la dimenticata precarietà intrinseca della vita sulla Terra. Precarietà nella quale la necessità armonica del “paesaggio interiore” di ogni singolo essere umano e di ogni singola entità vivente,  ha necessità urgente di tornare ad essere parte dialogante di una rinnovata armonia vitale del Pianeta stesso. Nel sottostante contributo all’appello, vengono rammentate alcune tra le ragioni di fondo, che conducono il lettore a dovere inevitabilmente ammettere la necessità di ricercare opzioni diversificate, e scelte necessariamente condivise ed  inevitabili, per  tentare di evolvere verso una sostenibilità olisticamente intesa.

 

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Figura vestita, in preghiera Studio per la serie di murali della ricerca del Santo Graal alla Biblioteca pubblica di Boston Edwin Austin Abbey (1852-1911)

Premessa Introduttiva[1]

C’è chi, in questi tempi percepiti come pre-apocalittici, annuncia la fine della globalizzazione, la fine dell’Europa, e con essa dell’Euro, e persino la fine della Chiesa. Ma è veramente così? Eppure sembrano “verità declamate” a sentire i toni e a vedere l’ostentazione di sicurezza di coloro che le annunciano sui social media ed altrove, senza fornirne convincenti ragioni!

Una perturbante caratteristica che stigmatizza il nostro tempo sembra essere la scomparsa della verità oggettiva, o per meglio dire, se si prova ad investigare su ogni fatto o aspetto, in particolare quelli che caratterizzano la nostra società, essa sembra presentarsi molto spesso in forme soggettive, duali e contrapposte, al punto che ci si interroga se sia mai possibile un discernimento con metodo “scientifico” che vada oltre l’ipotesi di verità soggettivamente percepita. Ciò accade in modo particolare se si usa il web - sottorete di internet - a fini di ricerca. In Giurisprudenza sembra assumersi che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi possono costituire una prova, poiché l’Art. 192 del Codice di Procedura Penale afferma che l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi, a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti. La Scienza, invece, da molto tempo ormai, ci ha insegnato che i fatti fisici di cui si occupa sono caratterizzati da indeterminismo (sebbene impercettibile a scale di grandezza umana). Quindi probabilismo, piuttosto che determinismo, tanto più si passa dal macrocosmo al microcosmo atomico e sub-atomico, dove è impossibile che l’indagine della realtà condotta dal ricercatore a quella scala non influenzi la verità che su quella realtà egli va cercando[2].

Ponendo il problema della “neutralità avalutativa” della ricerca nelle Scienze Sociali, Max Weber nel suo saggio “Il lavoro intellettuale come professione” indica che i fatti in se stessi non sono portatori di “senso”, ma lo acquisiscono quando sono ricomposti in un “quadro tipico ideale”, in uno schema logico sequenziale che li interconnette. Il senso che ne emerge, comunque, non attiene all’oggettività, ma esprime quella soggettività e quell’orientamento che all’insieme conferisce chi opera la ricomposizione. Assumendo tale insegnamento, se ne desume che la “ricerca su basi scientifiche” (nell’accezione riferita alle Scienze Sociali), che coinvolge fatti e accadimenti nella società umana, li rende suscettibili di essere interpretati in funzione del “quadro tipico ideale” assunto e che ne caratterizza la ricomposizione, ma i cui risultati potrebbero essere, però, scontati a priori e determinati dagli orientamenti valoriali del ricercatore, anche quando “inconsapevole”. Se ne trae, così, la sensazione che la soggettività permei la ricerca nel campo delle scienze umane e che l’oggettività non potrà mai appartenere ad esse: una sorta di “relativismo” che conduce alla scomparsa della “verità” nel campo delle scienze umane? Non è certo questo il luogo per affrontare una tale discussione, ma costituisce un’avvertenza per ciò che segue.

La discussione offre comunque l’occasione per affermare, come ogni ricerca – alla luce dell’insegnamento weberiano - più che “risultati oggettivi” evidenzi lo sforzo di ricomposizione che, a sua volta, fornisce gli orientamenti valoriali assunti per condurla; gli unici su cui si può basare una critica, sempre che venga data per scontata, o accertata, la veridicità dei fatti riferiti. Su di essi, di norma, non vi è alcuna cosciente intenzione distorsiva e qualora ciò inconsapevolmente avvenisse, più che mera falsificazione del dato per motivi ideologici, dovrebbe essere assunto come “errore umano”, evidenza dei limiti di chi, per esempio, si volge al passato per interpretare il possibile futuro con inadeguatezza di strumenti e di mezzi. Una simile avvertenza è apparsa “doverosa” nell’interpretazione dei temi complessi e controversi qui di seguito posti in discussione, in maniera forse approssimata, ma dove più che seguire una rigida metodologia compilativa con rimandi a referenziate citazioni o argomentazioni, si è voluto condensare alcuni elementi (in totale franchezza, ma senza pretese di assoluta verità) che sono entrati a far parte di idee diffuse in estese frange della nostra società. Peraltro, senza indagare se tutto ciò sia avvenuto correttamente o erroneamente, ma cercando su quali idee emergono interrogativi e questioni di fondo mai soddisfatti, sui quali la riflessione soventemente si sofferma poiché coinvolge il futuro di intere generazioni della società umana globale. In ogni caso, aldilà di ogni giudizio di merito e di valore, emerge uno spaccato di “un sentire comune” che sembra vada sempre più diffondendosi in alcune fasce della società italiana, europea e occidentale in generale di cui – volenti o nolenti - facciamo parte.

Dovremmo, comunque, anche ricordare pezzi di storia recente e passata che ci rammentino in che modo ne facciamo parte. Saggisti di ieri e di oggi hanno sottolineato come la civiltà occidentale tutta affondi radici in quell’humus giudaico-cristiano[3] respinto, di fatto, dalla Costituzione Europea. Già questo soltanto basterebbe a connotare l’iniziale unitarietà che oggi appare smarrita. Aldilà degli storici contributi del Marquise de Tocqueville sull’analisi della società americana del suo tempo, del dono francese della Statua della Libertà al popolo americano, si potranno pure abbattere tutte le statue di Colombo, dei grandi del passato, fare tutta la chiarezza storica che si vuole sui fatti, ma non si potrà mai negare che la società nordamericana, che ha dato più recente sviluppo alla civiltà occidentale, sia nata – nel bene o nel male – dai coloni provenienti dall’Europa[4]; anche attraverso le migrazioni europee, che talvolta hanno duplicato o spaccato famiglie aldiquà e aldilà dell’Atlantico, con nessi e legami parentali volontariamente o fortunosamente conservati o ritrovati sino ai nostri giorni. Nonostante tali nessi e legami, ci sono stati momenti di conflitto che hanno contrapposto fratelli e cugini, zii e nipoti, amici e conoscenti, militanti in opposte fazioni o milizie, in nome di ideali d’allora, messi oggi anch’essi in discussione. In particolare l’Europa, da sempre terra di lotte per il predominio, ha trasformato così, tra alterne vicende, i suoi territori in luoghi di guerre, di scempi e di stermini[5]. Due guerre mondiali, un unico conflitto separato da un armistizio di vent’anni, come spiegano alcuni storici, non sono bastate; come sembrano evidenziare i fatti dei nostri giorni. In un’ottica di espansione coloniale, si potrebbe affermare che, ai nostri giorni, una Europa storicamente colonizzatrice è stata colonizzata dagli eredi dei suoi stessi, “coloni nordamericani di un tempo”. Le “guerre mondiali di liberazione” dell’Europa dalle guerre di supremazia interna hanno solo garantito armistizi più o meno lunghi? Sono stati solo strumenti di colonizzazione, culturale e non solo?

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L’Europa in senso geografico non ha mai conciso con l’Europa in senso politico ed economico. Un tentativo di unificazione parziale durato oltre 40 anni rischia di fallire o è in atto un tentativo più ambizioso?

Al riguardo, infatti, qualcuno rammenta: “Guai ai vinti!”. Quest’antico monito ci ricorda che la civiltà umana è sorta e si è sviluppata da un lato, secondo la visione e le direttive dei vincitori dei vari conflitti e delle innumerevoli guerre vissute dall’umanità nel corso dei millenni, e dall’altro lato con il duro lavoro degli “schiavi”, con il silenzioso e talvolta ribelle sacrificio dei “vinti”. Non di rado questi ultimi sono stati portatori di un’espressione di civiltà più alta rispetto ai loro vincitori. Ciononostante essi, i vinti, una volta sottomessi, hanno sempre dovuto piegare la loro volontà per dare attuazione a quella espressa dai vincitori, anche e soprattutto in rispettoso “omaggio” alla “forza”, alla “potenza”, che ha condotto i vincitori fino alla supremazia. In taluni fortunati casi lo schiavo colto - espressione della civiltà dei vinti - veniva impiegato come pedagogo dei figli dei vincitori e in circostanza di una intera vita dedicata al fedele servizio dei vincitori stessi non era raro che ricevesse - come segno di riconoscenza del buon lavoro svolto – lo status di “liberto”. La condizione in cui l’antica schiavitù poneva i vinti, confrontata con le forme più sottili e meno appariscenti di schiavitù o pseudo-schiavitù nella società moderna, mette comunque in chiaro la straordinaria importanza che gli schiavi avevano per i loro padroni, anche semplicemente come “forza lavoro”, al punto che non di rado entravano a far parte della “familia” e ne costituivano una importantissima dotazione.

Cosicché i padroni erano i primi interessati alla salute, alla cura e alle normali esigenze che uno schiavo doveva soddisfare per rendere con efficienza i suoi servigi a chi ne deteneva le sorti, inclusa la vita e la vita in buona salute. Escludendo i possibili legami affettivi che a lungo termine potevano anche sorgere, il legame di puro e semplice interesse che univa il padrone al suo schiavo è stato rotto – nella modernità – con l’effetto combinato dell’abolizione della schiavitù, nelle forme palesi, con l’introduzione della moneta e del lavoro salariato. Queste affermazioni, nonostante le diverse intenzioni, possono apparire una forma di apologia della lotta di classe. Ma, l’effettiva esistenza nell’era moderna di smarrita etica e perduta responsabilità sociale, di crollo di tutele conquistate nei secoli dalle classi subalterne nelle stesse società occidentali, e il chiaro riaffiorare di “libere forme di sfruttamento” di esseri umani condotti a sopravvivere in condizioni di sussistenza e talvolta di assoluta miseria, offensiva per la dignità umana, dovrebbe far riflettere e far chiamare con il loro vero nome operazioni di “tratta umana” o di “nuove schiavitù” che si realizzano – non più solo nei luoghi di origine - sotto i nostri occhi per grandi fette della società globale.

Lo strumento che fa dell’uomo di oggi non più uno schiavo, ma – ancor peggio che in passato! - un misero, uno scarto della società umana, è la privazione della possibilità di un lavoro e la scomparsa di un minimo di sussistenza. Bisognerebbe, comunque, rammentare sempre (pena, squilibri e conflitti!) che nella storia umana, storia di élite in senso paretiano: è sempre stata la “Forza” a governare il mondo, e quando si è imposta la “Ragione” ed ha prevalso, essa ha prevalso solo perché l’hanno consentito coloro che detenevano la “Forza”. Un qualunque pacifico cambiamento negli equilibri, o negli assetti globali o locali dei nostri tempi è impensabile che possa avvenire senza l’accordo di coloro che oggi detengono la forza. Per usare un’efficace espressione popolare si potrebbe dire che “non si può andare in paradiso a dispetto dei santi”. Posto ciò e prima di procedere oltre nel discutere di Europa e di costruzione europea, della sua crisi e della necessità di un ripensamento degli attuali assetti, occorre tenere presente tutto quanto sin qui riportato. Non è raro sentir riferire, in colti dibattiti, come la costruzione europea sia stata il frutto dell’azione di alcune élite. Ecco secondo l’enciclopedia Treccani, un breve brano sulla teoria che le riguarda:

«La teoria delle élites si propone di spiegare scientificamente una delle tendenze indiscutibili della storia umana: il fatto che, in ogni società e in ogni epoca, una frazione numericamente ristretta di persone concentra nelle proprie mani la maggior quantità di risorse esistenti - ricchezza, potere e onori - e s’impone alla quasi totalità della popolazione. Questo fenomeno costituisce uno degli oggetti più antichi e maggiormente discussi nelle scienze sociali: filosofi, storici, economisti, sociologi e politologi, a partire da Platone e Aristotele, hanno cercato d’individuare le modalità e le cause delle diseguaglianze sociali e della distribuzione del potere. Ma è soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando sia la sociologia che la scienza politica acquistano un più deciso orientamento empirico, che il fenomeno delle disparità potestative presenti nella società diventa il tema centrale di queste discipline. Non stupisce quindi che Max Weber dedichi alcune delle pagine più interessanti della sua sociologia politica a quella che egli chiama "la superiorità del piccolo numero" (Vorteil der kleinen Zahl), che Friedrich von Wieser inizi la sua monumentale ricerca sul potere (Das Gesetz der Macht, 1926) partendo dalla constatazione della perennità del "principio minoritario" secondo cui poche persone governano le masse, che Gaetano Mosca pretenda di costituire la scienza politica a partire dall’analisi della dicotomia governanti-governati, che Vilfredo Pareto identifichi nelle élites e nella loro circolazione i concetti chiave per un’interpretazione globale dei fenomeni politico-sociali».

Qualcuno potrà argomentare che la forza nel mondo globalizzato è oggi frammentata in diverse mani e che il progresso ha cancellato la schiavitù, mentre la tecnologia ha ampliato enormemente le “armi” utilizzabili - aldilà delle chimiche, batteriologiche, virali, nucleari e neutroniche - sino a renderle talmente raffinate da essere capaci di sopraffare il nemico senza privarlo della sua esistenza e senza arrecare serio danno materiale a ciò che esiste. Tutto questo è talmente vero che sono divenute “armi” nelle mani di élite anche codici informatici, ovvero software, in grado di puntare un titolo sul “mercato” e simulando in frazioni di secondo transazioni ad alta frequenza (High Frequency Trading)[6], alterarne - attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta - il valore e quindi manipolare il mercato a proprio piacimento. Sono divenute subdole “armi” d’élite la destabilizzazione di vaste aree, sulle quali si nutrono interessi, sino a condurle alla guerra civile, alla guerra per procura[7] (Proxy War ), e a produrre profughi in casa altrui, anch’essi utilizzati come sottile strumento di attacco in piani egemonici inconfessabili. Sono divenute “armi” d’élite raffinati concetti di economia e di finanza che, attraverso il gioco di differenziali d’inflazione indotti in aree di libero scambio a valuta comune, possono affossare un’intera economia privilegiandone un’altra[8].

Sono divenute evidenti “armi” d’élite i giochi di borsa; tra essi, specie quelli attraverso i cosiddetti prodotti finanziari derivati (per es. i futures), vere e proprie armi d’attacco per governare i prezzi delle materie prime e degli alimenti, per causare ad arte crisi locali di governi, banche ed istituzioni. Sono divenute evidenti “armi” d’élite i debiti pubblici sovrani, lievitati attraverso gli interessi pagati da nazioni sovrane (private della loro sovranità monetaria; passata, di fatto, a banche private), in modo tale che crisi indotte abbassino i tassi reali di crescita al punto da essere inferiori ai tassi reali di interesse gravanti sul debito e in tal modo porre quelle nazioni in condizioni di “non sostenibilità del debito”, strumento primario per richiedere ad esse di piegarsi alle proprie volontà. In tutti i casi si tratta di strumenti comunque distruttivi, che permettono peraltro di mostrarsi ipocritamente amichevoli con il proprio vicino, non considerandolo apertamente un avversario da battere (oggi, ancor più facilmente di ieri!) cui stringere la mano a fine della lotta, ma ritenendolo, segretamente in pectore, un nemico “inferiore” da distruggere impietosamente.

Così i concetti di amico e nemico scompaiono poiché il driver all’azione è uno soltanto: la supremazia mossa dalla volontà di predominio e dall’istinto di potenza. Ma è proprio così? Ne possiamo essere certi? Chi può dire se siamo veramente giunti a tanto? Comunque, le fosche visioni di vaneggiatori immersi in tesi complottiste vanno combattute, semmai, non attraverso la forza delle armi, vecchie e nuove, ma attraverso i comportamenti, l’esempio, l’intelligenza, l’insegnamento, l’evidenza, la correzione. È di tutto questo che ha bisogno il mondo, globalizzato o meno, se l’umanità deve fare un salto di qualità verso una nuova fase della storia. In alternativa, non potrà che esserci “pianto e stridor di denti” generalizzato; salvo – ovviamente – che per un esiguo numero di “umani”: le élite. Ma in tal caso non si può esser certi che l’attributo di “umani” sia il più calzante alla situazione.

Europa, Europa!… Quo Vadis…!

Il nostro modo di pensare, formulare idee e valutazioni sui fatti che accadono e ciò che ci circonda è strettamente legato a molte variabili: alcune endogene e soggettive, (le proprie capacità percettive ed intellettive, la cultura e l’educazione ricevuta, il proprio senso critico, i propri valori, la capacità di “filtrare” le informazioni, etc.); altre esogene e oggettive (i fatti e le cose osservati e le capacità di interpretarli, il proprio ambiente ed ambiente di riferimento, il proprio status socio economico, l’informazione che ci raggiunge, il “rumore” e le distorsioni connesse ai segnali che riceviamo, ovvero la qualità e quantità dell’informazione ricevuta, etc.).

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Se potessimo enumerare tutte le variabili e stabilire una relazione funzionale tra esse e la formazione delle idee che ne conseguono, forse (e occorre sottolineare bene questo dubitativo), sarebbe possibile determinare in termini predittivi il risultato, almeno per quanto riguarda l’ “orientamento” di ciascuno; comunque in termini probabilistici e non certamente deterministici. Peraltro, non è detto che qualcuno non lo stia facendo già, sulla base di ciò che grazie all’uploading e downloading mettiamo sul e scarichiamo dal web, ciò che scegliamo, acquistiamo e commentiamo in rete, insomma sui cosiddetti “big data” e non solo, acquisiti grazie alla information technology e alla geo-localizzazione permanente che essa consente. Non a caso si parla di “controllo totale” come caratteristica precipua di questo tempo. Ma, una variabile sembra sfuggire e predominare sempre su tutto: lo “Spirito del Tempo” (Zeitgeist in tedesco, oppure genius saeculi come dicevano gli antichi padri latini).

Come sostengono enciclopedie[9] on line, c’è chi, come i filosofi materialisti, riconduce lo Spirito del Tempo a sovrastrutture politiche, ordinamenti, istituzioni, e così via; mentre altri, come gli spiritualisti, lo connettono ad altre attività, per es. cultuali e culturali o alle pratiche quotidiane e della vita domestica, alle tradizioni. In prospettiva esoterica lo Spirito del Tempo non è un’entità astratta, bensì un essere reale, angelico . Una sorta di spirito dei popoli che è in relazione con i cicli storici di una determinata entità, impartendone l’ordine evolutivo affinché ogni nazione viva in maniera differente la propria evoluzione e la propria storia, e ne diventi artefice. In questo Spirito del Nostro Tempo, anche quando espresso in chiave culturale come puro e semplice artificio retorico, sembrano presenti diverse componenti, ma volendone connotare quella che appare essere tra le principali, per i cittadini europei, si potrebbe riprendere la seguente frase dello scomparso Papa Benedetto XVI:

«Indubbiamente va attentamente rivalutato il ruolo e il potere politico degli Stati, in un’epoca in cui esistono di fatto limitazioni della loro sovranità a causa del nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale»[10].

Analoghe preoccupazioni sembrano trovare posto negli atti e dibattiti parlamentari del periodo costituente dell’Italia post guerra. Ma quelle preoccupazioni sembrano ormai sopite ed inesistenti nello scenario dei nostri giorni, se non in frange estreme e marginali comunque soggette ad un controllo sociale gestito. Si potrebbe addirittura sostenere, aldilà degli aspetti teologici, che le ultime encicliche papali che sono entrate a far parte della Dottrina Sociale della Chiesa (in particolare Caritas in Veritate, Evangelii Gaudium, come pure Laudato Si’ e Fratelli tutti)[11] rivelando meccanismi sociali soggiacenti a questa civiltà tutta, siano apparse permeate da uno Spirito del Tempo con un elevato potere di suggestione (non solo per i cattolici), nonché di analisi della realtà che viviamo, tali da poter spingere alla mobilitazione di significativi pezzi della società europea.

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Cattolicesimo regione per regione in Europa[12]

È ragionevole supporre, che a partire dall’inizio della crisi, nel 2008, lo Spirito del Tempo abbia pervaso i popoli d’Europa contemporaneamente. Dei rivolgimenti pseudo-nazionalistici intervenuti quasi all’unisono, alcuni già compiuti (vedi Brexit e non solo) altri incompiuti, ve n’è traccia nei media e sui social-media. Le persone tornano, dunque, a studiare il passato, remoto e recente, e riscoprono segni premonitori di ciò che sta accadendo o è già accaduto.

Questo riportato di seguito – rilevabile anche da famosi video di Bettino Craxi in cui egli sosteneva che “ben che vada l’Europa sarà un purgatorio o tutt’al più un limbo”[13] – è uno dei tanti esempi ritenuti “profetici” che tornano a galla in questo tempo e ciascuno li legge e gli dà valore come può:

"Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto ad isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro. La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato, e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi, mediante trattati per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare".

Ma siamo realmente “liberi”? Craxi lo fu? Insomma, pur se la Storia nel periodo post guerra è andata in concreto in una certa direzione, lo Spirito del Tempo ha pervaso in questa crisi anche gli Italiani e quella riportata qui sopra e di seguito, senza alcuna pretesa, né letteraria e tantomeno politica, vuole esserne solo una testimonianza. Una testimonianza che mostra, come una volta intuito o percepito il problema, quasi per una sorta di “auto-rivelazione”, gli stimoli informativi, sui giornali, sui media e sui social media divengono occasione di riflessione e di approfondimento sul tema. Sebbene l’uso che se ne fa, e se ne può fare di questi approfondimenti, specie sul web, non è sempre razionale, ma può divenire emotivo; non sempre consequenziale a ciò che si è percepito, inducendo poi a scelte di orientamento del tutto estranee al “sentito”.

Così, molti degli Italiani che avevano acriticamente inneggiato all’Europa e all’avvento della moneta unica, incominciano a vedere più criticamente le proprie posizioni e soprattutto ciò che accade intorno a loro, nel proprio paese e fuori di esso, servendosi particolarmente del web, fidandosi in modo acritico, talvolta senza un opportuno “filtro selettivo” autodiretto o verifica di autenticità. Talvolta non sono le notizie più importanti, quelle eclatanti, quelle di agenda-setting di cui parlano le teorie della comunicazione, bensì le notizie minori, un po’ più ai margini, ma che pur vengono analizzate e filtrate proprio attraverso (s’ipotizza!) lo Spirito del Tempo. Si tratta di un percorso “reattivo ai vari stimoli” (articoli, notizie o informazioni) di cui, nella fattispecie, si può tenere minuziosa nota, come una sorta di diario personale, fatto in modo solitario e che porta a riflettere sull’Europa e la crisi, conducendo anche alla riscoperta di “Una Vecchia Tesi sull’Europa” discussa negli anni ‘80 e ora disponibile sul web (in Open Access doi.org) dove si preannunciava qualche esito inascoltato che ha poi riportato la guerra lì dove era stata fermata:

«In definitiva non si può certo affermare che il presupposto di schieramento a occidente, sottostante l’attuale idea d’Europa, è di per sè foriero di conflittualità immediate. Però, in prospettiva futura, dando per scontata una maggiore crescita unitaria europea, si avranno inevitabilmente implicazioni destabilizzanti l’attuale quadro mondiale. Pertanto, un’Europa che presupponga sé stessa schierata a occidente, seppure garantisce la pace a breve termine, offre poche garanzie di stabilità a lungo termine, se i rapporti internazionali non progrediranno verso basi di concreto pacifismo generalizzato».

Lungi da ogni pretesa di esaustività e d’incrollabile certezza nelle tesi, commenti o posizioni sostenute, deve essere sottolineato il valore dubitativo in cui è necessario leggere ciascun commento prodotto sotto l’influsso dello Spirito del Tempo, poiché solo un autentico percorso personale di riflessione, di studio e di crescita può contribuire a sciogliere i dubbi e operare una scelta di orientamento verso temi essenziali per gli Europei in generale e gli Italiani in particolare. Se da un lato ciò è vero, appare altrettanto evidente che le tipologie di idee, commenti e valutazioni formulate vanno sempre più diffondendosi nel corpo sociale del Paese, tant’è che alcune di esse sono divenute patrimonio di partiti cosiddetti “populisti” sorti nel corso della crisi e che esprimono nei confronti dell’Europa un atteggiamento molto critico o di contrarietà, ma solo fino a che non si raggiungono dimensioni di consenso tale per poter entrare in Parlamento o nel Governo; poi subito costretti e proni ad ogni negoziato, i cui risultati nulla cambiano rispetto al passato. In definitiva, l’uso strumentale di idee disallineate da scelte di fondo fatte in passato, se professate in maniera strumentale per soli fini di consenso, offendono coloro che credono nei sistemi democratici, depauperano la vera democrazia e non giovano, se non ad una politica personalistica auto-gratificativa, priva di etica e necessariamente di vita breve.

Ciò non significa, però, che professare l’allineamento in modo acritico ed insincero, possa giovare e risolvere i problemi di una crisi complessa e duratura. L’europeismo dubitativo che qui viene espresso in taluni passaggi, invece, insieme al rammarico per una pesante situazione presente, non vuole conformarsi ad un europeismo di maniera o di convenienza, ma è sostenuto da un convincimento del tutto personale che l’Europa, pur costituendo un valore per tutti gli Europei e gli Italiani in particolare, non può essere un progetto da perseguire “ad ogni costo”, specie nel caso in cui si scoprisse che essa, l’Europa Unita, per essere realizzata, è tutt’altro che foriera di pace, di benessere e giustizia sociale per tutti. “Non a tutti i costi”, perché i costi il Paese li ha già pagati con la crisi, l’austerità, il Covid- 19, la guerra che è tornata in Europa orientale.

Guerra che ha prodotto e sta producendo danni incalcolabili, distruggendo ulteriormente il sistema produttivo italiano ed europeo, facendo dilagare la disoccupazione, la precarietà, la povertà e riducendo la speranza a un lumicino dalla fiammella del tutto instabile; le uniche speranze restanti sono quelle dei lucratori di sempre, soprattutto europei, che tra le rovine prodotte già si dividono i progetti per la ricostruzione, senza che ci sia ancora una prospettiva di pace. Se il progetto europeo, per la mancata integrazione, le debolezze che ha mostrato, per le difficoltà intervenute - anche sotto la spinta delle migrazioni - , ma diciamolo pure, sotto la spinta degli egoismi egemoni e dei particolarismi nazionali, non mostrerà a breve concreti segni di ripresa su un cammino più conforme allo spirito europeista dei padri fondatori, saranno i fatti (pur escludendo avventati esiti nucleari del conflitto in atto) a far ripiegare, volenti o nolenti, su un ripristino delle “condizioni di partenza”, restituendo a ciascuno degli stati membri la propria autonomia e la propria sovranità territoriale, monetaria, culturale, giuridica, amministrativa e fiscale.

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Se tutto questo dovesse un giorno veramente accadere, quel giorno sarà un cupo giorno per l’umanità; un giorno di vittoria dell’egoismo; un giorno di profonda amarezza per un bel sogno coltivato a lungo e che si è deciso, per (ir-)responsabilità comune e congiunta, di far svanire. Detto ciò, bisogna comunque prendere atto che l’Europa (come pure gli Stati Uniti e l’UK) - sebbene stia perdendo il passo - è una delle aree del globo più benestanti, mentre altre aree sono ancora immerse nell’economia di sussistenza e nella povertà più acuta. Pertanto, in una situazione di cambiamento climatico e di possibile danno ambientale come quella che stiamo vivendo (non si sa quanto irreversibile!) e in una situazione di scarsità di risorse (specie energetiche), se esistesse un pianificatore-decisore super-parte (un cattolico lo chiamerebbe “divina provvidenza”!) non dovrebbe necessariamente prevedere che per i paesi già benestanti vengano posti alcuni freni all’attuale tipo di sviluppo (quello non sostenibile, finora perseguito, non appare più perseguibile!), senza consentire né politiche di deficit alla vecchia maniera, né di depauperamento delle risorse? Politiche che andrebbero in qualche misura concordate a livello internazionale senza che alcuno sul proprio territorio possa fare operazioni di dumping ambientale e sociale in nome di una propria competitività orientata al profitto e all’aumento del proprio PIL; indicatori centrali dell’attuale modello di sviluppo “in crisi”.

Le percezioni e interpretazioni dei fatti e avvenimenti, maturate in virtù dello Spirito del Tempo, richiederebbero quindi un approfondimento più vasto da passare al vaglio della razionalità per discernere quali siano elementi emotivi da accantonare e quali elementi razionali cui dare credito. Ciò non significa, però, che le percezioni, intuizioni e idee maturate seguendo lo Spirito del Tempo siano sempre erronee o prive di fondamento, come pure non significa che nella nuova disciplina necessaria per uno sviluppo sostenibile e per una “Europa Maestra” in tale direzione, non ci sia stato e non ci sia qualcuno (persone, gruppi, comunità o paesi interi) che non ne abbiano approfittato o ne approfittino tuttora oltre misura, per raggiungere una posizione egemonica per quanto possibile, sebbene in termini relativi. In ogni caso la foga ricercatrice-compilativa, di approfondimento, scatenata a seguito dello Spirito del Tempo dilagante, produce infine una maggiore consapevolezza e una maggiore tensione verso la ponderazione dei vari aspetti inerenti ogni realtà. Proprio per tale motivo l’invito per il futuro è quello di non demonizzare tali atteggiamenti apparentemente emotivi, ma di educare e correggere ove necessario, affinché nella libertà e nella democrazia, non in quella professata sui palchi, ma in quella sentita interiormente, vi possa essere una maturazione e una scelta consapevole di ciascuno; unica scelta che può formare una generazione di cittadini italiani ed europei del futuro che abbiano il difficile compito di realizzare - tra lasciti generazionali e vincoli di enorme difficoltà – quelle condizioni di civiltà e di sviluppo sostenibile che le presenti generazioni non hanno saputo realizzare.

Autoritario, misterioso e imprevedibile Web

Un ruolo importante nel discorso in atto lo gioca la rete informatica globale (web) e l’utilizzo che se ne fa.

Lo smartphone, il tablet, il desktop sono i nuovi mezzi di comunicazione ovunque diffusi, connessi online in modalità quasi-permanente. La diffusione di questi nuovi mezzi di comunicazione è ormai ampia e senza concreta discriminazione di classi socioeconomiche che ne inibisca l’uso effettivo e generalizzato; grazie anche ai costi resi accessibili dalla concorrenza per accaparrarsi settori di mercato ancora privi di assetti monopolistici o oligopolistici, impediti, ostacolati o comunque mitigati, dal confinamento regionale/nazionale dei provider dei servizi e dalla rispettiva legislazione. Nelle nostre metropoli, non di rado, si vedono poveri, bisognosi, e specialmente migranti, elemosinare con il cappello per la raccolta in una mano e nell’altra uno smartphone, mentre comunicano con le famiglie d’origine, che fidano nelle loro rimesse di “valuta pregiata” per sopravvivere.

Talvolta si osservano gruppi di giovani o famiglie riuniti in pubblici locali, pur seduti intorno ad uno stesso tavolo, in cui invece di comunicare in modo conviviale, consueto, si ritrovano singolarmente intenti a comunicare attraverso il web. Si parla già di sindrome da connessione e di assuefazione alla rete. Una tecnologia che consente ormai la rilevazione in tempo reale, non solo geo-localizzazione e tracciabilità istantanea del singolo utente, ma la rilevazione di percorsi preferenziali, gusti, abitudini servizi, etc., tali da poter tracciare un profilo dettagliato per ciascuno nella propria veste di utente e consumatore, ma non solo. Un telefono cellulare con il suo possessore che sia coperto da geo-localizzazione è ovviamente sempre rintracciabile. In teoria, la sensazione di sicurezza della persona è aumentata, ma le possibilità pratiche di intrusione nella privacy di ciascuno anche. In linea di principio ogni tecnologia è neutra, ossia non è di per sé né buona né cattiva, ma alla fin fine tutto dipende dall’uso che se ne fa.

Quando si è costretti, come in alcuni social-media, ad esprimere in tre righe concetti complessi per condividerli, è richiesta non solo una certa dose di razionalità e capacità espressiva per farlo, ma anche una buona dose di etica necessaria per ragionare in termini di conseguenze che quella condivisione può produrre. Ove tutto questo manchi, è facile scadere in un uso emotivo dei social, magari pure creativo e talvolta simpatico, ma non necessariamente razionale. E talvolta tutto involve in volgarità!

Ricordiamo che il web è una rete e chi tiene la rete tiene banco! Fossero anche i singoli provider o l’Icann[14], come si sostiene. Nonostante decentrata, distribuita, ridondante e gerarchica, l’odierna rete web, non ha alternative. I profili di democrazia, poi, che il web esprime sono sotto gli occhi di tutti. E soprattutto i suoi profili di “pluralismo democratico”, sono di fatto inammissibili, perché almeno al momento abbiamo un solo “internet” e non vi sono alternative possibili che si intravedono in concreto, almeno per quanto se ne sappia. La stessa cyber-security – agognata e perseguita con strumenti di difesa in chiave anti-hacker - è divenuta arma d’offesa verso postazioni “avversarie” in senso lato. Il silenziamento di alcune voci dissidenti rispetto al mainstream predominante nel web è ormai un fatto acclarato e praticato senza mezze misure sia nei confronti di personaggi e organizzazioni di grande risonanza mediatica, sia nei confronti di voci apparentemente marginali sui social media.

Spesso ci si interroga sulla liceità di tali azioni nel contesto dei diritti di libera espressione garantiti in molte costituzioni, ammesso che esse abbiano oggi ancora un’efficacia, come si spera! Talvolta sembra, però, che in questo silenziamento si badi piuttosto ai contenuti di senso (spesso ideologico) anziché alla forma, visto che di trivialità e volgarità se ne incontrano sulla rete ad ogni passo. Insomma, lungi dall’essere Nuova Agorà, il web batte la piazza , per truffe, estorsioni, insulti, minacce ed offese, come se acquistassero liceità i comportamenti inammissibili solo perché “mediati” attraverso uno smartphone o un tablet. E tutto gioca a favore della piazza, perché in essa nessuno ti tira insistentemente, e senza alcuna sosta, la giacca ad ogni piè sospinto per vendere il suo prodotto osannandone le lodi. Il primo vigile di turno nel mercato di quella piazza interverrebbe bloccando l’importuno. Ma dov’è il vigile sul web?

La polizia informatica pur prevista, si aspetta solo denunce, scritte peraltro via web, ma non interviene all’istante, ad evitare peggiori infrazioni o l’escalation di comportamenti inammissibili. Per evitare l’assillo pubblicitario è istituzionalmente previsto che si debba “pagare il servizio”. Inoltre, il web incomincia a divenire imprevedibile e misterioso. Talvolta alcuni elementi (tweet, o post , articoli di giornali o video, o altro) visualizzati, ma non salvati attraverso download, scompaiono letteralmente e non se ne trova più traccia. Davanti a tali episodi non sempre si sa se si è in presenza di malfunzionamenti o azioni di censura, eventualmente motivata, da parte dei gestori della rete, da parte istituzionale, oppure dinanzi ad abusi o episodi incidentali. L’hackeraggio , il furto di identità e la violazione della privacy è all’ordine del giorno, nei confronti di ogni tipo di utente e organizzazione (per es. Google stessa!) anche sui nostri stessi personal computer o smartphone. La tecnologia è andata avanti, ma il suo uso autocratico di chi tiene banco inizia a prospettare, a giudizio di alcuni per difendersi, il ritorno all’epoca dei "pizzini", seppur in forme del tutto nuove!

Qui di seguito, a titolo di esempio, si riporta il contenuto di un post estratto da un blog seguito "per commenti" e che è misteriosamente scomparso, senza permettere il commento a spunti molto interessanti in merito al tema “Sostituzione della popolazione” in Europa. In questo caso però il contenuto è rimasto memorizzato su una mail e viene qui di seguito riportato, in forma anonima, ossia senza citarne l’autore:

«Da alcuni è stato detto, e talora auspicato, che in Europa sia in corso un processo di sostituzione di popolazione e, se si guarda con attenzione ai dati demografici, ci si può rendere facilmente conto che ciò è vero, almeno in parte e probabilmente con tempi più lunghi di quanto i soliti "profeti di sventura" amino sostenere. Dobbiamo pertanto chiederci cosa possa restare in vita della civiltà occidentale se tale processo dovesse giungere a compimento, e con tristezza dobbiamo dire che la risposta è: ben poco. Le nuove popolazioni potranno forse assorbirne parte, ma fondamentalmente conserveranno la loro cultura, pur mitigata dagli influssi della scomparsa civiltà occidentale. La storia non ci fornisce alcun esempio di civiltà sopravvissuta ad una sostituzione di una parte considerevole della popolazione, neanche l’Impero Romano - infatti io non sto scrivendo in latino - mentre ci fornisce molti esempi di civiltà sopravvissute per secoli ed anche millenni a sostituzioni anche traumatiche della classe dirigente: bastino in questa sede gli esempi della Cina ed, in minor misura, della Persia. Un’altra categoria di profeti vede in tutto ciò un oscuro disegno non ben definito. Anche ciò può avere una parte di verità, tuttavia è bene che coloro che eventualmente coltivassero simili progetti studino un po’ di storia, in tal modo potranno rendersi conto che non esiste alcun esempio di classe dirigente sopravvissuta al crollo della propria civiltà.»

Ciò che Marshall McLuhan negli anni ‘60 diceva del Villaggio Globale a causa della radio e della televisione, risultato della tecnologia elettronica di quel tempo, appare ragionevole oggi assumerlo valido anche e soprattutto per i risultati della tecnologia informatica: Il Medium è il Messaggio! Il mondo intero ne vede gli effetti, ma questo messaggio è stato inteso e decifrato? Per questo si parla di controllo totale, senza forse comprenderne del tutto la portata?

Politica ed economia “fantastiche” (dove la razionalità nulla può!)

Nel 2013, a valle della crisi subprime, rivelatasi poi “crisi senza fine”, ossia strutturale, veniva evidenziato altrove, in una determinata sede associativa, come Americani (FED) e Giapponesi (BoJ) sulle orme della teoria monetaria si erano dati da fare ad immettere sui mercati liquidità in misura straordinaria ed è stato subito allarme – per gli ultraliberisti - perché con la complicità dei rispettivi stati le banche centrali distorcevano e corrompevano “i mercati”, mettendo a rischio la deflagrazione di quella immensa bolla finanziaria che si era formata nel tempo. Bolla fatta di carta moneta senza un reale corrispettivo, un collaterale che ne esprimesse il valore; situazione in cui viviamo permanentemente dopo l’abolizione del Gold Standard e gli accordi di Bretton Woods all’inizio degli anni ‘70. L’avvertimento era valido allora, ma lo è tuttora: come "non percepire il rischio” e trascurare "la sicurezza"?

Veniva da chiedersi, allora come ora, dove fossero i cultori integralisti del libero mercato allorquando si sono fatte saltare tutte le regole sui controlli finanziari e di banking, cosa che ha permesso la creazione dei derivati e dei cosiddetti “titoli tossici” che hanno letteralmente “impestato” il mondo espandendo a dismisura la “liquidità”. La sicurezza è un concetto "evanescente"; più lo insegui e più ti sfugge! E chi baratta la propria sicurezza con la propria libertà non merita né l’una, né l’altra (come sembra sostenesse B. Franklin). Comunque si immetta liquidità (per es. si parla di circa 2000 miliardi l’anno di soli interessi sul debito come fanno gli Stati Uniti) è sempre una quota "infima" rispetto ai 650 mila miliardi di derivati, che si dice nei giornali di economia e finanza siano in circolazione. Allora di che sicurezza stiamo parlando? Lo vogliamo intendere che si tratta di “carta moneta”, solo “carta” che nonostante tutto costituisce valore vero solo fino a quando c’è pace e soprattutto pace sociale volta a creare il benessere di tutti? Adam Smith – che di liberismo, chissà, forse qualcuno pensa non se ne intendesse troppo! - sosteneva che l’unico vero scopo della moneta è quello di consentire la circolazione delle merci. Ma oggi, la moneta è divenuta “misura di tutte le cose” ed essa stessa è una merce, tanto che le banche private (piuttosto che le Banche Centrali) sono autorizzate a “produrla” dal nulla, per esempio cartolarizzando mutui e prestiti in genere attraverso giochi finanziari “speculativi” non certo a vantaggio del “popolo”.

Ma guai a utilizzare quella stessa moneta attraverso lo Stato, cui spetterebbe crearla mediante la Banca Centrale, per il sostegno alla disoccupazione o per le imprese in crisi. Il divieto dell’aiuto di Stato è divenuto un assioma liberista ed anti-keynesiano, salvo che lo stesso aiuto di Stato, chissà perché, non è più tale quando si tratta di salvare banche private in crisi che con il gioco speculativo ci hanno prima sguazzato e poi rimesso “le penne”. Roba da far impallidire Keynes in persona. E provate ad indovinare chi paga, di fatto, questa crisi senza fine? Non è difficile capirlo, perché come sottolineava ironicamente Ettore Petrolini: “i soldi vanno sempre presi dai poveri, perché ne hanno pochi, ma sono tanti!”. Il vero punto è che la moneta viene stampata perché sia produttiva attraverso l’intrapresa e quindi affinché sia utile in un ciclo produttivo completo che impegni tutti i fattori della produzione: materie prime, capitale, lavoro, conoscenze e capacità, organizzazione. La moneta, perciò, non viene certo stampata per essere direttamente immessa in impieghi finanziari che producono essenzialmente necessità di altra “moneta” senza aver per nulla, o quasi, “creato valore utile per la società tutta”, salvo che per le banche; un “sistema che si autoalimenta”.

Questa è la vera distorsione che ha creato il “libero mercato” senza controllo alcuno, ma l’ostinazione a non volerlo ammettere – per “interesse!” - è certo la cosa peggiore che impedisce al male di essere riconosciuto e curato. La carta moneta non può esistere senza il presupposto del suo impiego in intrapresa produttiva, piuttosto che in esclusive operazioni di finanza. Alla fine chi ha accumulato grosse riserve di “carta moneta” senza reimpiegarla si troverà con il cerino in mano: o trova impieghi produttivi o …se deflagra “la bolla” …. si scotterà di brutto e le sue riserve scompariranno insieme a quelle degli altri come lui! E la crisi in quel caso, sarà totale, senza limiti e senza possibilità di confronti nella storia dell’economia. Ma questa dannata “bolla” deve per forza deflagrare? Certo è difficile poterlo dire perché da un lato la finanza persegue e trova le sue vie di lucro per il capitale detenuto, mentre il mondo dell’intrapresa si mostra in difficoltà nel trovare sbocchi in impieghi produttivi della moneta accumulata; cosa che, invece, per es. potrebbero ancora fare gli stati (oltre che con guerre e distruzioni!) attraverso la ricerca in tutti i campi, le infrastrutture che mancano, la protezione del territorio e dell’ambiente, la sicurezza in generale contro ogni tipo di evento (anche esterno: per es. asteroidi, o pericoli “alieni”, etc.), la cura e prevenzione delle malattie, la cura ed il benessere delle persone, un salario minimo garantito per un lavoro utile anche se marginale (che sostiene chi è in difficoltà e sostiene anche la produzione).

Insomma si potrebbe continuare a dismisura questa lista e ci meraviglieremmo di stare prefigurando una sorta di Eden in cui, peraltro, il “lavoro” non potrebbe mancare mai. Purtroppo gli economisti ultraliberisti hanno detto che questo si chiama “keynesianesimo”, parola goffa e volgare, che in quanto tale porta a rifiutare in toto tutto ciò che essa esprime, ovvero: una nuova economia controllata in modo coordinato da stati sovrani, magari dove ciascuno di essi, anziché farsi la guerra, coopera con gli altri e (per quanto possibile) stampa solo quella quantità di moneta che è necessaria all’equilibrio nell’interesse di tutti; moneta necessaria a puntare verso la piena occupazione nazionale (e mondiale), pur sapendo che non potrà mai essere raggiunto il pieno impiego in forma completamente piena per la presenza di residui “strutturali”. Ma tutto questo, d’altro canto, potrebbe somigliare molto ad un tentativo che chiamano “globalizzazione”, che è una parola anch’essa avversata e rigettata per diversi motivi, veri e non veri, tra cui le risorse disponibili che verrebbero consumate a dismisura e anche il fatto che esporrebbe il fianco a quel piano di governo del mondo (di cui peraltro parlano anche i tanto rinomati Protocolli dei Savi di Sion, tra favola e mezze verità). Insomma, ci troviamo ad uno stadio in cui sia la razionalità che l’irrazionalità moderna non ci libera dai nostri mali e siamo qui tutti a soffrire e languire (specie quelli sotto le bombe, gli stenti ed il gelo!), dopo aver ipotizzato: che le risorse petrolifere e di combustibili gassosi stanno per esaurirsi; limitati i consumi a causa della guerra Russia-Ucraina e liberato le mani alla speculazione che ne ha approfittato e ne sta ancora approfittando oltre misura.

Tutto ciò, proprio mentre le biotecnologie sembrano aprire, attraverso l’impegno e la ricerca, la strada alla produzione di biofuel in varie maniere, persino attraverso batteri. Biofuel che però non potrebbero comunque essere utilizzati se non sono idrogeno o altamente idrogenati e low carbon, perché occorre salvaguardare il pianeta dagli effetti malefici del cambiamento climatico in atto e dei rifiuti ed inquinanti prodotti in modo incontrollato. Ecco quindi spuntare all’orizzonte due atteggiamenti il “saio democratico” da un lato (che in realtà si chiama decrescita) e la “speranza autocratica” dall’altro lato, che sembra già funzionare, ma non troppo, in estremo oriente e non solo. Sembra quasi un diabolico gioco di parole da controsenso, ma per continuare in una inefficiente democrazia quale quella dell’Unione Europea dove si continua a macinare parole senza conclusione alcuna, se non “danno”, sembra che il prezzo che si debba pagare sia quello dell’austerità, sempre e comunque, salvo qualche nordico primo della classe, molto bravo.

Egli fa virtù della propria morigeratezza e produttività, tanto da divenire stimato, agile e snello per poter indossare giacca e cravatta, segni distintivi del “manager” della situazione, che evolve i suoi sottoposti, rispetta le regole e l’ambiente ed infine “salverà” tutti. Non è dato sapere se è veramente questa l’aspettativa, poiché nell’Europa mediterranea sostengono che non è così e ne hanno evidenze storiche recenti! Un solo nome basta: Hellas! Dall’altro lato la “speranza autocratica” implica quel salto logico, e non solo logico, di cui parlava Orwell in “1984”: “la libertà è schiavitù”; “l’ignoranza è la forza” e per simmetria “la forza è ignoranza”! Si, deve essere proprio così, perché davanti allo sfacelo di questa crisi perpetua, ogni persona “ragionevole”, specie se ha da perdere, è tentata di accettare che chi ha il predominio della forza nel mondo la usi per “raddrizzarlo”. Così, anche se il gioco dell’unico governo mondiale non presupponesse affatto un sistema autocratico, “l’amore dell’austerità” potrebbe alla fine richiederlo; anzi, il sistema autocratico verrebbe invocato da coloro che l’austerità la subiscono, nella speranza che la situazione cambi. Ma, a questo punto, un’alternativa peggiorativa a questa “trappola” la si potrebbe ancora immaginare ripensando ai movimenti luddisti e alle teorie di Rosa Luxemburg che, già ai suoi tempi avversata dai suoi compagni di partito, intravedeva nell’evoluzione del capitalismo un modo, per il capitale, di vincere attraverso la robotica e sopraffare il lavoro, non avendone più necessità.

La Luxemburg, infatti, che equiparava macchine (impianti produttivi automatizzati) a capitale (ancorché capitale fisso), prefigurava nella sua visione un mondo di macchine per costruire altre macchine, in un carosello senza fine, dove la presenza dell’uomo sarebbe stata soltanto “incidente”. Ma la domanda in questo caso, è: può sopravvivere un mondo in tal maniera, ossia ad economia stazionaria (vedi doi.org), dove si produce solo per “mantenere e manutenere il capitale”? Qualcuno ritiene che attraverso l’economia stazionaria sia “tecnicamente” possibile ignorare “i bisogni umani” senza una verifica di realizzabilità e di sufficienza? In questo caso il 99% della popolazione del pianeta consentirebbe una situazione di tal genere? Presumibilmente no, o solo no in parte, ma sarebbe soltanto e comunque “guerra senza fine”; e se una fine ci fosse non potrebbe essere allettante, perché o sarà la distruzione totale o una sorta di “dittatura” vincente, una dittatura di una ristretta minoranza sull’intero genere umano imposta attraverso la forza[15].

Una diversa soluzione improntata alla ragionevolezza non sembra di poter essere inclusa nelle possibilità, perché altrimenti tale ipotesi sarebbe attuabile qui ed ora, senza guerra, specie quella “di ritorno” in Europa per la terza volta. Così, mentre fazioni avverse di ogni tipo si combattono per il “predominio nel mondo” che porterebbe a tutto questo, ostinati “teologi Tomisti” continuano ad interrogarsi se dietro questo mondo e dietro l’intera creazione non ci sia un Creatore ed un Suo “disegno” che non riusciamo ancora tutti a vedere. Per cui essi, dandosi necessariamente una risposta affermativa – che oggi sembrerebbe anche confortata in qualche misura e in termini di mera possibilità dalla Scienza, ma solo in termini probabilistici che escludano il caso (vedasi per es. Principio Antropico) –, ne traggono la conseguenza di non dover perdere la Speranza, perché l’Amore del Creatore per le Sue creature e per il Suo Creato non abbandonerà l’umanità a se stessa. Sarà proprio così? Chi può dirlo! La fede? Però, al punto in cui siamo converrebbe forse crederci e sperare che sia proprio così, perché di alternative all’orizzonte l’Uomo, finora, non ne lascia intravedere.

Uno sguardo al futuro: la vita nel 2050 e … oltre

Il mantra dominante nei passati decenni (creare valore per l’azionista!), che ha portato la società umana a concentrarsi sul breve termine, non sembra ancora del tutto esaurito e c’è chi ne trova le logiche ragioni in “carpe diem”. Ma, come sosteneva un vecchio spot pubblicitario “il breve termine non ha futuro!”. Infatti, l’effetto dell’adozione del breve periodo nella pianificazione (precipuo compito dei governi) lo abbiamo sotto gli occhi, con l’instabilità, le guerre, la carenza di energia e di risorse, l’implosione che rischia un sistema economico e finanziario globale. Eppure, la possibilità di prevedere il futuro o anche di pianificarlo, e determinarlo attraverso le proprie azioni, ha sempre affascinato l’uomo, fino a spingerlo pure alla “magia”. La congettura che ritiene un evento futuro predicibile, tanto più quanto è temporalmente vicino a noi, sembra ragionevole, ma difficilmente quantizzabile. Le variabili endogene ed esogene che impattano su gli eventi umani non sono tutte prevedibili e predicibili (nonostante, per es., gli eventi dell’11 settembre e la pandemia COVID-19 si dice fossero stati già intravisti da qualcuno!). Quelle poche variabili che riusciamo ad isolare non sempre sono sufficienti e quantizzabili.

La ciclicità della scomparsa della vita umana sul pianeta sembra ormai fatto scientificamente provato, senza che a ciò corrispondano vasti progetti di conservazione delle arti, delle specie, e della conoscenza finora accumulate; per le “generazioni future”. Queste, infatti, non avranno solo bisogno di un pianeta preservato per la vita, ma anche e forse soprattutto di conoscenza per poter sopravvivere ed evolvere in una Natura non sempre clemente. Ciononostante c’è l’obbligo, anche morale, di prevedere, programmare e pianificare (non solo per difendersi dalle pandemie!), sebbene lo sguardo troppo lungo nel futuro possa incrociare mere ipotesi senza reale fondamento. In questo anelito programmatorio, si racconta che qualcuno sia giunto ad affermare anche che in caso di sisma, fortemente distruttivo come recentemente in Turchia, non è conveniente pensare ad abitazioni strutturalmente più sicure, perché è “meno costosa” la ricostruzione. Risultato inspiegabile non soltanto perché non sanno rispondere se si chiede loro che valore hanno dato nel loro modello valutativo ad ogni vita umana perduta!

Per il 2050 le preoccupazioni ed i migliori e sinceri auspici devono essere rivolti a quei giovani di oggi che vivranno in quel periodo. Nel frattempo però prendiamoci cura, per esempio, oltre che dell’ambiente e della transizione energetica, anche della prevenzione sismica a breve, medio e lungo termine, magari pensando a nuove idee come case monofamiliari con struttura tetraedriche, incernierate su appoggi a terra palificati (tanto per replicare a modelli valutativi errati nei principi!). Prendiamoci cura delle emissioni di massa coronale dal sole e degli “improbabili” asteroidi di medie e grandi dimensioni[16], come pure dei detriti spaziali che orbitano intorno alla terra, per non parlare di eruzioni vulcaniche, movimenti tellurici[17] e associati possibili tsunami. La precarietà della vita umana sul pianeta appare del tutto evidente e lo è ancor di più se pensiamo alle guerre, ai virus e batteri cui siamo continuamente esposti; all’inquinamento ambientale che produciamo, alla radiazione cosmica naturale, di fondo e solare, alle patologie varie, senza dimenticare che la nostra esistenza su questo mondo è essa stessa, per una ragione naturale o per l’altra , a termine e non perpetua. Infine incrociamo le dita, perché stiamo riscoprendo che il mondo naturale in cui siamo immersi è imprevedibile e talvolta violento, senza clemenza alcuna.

Sulla scala dei miliardi di anni (circa 5 ) il Sole ingloberà la Terra con tutta la sua orbita e la vita sulla Terra come la conosciamo oggi è destinata a scomparire. Ce lo dice la Fisica dell’evoluzione stellare: il Sole diventerà una gigante rossa e si espanderà smisuratamente, mentre l’habitat terrestre “arderà”.

Sulla scala delle centinaia di milioni di anni (anno galattico = 225÷250 milioni di anni) la Terra si troverà esposta alle fortissime radiazioni ( provenienti da aloni galattici o dal nucleo galattico attivo nel centro della nostra galassia, oppure di provenienza extragalattica, come i lampi gamma); come ci insegna il famoso fisico Paul Davis, ex-direttore SETI[18], nel suo libro "Uno strano silenzio", un excursus sull’interrogativo se siamo soli nell’universo[19].

Sulla scala compresa tra qualche milione e qualche decina di milioni di anni un asteroide di grandi dimensioni (--1Km) colpirà la Terra e la vita sulla Terra come la conosciamo oggi è destinata a scomparire, almeno temporaneamente. Ce lo dice la NASA nel suo rapporto del 2004[20] in merito al rischio di impatto di asteroidi, su cui è attivo un servizio di monitoraggio continuo (vedi NASA-JPL), visto che asteroidi di più modeste dimensioni non sono affatto innocui e se ne hanno prove dirette.

Di solito, nelle previsioni umane, associamo una elevata probabilità di accadimento a futuri eventi temporalmente collocati molto vicini a noi; e, viceversa, una scarsa probabilità a quelli lontani. Insomma, non riusciamo a predire cosa accadrà domani, quindi nel breve, ma nutriamo certezze sul lungo e lunghissimo periodo grazie alla Scienza. E se in essa crediamo, come abbiamo il diritto di credere, ce n’è a sufficienza per concludere che la Terra - capolavoro di ingegno e di bellezza, come tutto il Creato (che però è anch’esso caratterizzato da eventi violenti: collisioni tra pianeti, stelle, buchi neri e galassie) - appare un posto che periodicamente diviene alquanto inospitale per la vita umana. Stranamente, si potrebbe dire che gli uomini possono venirci "in vacanza" (ossia, durante la loro breve esistenza!), ma non possono pensare di starci molto a lungo, anche se la caducità della specie, che ben conosciamo, non esistesse. Forse occorrerebbe preoccuparsi molto di più, invece, della "fine della vacanza" e quindi della ripresa dell’abituale "lavoro"! Sarà dura!

Forse è necessario prendere maggiore coscienza che la vita sulla Terra – secondo le attuali conoscenze scientifiche - è possibile solo attraverso una serie di sequenze cicliche inframezzate da “naturali” stermini di massa?

Sebbene un vecchio proverbio inglese suggerisca “first things first”, ma così stando le cose da un punto di vista scientifico, perché l’uomo di oggi in nome delle generazioni future si preoccupa moltissimo soltanto dell’ecologia e dell’ambiente terrestre a breve - che comunque impatta sulla brevissima durata della mera esistenza di qualche decina o centinaia di generazioni umane ancora – ma trascura e sottovaluta per esempio la “nettezza” dello spazio intorno al pianeta, come pure trascura e sottovaluta la preoccupazione di conservare le specie viventi e le conoscenze sinora acquisite e in qualche modo renderle disponibili alle generazioni di futuri cicli vitali? Insomma, perché non predisporre una sorta di “arca del sapere” e della “vita”, una sorta di “archivio universale” di questa presente generazione umana (animale, vegetale, etc.) per il "futuro"? Viene da pensare che tecnologie di Intelligenza Artificiale (IA) possano essere uno strumento utile per il “passaggio del testimone” della vita umana in modo che attraversi cicli successivi! Se non addirittura, fantascientificamente, la IA non possa essere stato proprio lo strumento per portare ed espandere la vita sulla Terra attraverso la tecnologia proveniente da passate generazioni, su questo o altri pianeti.

Rilievi conclusivi

Nello Spirito del Tempo, almeno in area mediterranea, non si può fare a meno di comprendere, seppure in posizione minoritaria, un sentimento significativo che aleggia e serpeggia in profondità. Nella riflessione “popolare”, infatti, va diffondendosi sempre più la consapevolezza che i destini dell’Italia e dei paesi membri dell’Unione Europea siano indissolubilmente connessi a quelli del progetto di Europa Unita che ha innamorato in gioventù molti Italiani ed Europei, ma che in realtà si è trasformato in un progetto non completato, nonostante la ceduta sovranità nazionale, specie in materia monetaria, senza raggiungere gli obiettivi sociali e di civiltà che erano stati annunciati e diffusi prima che l’Unione nascesse. In sostanza è stato fatto l’Euro e non l’Europa, una moneta senza stato che ha prodotto stati senza moneta; stati governati di fatto da un dispendioso super-apparato burocratico sovranazionale, accusato ripetutamente di aver dato ampia prova di inefficacia e inefficienza decisionale in importanti e gravi momenti della vita europea e momenti di crisi di alcuni singoli stati nazionali.

La possibilità di decidere attraverso referendum questioni riguardanti l’Unione appare in pratica impedita dalla normativa comunitaria. Alcuni vedono in ciò una sorta di “usurpazione”, di espropriazione dei propri diritti inalienabili in maniera subdola e antidemocratica, senza che fossero stati consultati, o fossero consultati attraverso i più opportuni istituti di democrazia (per es. strumenti referendari), i popoli coinvolti per accertarne l’effettivo consenso. Ma quella “usurpazione” viene percepita in ugual misura non solo da frange popolari della società, ma da alcuni emeriti cultori del diritto nazionale e internazionale, che vedono la propria originaria legislazione nazionale piegata e torta ormai verso principi che non le furono mai propri. Un esempio tra tutti: l’intervento dello stato nell’economia ove necessario, che è principio fondante, documentato e voluto dai padri costituenti e previsto nella Costituzione Italiana, che si scontra con l’inflessibilità dell’idea di libero mercato assunta negli apparati europei.

Problema sentito al punto di generare periodicamente forze e movimenti (talvolta antiparlamentari ed extra parlamentari) che accusano le istituzioni di cedere a modifiche costituzionali al riguardo, se non di svendita del proprio Paese e del proprio Popolo. Se si vuole, costoro possono pure essere chiamati “populisti”, come e quanto si vuole, ma non è con le etichettature che può essere risolto un simile problema, peraltro periodicamente foriero di instabilità interna, anche manipolativamente indotta. E indubbiamente vi sono in questi strati, oggi, coloro che, consumati dal “rancore” per i torti ed il male che ritengono di aver subìto, si sono allontanati silenziosamente dalla partecipazione politica, dal consenso a questa “finta democrazia”, e sono divenuti non solo dissenzienti, ma anche silenziosamente, senza reazione, senza neppure un sussulto di dignitoso orgoglio, "Spettatori della stessa propria fine".

Non solo per tutto ciò, le conclusioni di questa “analisi qualitativa” è opportuno che vengano affidate al lettore, segnalando che le seguenti parti rilevanti per il tema in discussione, sono state estratte (e se ne è voluto lasciar traccia[21] sette anni fa) dal download di un documento intitolato “Linguaggio e Politica– Riflessioni sul mondo dopo l’11 settembre. L’autore indicato sul documento era quello di Noam Chomsky”[22] e si è dato per scontato che fosse vero, senza che siano state fatte verifiche di autenticità sul contenuto e sull’autore, perché all’epoca il problema del web non era ancora diffusamente percepito. Le parti salienti estratte “letteralmente” da quel documento sono state riaggregate , senza apportare modifiche, ma in un ordine diverso come segue, per essere intellegibili, ma anche sequenziali e coerenti rispetto ai temi trattati. Il documento “fonte”, in formato pdf, scaricato dalla rete, però, è divenuto non più rintracciabile, prova evidente che ciò che si trova in rete non può essere più presa come “Verità”, essendo divenuta la rete un luogo che “nasconde” (magari nel deep web), insicuro ed incerto, ovvero il luogo dello spionaggio e controspionaggio, dell’ informazione e disinformazione; insomma, quel cyberspace dove ormai ciascuna parte conduce la propria battaglia senza esclusione di colpi, anche solo per difendere la propria visione del mondo e le proprie idee.

Vi sono due versioni della teoria del libero mercato: la prima si basa sulla dottrina ufficiale, la seconda su quella che potremmo chiamare “la dottrina del libero mercato realmente esistente” per la quale la disciplina del mercato va bene per gli altri, ma non per me. La dottrina ufficiale è imposta sugli indifesi, ma è quella “realmente esistente”. L’invasione da parte dell’occidente nel 1918 fu dunque un’azione difensiva per proteggere “il benessere del sistema capitalistico mondiale”, minacciato dai cambiamenti sociali all’interno di quell’area di servizio; così il fenomeno è stato descritto in noti studi. La logica fondamentale della guerra fredda fa parte del contesto generale del conflitto nord-sud . Come hanno fatto l’Europa e le nazioni che sono sfuggite al suo controllo a svilupparsi? Violando radicalmente la dottrina del libero mercato. Tale conclusione è valida per i casi dell’Inghilterra fino all’attuale crescita economica dell’Asia orientale e certamente anche per gli Stati Uniti, fin dalle origini leader del protezionismo. Gli standard della storia economica riconoscono che l’intervento statale ha giocato un ruolo centrale nella crescita economica, ma il suo impatto è stato molto sottovalutato a causa dell’angusta concentrazione del protezionismo.

Nel 1996 il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano sottolinea la “vitale importanza” delle politiche governative volte a “propagare le specializzazioni e a contribuire ai bisogni sociali fondamentali”, come “trampolino di una crescita economica sostenuta”. Le dottrine neoliberiste, qualsiasi cosa se ne possa pensare, minano l’istruzione e la sanità, aumentano le disparità sociali e riducono la quota del reddito nazionale destinata alla forza lavoro: su questo non c’è dubbio. Di conseguenza, tali politiche indeboliscono proprio quei fattori che, come si ritiene universalmente, sono alla base di una crescita economica sostenuta. Il paragone tra l’Asia orientale e l’America Latina è impressionante: questa detiene il peggiore record mondiale per quanto riguarda le diseguaglianze sociali, quella il migliore; lo stesso discorso vale per l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale in genere. Nel 1846 l’Inghilterra adottò infine il liberismo internazionalista, dopo che centocinquant’anni di protezionismo, violenze e potere statale le avevano assicurato un grandissimo vantaggio su tutti i concorrenti. Un secolo dopo che l’Inghilterra aveva accettato il liberalismo internazionalista, gli Stati Uniti seguirono la stessa strada.

Dopo centocinquant’anni di protezionismo e violenza, essi erano diventati il Paese di gran lunga più ricco e più potente del mondo. Il programma statunitense di aiuti, chiamato “cibo per la pace” , fu usato anche per sostenere i progetti nel settore agricolo e navale ed estromettere dal mercato i produttori stranieri. In altre parole, i principi del libero mercato funzionavano, ma con risultati opposti e, come per la democrazia, i mercati sono giudicati in base ai risultati , non per il modo in cui procedono. Le eccezioni più importanti sono almeno tre. Una componente fondamentale della teoria del libero commercio è che i sussidi pubblici non sono permessi; ma, dopo la seconda guerra mondiale, i più importanti uomini d’affari statunitensi avevano previsto che l’economia sarebbe crollata senza il massiccio intervento statale che avevano imparato ad apprezzare durante la guerra. Insistettero anche sul fatto che un’industria avanzata “non poteva sopravvivere in una pura, competitiva e non sostenuta economia di free enterprise” e che “solo il governo poteva essere il loro salvatore”. Come tutti comprendono perfettamente, la free enterprise paghi i costi e sopporti i rischi, se le cose vanno male: cito per esempio i salvataggi delle banche e società che sono costati ai conti pubblici centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni, a livelli del Sud America.

I profitti devono essere privatizzati, ma i costi devono essere sostenuti dalla collettività. Per illustrare “la vera teoria del libero mercato” in un’ottica differente, lo studio più completo delle cento migliori TNC (Trade National Companies) ha mostrato che almeno venti “non sarebbero sopravvissute come compagnie indipendenti, se non fossero state salvate dai loro rispettivi governi”, addossando alla collettività le perdite, o mediante intervento diretto dello Stato, qualora fossero in maggiori difficoltà. Lo stesso studio citato sottolinea che “non c’è mai stato un gioco alla pari nella concorrenza internazionale e si nutrono forti dubbi se mai ci potrà essere”. L’intervento del governo, che ha costituito “la regola piuttosto che l’eccezione negli ultimi due secoli[…], ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo e diffusione di molti prodotti e di molti processi innovativi, soprattutto nel settore aerospaziale, dell’elettronica, della moderna agricoltura, delle tecnologie dei materiali, dell’energia e della tecnologia dei trasporti”, così come nelle telecomunicazioni, nelle tecnologie dell’informazione in genere e, tempo fa, nel settore tessile e siderurgico. Letteralmente, “le politiche governative, in particolare i programmi per la difesa, hanno sempre avuto una forza schiacciante nel definire le strategie e la competitività delle maggiori compagnie a livello mondiale”. Altri studi tecnici confermano tali conclusioni. Se ci impegneremo a distinguere tra dottrina e realtà, scopriremo che i principi di politica e di economia che hanno prevalso sono ben distanti da quelli proclamati. Si può essere scettici riguardo alla rosea previsione che essi siano “l’onda del futuro” che ci porterà più vicino alla “fine della storia” in una sorta di utopia dei padroni[23].

È stato scritto tempo fa da uno scienziato (come si credeva) ritenuto il padre degli studi sull’IA, ma se sia autentico e attuale ancora oggi viene lasciato alla sensibilità e al giudizio del lettore, risalendo a fonte autentica. All’origine di queste riflessioni si ritrovano comunque quelli che sembrano, almeno ai “populisti e sovranisti” gli elementi di fondo di quella crisi economica, monetaria e finanziaria che sta attraversando il mondo occidentale e che sembra essere solo una parte del “vero problema”. In diversi ambiti si nutre la convinzione che la crisi sia l’espressione di una più profonda disintegrazione di quei valori etici (vedasi ad esempio “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber) che hanno accompagnato la nascita e l’affermazione della civiltà occidentale sino al punto da farne un riferimento per il mondo intero. Uno storico ricorderebbe che l’impero romano crollò allorquando ci fu un allentamento, prima, e perversione dei costumi e della morale, poi.

I sistemi democratici occidentali appaiono, oggi, in profonda decadenza e lo sperimentano gli Italiani attraverso la “sospensione della democrazia” che ha imposto di necessità “governi tecnici” o di “unità nazionale”; lo sperimenta il paese attraverso il crollo di credibilità delle Istituzioni e soprattutto della Politica, che sembra sprofondare giorno dopo giorno sulla spinta di scandali e abusi generalizzati. Qualcuno ha ipotizzato che la tangentopoli della prima repubblica, avendo “scoperchiato la pentola” e mostrato a tutti l’esistenza di una “mangiatoia pubblica”, avesse quasi di fatto autorizzato chiunque ad assumere analoghi corrotti comportamenti, giustificabili in virtù della “consuetudine”, che in campo giuridico – come noto – può assumere valore di “norma”. La rappresentanza e rappresentatività della nostra classe politica, anche a livello internazionale, è di fatto “tollerata”, quando non azzerata; e si nutrono - a ragione! - preoccupazioni che possono avere diretto riflesso sulla stabilità e tenuta generale del paese in un futuro difficile. Ma, il sentimento più diffuso nella popolazione consapevole della gravità della situazione si può riassumere nell’imperativo categorico, di qualche anno fa, per il quale fu coniato il termine: “derattizzare la politica”. Solo la Politica? L’opera è completata? Presumibilmente: No! Specie se si pensa anche allo stato in cui versa la Magistratura! Il vero rischio è che l’elettorato astensionista, già a livelli di guardia (si parlava sinora del 40%), può ampliarsi e portare la parte votante ai livelli “minoritari” del 30-40% come in altre “democrazie occidentali”.

Sarebbe in tal caso, come sperimentato nel corso della gestione COVID-19, la vittoria del “consenso (di una parte minoritaria) senza il consenso (della vera maggioranza)”, concetto che si ritrova negli scritti di Chomsky come “metodo” della democrazia, qualora distinguessimo i teorici desiderata dalle prassi che si realizzano nel concreto. Avverte Chomsky: “Dagli anni ‘50, le multinazionali estere hanno controllato quote sempre maggiori della produzione industriale” e sono proprio le multinazionali che si sostituiscono sempre più agli stati nel governo delle nazioni, in un mondo globalizzato che lascia presagire l’attuazione di quel mondo orwelliano attraverso la messa in pratica di una ben descritta “teoria e prassi del collettivismo oligarchico”. Ma siamo giunti qui all’improvviso? Oppure qualcuno che avrebbe dovuto non ha vigilato? Dalla celebrazione dei funerali alla vecchia DC (oggi rimpianta anche dai suoi avversari e ritenuta non più risuscitabile) alle lacrime di Occhetto per il defunto PC; dal “bipolarismo” d’importazione in poi; è ipotizzabile che le ambizioni di governo cui hanno ceduto ugualmente centro-sinistra e centro-destra, impreparati e forse meglio attrezzati entrambi per il “controllo” – svendendo i propri ideali e disprezzando storicamente un ruolo d’opposizione intelligente – abbiano fortemente contribuito a condurci qui dove siamo? Dov’è più la tensione al sociale, il servizio al Paese e la sua gente, l’esercizio dell’autocritica di un tempo, negletti per mera questione di interessi, spesso personali o di gruppo, se non di Loggia? Coloro che si sono “macchiati”, un tempo, possono essere “riammessi nel tempio”? Forse tutti abbiamo dimenticato ciò che implica la “responsabilità”! L’errore, la colpa devono essere riconosciuti da chi li ha commessi ed espiati! Solo successivamente è ipotizzabile, e comunque non garantito, il perdono! E semmai qualcuno confessasse ogni colpa, e fosse perdonato, al punto in cui siamo costituirebbe la soluzione in un paese soggetto a forze prevalentemente esogene?

In merito alla guerra di ritorno in Europa orientale potremmo ricordare: “Chi governa l’Eurasia governerà il Mondo”, come sostenevano gli strateghi del passato (e forse non solo!). Se è vero questo assunto e se fosse vero che per la pace “…non si vedono possibilità di risultati né a breve né a medio termine”…, occorrerebbe concludere che senza la Russia integrata nel sistema occidentale, sarebbe la stessa civiltà tutta dell’occidente a rischiare di divenire marginale. Forse, la guerra Russia-Ucraina è il risultato di un fallimento del vero obiettivo dell’Unificazione Europea? Ragionevolmente si potrebbe rispondere si!. Ma, è pensabile d’integrare la Russia in Europa senza che abbia un ruolo di primus inter pares? E a questo riguardo forse bisognerebbe rispondere ad un ulteriore quesito: si può dialogare con un sistema che si vorrebbe integrare dopo averlo in tutti i modi demonizzato, non soltanto in tempi recenti? E ancora un forse: non è per caso che è la strategia per raggiungere un pacifico assetto globale che va totalmente rivista e ripensata, anche sul piano valoriale, piuttosto mutato rispetto alla originaria Idea di Europa (“apportatrice di pace e sviluppo, rispettando le identità nella diversità”)?

Tra i fatti emersi a causa di questa guerra di ritorno in Europa potremmo citare anche i seguenti, che fanno sorgere ulteriori interrogativi, lasciati al “sentire” di ciascuno.

Il mondo europeo che si era sviluppato in una prospettiva di abbondanza energetica ha subito un arresto improvviso, come nel caso COVID-19, ma per dipiù l’energia, che è materia preziosa per l’umanità, in nome del mercato, è stata fatto oggetto di speculazione, come non mai, in intensità e modalità della speculazione stessa. Oltre ad aver indotto aumento di costo in tutta la produzione nazionale, i prezzi per l’energia hanno raggiunto valori che ne fanno quasi un bene indisponibile per grosse fasce popolari costrette a ridurre drasticamente i consumi, fino a parlare di una energy poverty in cui: o si mangia o ci si scalda. Sono prevalse le ragioni della geopolitica, quindi del “Potere” o dei “Poteri”, rispetto ai bisogni primari umani di una grande fetta delle popolazioni! Guerra, sanzioni e ritorsioni hanno, dunque, mostrato il volto di questi “Poteri” contrapposti e la considerazione che essi nutrono, a prescindere dalle forme in cui vengono esercitati, per i bisogni umani primari delle proprie popolazioni! Lo stato di guerra e di sanzioni conseguentemente determinatosi ha imposto emergenze e comportamenti molto discutibili anche nella gestione di movimenti bancari internazionali operati, attraverso il web, in modalità tali da privilegiare gli obiettivi di una delle parti belligeranti. Comportamenti che si sono mostrati sul sistema SWIFT[24] come sostanziali deviazioni di fatto dai normali protocolli di gestione del sistema e del web. È così emersa la prova che chi tiene in mano il web, tiene il banco e nonostante le normative internazionalmente concordate lo stato di guerra può giungere a giustificare, per così dire, una gestione straordinaria dei protocolli inerenti alcune parti molto rilevanti (per es. movimenti bancari internazionali). Ma il vero timore delle fasce popolari sembra essere la possibilità di generalizzare ed assumere per fini ritorsivi tali tipi di gestioni straordinarie in maniera quasi-perenne, in uno stato di guerra quasi-permanente; sulla falsariga di quanto sperimentato per la gestione dell’emergenza COVID-19, suggerendo tecniche di “falso-scopo”. In questo contesto, la storica correlazione che mostra i dati tra sviluppo e consumi energetici (specie quelli elettrici, come da grafici che seguono), diviene evidenza che la via della decrescita in diversi paesi europei come il nostro è stata già intrapresa, volenti o nolenti, presumibilmente in maniera irreversibile[25]. Il consenso dei popoli interessati non è stato necessario!

È stato già detto altrove[26] e vale qui la pena ripeterlo! Nel dibattito che si è finalmente aperto nella società civile sui cambiamenti climatici e sull’ecologismo in generale, razionalità umana ed ecologismo devono essere strettamente interconnessi e le emozioni, al pari dell’incompetenza, devono essere tenute fuori da questa relazione, come pure le fantasie che rifuggono dalla realtà, per quanto “belle, giuste e buone” esse possano apparire. Il dispregiativo “maltusiano”, non può far dimenticare la realtà della correlazione diretta tra aumento demografico e aumento dei gas serra; correlazione problematica tra crescita demografica e sostenibilità. Tale correlazione di evidenza scientifica, sebbene escluda l’Europa e l’occidente che mostrano trend di natalità problematici in diminuzione, richiede invece agli altri continenti un serio intervento in campo, e non si può più tentare di ignorarlo per risolvere i problemi in atto. È stato già messo in evidenza[27] come i problemi sullo scenario internazionale che vanno dall’etica allo sviluppo, dall’economia e finanza alla sicurezza degli spazi fisici e cibernetici, dalla transizione energetica alla sostenibilità, influendo tutti sulla pace e vivibilità sul nostro pianeta, richiedono un competente approccio olistico, ossia integrato, razionale e a tutto campo, avulso da sentimenti ed emozioni, ma orientato alle soluzioni.

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Infine, questa guerra di ritorno in Europa ha messo anche in evidenza con la crisi energetica e le limitazioni sull’utilizzo del gas, che – per dirla con le parole di George Simmel[28] - non può esistere una “moneta segno” semplicemente, ma la moneta reale deve avere un collaterale che funga da corrispettivo valore, quantomeno in termini di “risorse naturali”. Questa, almeno sembra la tesi non palesata, ma intuibile, nelle azioni ritorsive della parte belligerante che ha subito le sanzioni dall’Occidente. Garantire, come avvenuto sinora per il dollaro USA, il valore della moneta cartacea di una grande economia attraverso il volume, la qualità, l’utilità e l’efficienza della produzione di quell’economia pilota per i bisogni umani in generale, sembra quasi che non basti più. Ecco quindi che il collaterale, per chi se lo può permettere (e gli USA ritengono lo possano!), diviene la Forza militare.

In un cammino personale, assumendo come metodo quello di “Udire, Ascoltare, Sentire” soprattutto, sembra che una “certa” verità, forse trascurata, dimenticata o forse occultata, si erge davanti a chi vuole comprendere.

Il nostro pianeta è l’unica “navicella” che abbiamo per girare intorno al nostro Sole, finché dura, e trarne l’energia per sopravvivere su di essa, insieme a flora e fauna locale, ammesso che: eventi endogeni (guerre ed opzioni nucleari per vincerle, terremoti di inusuale intensità, enormi eruzioni vulcaniche incontrollabili, etc.); o eventi esogeni (asteroidi di grandi dimensioni, eiezioni solari, eventi alieni, etc.), non distruggano la “navicella” insieme all’umanità e tutto il resto.

Il sistema Terra-Sole ha un suo proprio equilibrio termico, anche in diverse condizioni in cui può venirsi a trovare. L’umanità che abita la Terra ha estremamente bisogno di energia per proseguire il suo cammino di civiltà, di vita e di conoscenza. Pur ammettendo che fonti innovative di energia venissero, in futuro, rese disponibili a costi praticamente nulli (fusione nucleare, idrogeno prodotto da batteri, CO2 convertita in combustibili organici rinnovabili attraverso catalizzatori, o altro ancora)[29], in nessun punto del nostro pianeta si potrebbe, per qualsiasi ragione e in qualunque condizione, consumare ed immettere energia sulla superficie terrestre in quantità oltre un certo limite (tutto da stabilire, ma limite inderogabile!); ciò a prescindere dalle emissioni di CO2, il cui aumento effettivamente limita l’emissione di energia termica (sotto forma di radiazione infrarossa) verso lo spazio. Infatti, l’atmosfera terrestre, anche con pochissima CO2, costituisce comunque una “coltre isolante“ che non permette di turbare l’equilibrio termico del sistema e immettere energia illimitata sulla crosta terrestre, pena l’aumento di temperatura media e quindi il cambiamento climatico. Diverso è, invece, nello spazio profondo, che è un “naturale pozzo freddo” in cui si può consumare e quindi “scaricare” tutta l’energia che si desidera, degradata in termini di contenuto entropico.

La conseguenza di ciò implica necessariamente un controllo accurato della sostenibilità e della sufficienza di ciò che viene prodotto in funzione della popolazione “imbarcata” sulla “navicella”, del necessario per la vita e sua riproduzione e dell’energia che in essa viene consumata. A tutto il resto, se gli umani vogliono continuare a sopravvivere insieme alla loro “navicella” continuando la specie, è ovviamente necessario trovare soluzione, aldilà di chi esercita il “Potere” e se lo esercita democraticamente oppure autocraticamente!

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In definitiva la domanda finale è: siamo giunti ad uno stadio dove il consenso dei popoli può essere ignorato e vale solo quello dei mercati e di chi li muove? Lo Spirito del Tempo perirà? O, forse, più verosimilmente: è già morto? In una prospettiva esoterica, piuttosto che nella convinzione di un artificio retorico in chiave culturale europea, può un angelo morire?

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Note

[1] Il presente lavoro vuole anche essere una continuazione e un aggiornamento dell’articolo scritto nel 1993 reperibile in Open Access al link doi.org, dal titolo: Dove stiamo andando? Interrogativi "fantapolitici" sull’Europa e sul nostro Paese; da cui sono tratte anche alcune figure qui di seguito riportate.

[2] Vedasi Sven Ortoli e Jean Pierre Pharabod. Metafisica quantistica. Catelvecchi Editore, 2012. Oppure online Meccanica Quantistica: per es. principio di Indeterminazione di Heisenberg; funzione d’onda e suo “collasso”; Il paradosso del gatto di Schrödinger; etc.

[3] Vedasi a titolo di esempio: Cristina Gennaccari. Le radici Cristiane dell’Occidente. Fergen Edizioni, 2017; Enrico Norelli. La nascita del Cristianesimo. Il Mulino, 2017; Marcel Simon. André Benoît. Giudaismo e cristianesimo. Editori Laterza, etc. per giungere sino ai capolavori di Max Weber quali ad esempio L’etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo.

[4] Vedasi ad esempio www.treccani.it.

[5] Vedasi ad es. Donald Sassoon. La Cultura degli Europei. Rizzoli Editori; capitolo Stati e Mercati - pag. 841 e seguenti.

[6] Se ne fa cenno anche in una delle ultime opere di Luciano Gallino (vedasi ad es. www.google.it, ma una più compiuta trattazione si trova in “La nuova era della manipolazione delle Borse” nella Rivista Gnosis n. 3 - marzo 2009 (vedasi gnosis.aisi.gov.it).

[7] La guerra per procura - realtà prevista e insegnata nei manuali di strategia militare - è un conflitto armato tra due Stati o attori non statali, uno o entrambi i quali agiscono su istigazione o per conto di altre parti che non sono direttamente coinvolte nelle ostilità. Ne vengono forniti esempi al link en.wikipedia.org.

[8] Vedasi di Alberto Bagnai - Il Tramonto dell’Euro.

[10] D. Petti. Dialogo sulla Politica con Benedetto XVI. Lateran University Press, 2013.

[11] Vedasi bibliografia per disponibilità in rete di tali documenti.

[12] Un contributo di Tommaso Conte sul Cattolicesimo regione per regione in Europa - vedasi civiltadellamorerm.

[13] Sembrano esistere diverse versioni di queste dichiarazioni craxiane; vedasi anche www.avantionline.it; www.studiolegalemarcomori.it; ma il contenuto di quanto riportato qui e di seguito, attribuito a Craxi, e ritrovato in siti pro-italexit, eurexit, etc., sembra poter essere validato, almeno in parte, dal seguente video della Fondazione Craxi: www.youtube.com.

[14] L’Icann è un ente internazionale no-profit, istituito il 18 settembre 1998, per proseguire i numerosi incarichi di gestione relativi alla rete Internet. L’Icann controlla e gestisce l’assegnazione degli indirizzi numerici che corrispondono poi ai siti web a cui tutti i giorni ci colleghiamo. - Vedi: www.rainews.it.

[15] È qui viene alla mente tutta la semantica implicita nella visione e nei termini della “Dittatura del Proletariato”.

[16] NOOA e NASA già lo fanno! Ringraziamoli!

[17] La nostra INGV, già lo fa, ringraziamoli!

[18] Search of Extra Terrestial Intelligence - Organizzazione di ricerca no-profit.

[19]Vedi cap. Restringere la ricerca - pag. 106 e seguenti - Codice Edizioni. 2012.

[22] Edito da Di Renzo Editore - Roma - 2011 - (presumibilmente unica fonte per una verifica dei contenuti e dell’autore, ma anche essa indisponibile in molte grandi librerie).

[23] Questa sintesi presente in un documento disponibile in rete e divenuto non più rintracciabile, è considerata non autentica, nonostante ricerche sui contenuti rimandino anche al lavoro ”Sulla nostra pelle. Mercato globale o movimento globale?” By Noam Chomsky presente in Google Libri.

[24] SWIFT è un sistema di messaggistica vasto e “sicuro” che consente alle banche e ad altri istituti finanziari di tutto il mondo di inviare e ricevere informazioni crittografate, ovvero istruzioni di trasferimento di denaro transfrontaliero.

[25] Vedasi più in dettaglio slideplayer.it.

[26] Vedasi R. Morelli. Le 4E. Energia, economica, ecologia ed etica. Riflessioni su Conversione Nucleare e Sviluppo in Tempi Difficili. R. Morelli. Transizione: l’approccio olistico. Per un’analisi sulla sostenibilità e la pace. 4E: Energia, ecologia, economia, etica

[27] Vedi riferimenti nota 26 sopra.

[28] Vedasi le sue opere Filosofia del Denaro; Le Metropoli e la Vita dello spirito; Psicologia del denaro; oppure più brevemente R. Morelli - Sostenibilità e Valori riconsiderando Simmel al link.

[29] Tutti temi su ricerche innovative in atto di cui si trova traccia nella stampa italiana dell’ultimo decennio.

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