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Thrinakìa cinquième édition: prix international d'écritures autobiographiques, biographiques et poétiques dédiées à la Sicile / Sous la direction de Orazio Maria Valastro / Vol.21 N.1 2023

La figlia del pittore contadino

Rosa Giombarresi

magma@analisiqualitativa.com

Comiso RG, 1960.

Abstract

Un estratto dall'autobiografia La figlia del pittore contadino (Archivio della Memoria e dell’Immaginario Siciliano AMIS - Le Stelle in Tasca ODV Catania), prima opera classificata nella sezione autobiografie del premio internazionale di scritture autobiografiche Thrinakìa.

 

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Thrinakìa journal de voyage - Véronique Béné
Deuxième œuvre primée Section Journaux de voyage

L’energia e la bellezza della terra

Avevo appena tre anni e mezzo, quando mi ritrovai catapultata su una grande macchina nera. Era la prima volta che salivo in una macchina.

Negli anni sessanta, le strade del mio paese erano quasi interamente attraversate da carretti, che trasportavano merci e persone.

Il mio quartiere, prevalentemente abitato da contadini, era transitato dai carri, e ogni qualvolta ne passava uno, il rumore stridulo delle ruote ci avvertiva del loro passaggio, ma portavano tanta allegria a noi bambini, che gioiosamente li rincorrevamo, con la speranza che il contadino si fermasse e ci facesse salire.

Raramente passava qualche macchina, dato che erano poche le persone che ne possedevano una, ma grazie a questo le strade erano molto più sicure, raramente vi era qualche incidente, e se ce n’era qualcuno, la gente curiosa si riversava sulla strada, e per giorni non si faceva altro che parlare dell’incidente.

La strada era viva, affollata di grandi e piccoli, e ogni angolo palpitava di vita e di fragore, non c’erano parchi o campetti di calcio, ma i ragazzini se li inventavano i giochi.

Chi aveva la fortuna di possedere un pallone giocava, altrimenti prendevano le calze ormai irreparabili e li riempivano di pezze vecchie, diventandone pallone da calcio, si giocava a scinni e accravacca, a nascondino, alla fossa con le noccioline nel periodo delle feste, e alle caselle, e con le loro grida i bambini rendevano gioioso un intero quartiere.

Una mattina, mio padre che solitamente mi chiamava principessa, mi prese in braccio e guardandomi negli occhi, mi disse che fra qualche giorno sarebbe arrivata una grande macchina, che ci avrebbe portati in una bellissimo castello, molto lontano dal paese, abitato da principi e principesse, dove avrei avuto tutto tanti giochi, tanto buon cibo e tanti vestiti.

Lo guardai felice e sognante lo abbracciai, da sempre ero stata una bambina giudiziosa, sicuramente per questo mi portavano in gita, e non vedevo l’ora che arrivasse quel giorno.

Nei giorni successivi in casa ci fu tanta frenesia, arrivarono vestiti e scarpe nuove per tutti, tante cose buone da mangiare, e mia madre ne fu talmente felice che iniziò a saltare di gioia, e con i suoi schiamazzi portò tanta gioia in casa.

Il giorno precedente alla partenza, mia madre sorridente e gioviale, mi disse che l’indomani mattina all’alba si partiva, per cui iniziò a fare le valigie, mettendovi i vestiti nuovi che alcune persone di buon cuore ci avevano regalato, dato che eravamo poverissimi.

Il mio guardaroba normalmente era formato solo da due vestitini e di un grembiulino per tutti giorni, che mettevo per non sporcarmi, avevo solo un vestito elegante, che potevo mettere solo la domenica e nelle feste.

Avevamo così pochi vestiti, che un piccolo armadio bastava e avanzava per un intera famiglia.

Durante la notte non riuscii a dormire, sdraiata al lato dei miei genitori mi giravo, mi rigiravo, ma tutta la notte non riuscii a chiudere occhio, ero troppo agitata, non vedevo l’ora che arrivasse l’alba, che tutti si svegliassero e poter partire finalmente con la macchina che ci avrebbe portati lontano dal tugurio dove vivevo.

Alle prime luci dell’alba mia madre svegliò tutti strillando, come faceva di solito, io velocemente mi alzai, mi andai a lavare e mi vestii, ero già seduta sul marciapiedi, che aspettavo, pronta per partire, mentre i miei fratelli non ne volevano sapere di svegliarsi, infatti a fatica si alzarono e capii che loro, non avevano il mio stesso entusiasmo di partire.

Erano le sei del mattino e una macchina nera scese dalla nostra strada, e col suo forte rumore svegliò l’intero quartiere.

Mia madre iniziò a urlare come una forsennata, “c’è la macchina”, “c’è la macchina”, si parte, era la più euforica di tutti, e mi diede l’impressione che non vedeva l’ora che arrivasse questa macchina per portarci chissà dove, mentre mio padre, una persona molto gioviale e allegra stranamente era silenzioso e pensieroso, aveva una faccia così triste, che nei miei pochi anni di vita non gli avevo mai visto, intuì che non voleva partire, cosa molto strana, dato che proprio lui era un uomo che amava viaggiare e vedere il mondo.

Io ero già fuori che aspettavo, e la vista di quella macchina alimentò tante speranze nel mio cuore, e il solo pensiero di potervi salire mi fece sentire una vera principessa.

Mio padre silenzioso uscì di casa con le valigie in mano, li mise nel portabagagli, e invitò tutti a salire velocemente, dato che avevamo tanta strada da percorrere.

Si posizionò accanto all’autista, mentre io e i miei fratelli Giovanni ed Enrico ci sedemmo nel sedile posteriore, con mia madre che si mise in centro, con in braccio mio fratello Giuseppe, che stranamente dormiva, dato che piangeva in continuazione.

I vicini, svegliati dall’assordante rumore della macchina, assonnati, si affacciarono dai loro usci, e tristemente ci salutarono, dispiaciuti della nostra partenza.

Nonostante eravamo una famiglia chiassosa e rumorosa, nel quartiere ci volevano bene tutti, e dai loro visi capii che sicuramente gli saremmo mancati.

Tutte quelle facce assonnate e tristi mi trasmisero un po’ di tristezza, ma mi passò appena partimmo, ero troppo felice della mia nuova vita.

Bambina curiosa quale ero, mi attaccai al finestrino, abitudine che ancora oggi mi porto, mi piaceva vedere la strada scorrere alle mie spalle, e mi emozionai nel vedere tutto quello che mi si presentava agli occhi, che andava ad arricchire la mia continua curiosità.

Nonostante fossi così piccola, in quella strada che velocemente scorreva alle mie spalle sentii che stavo lasciando tutto il mio passato, per intraprendere una vita completamente diversa, nuova, sicuramente migliore e tutto questo, alimentò tanta speranza nel mio cuore.,

Le poche volte che distoglievo lo sguardo dal finestrino, incrociavo lo sguardo di mia madre, felice di partire, con dei sorrisini che era solita fare, che dicevano tutto e non dicevano niente, e che dopo tanti anni capii che ogni volta che ne faceva uno c’era sempre qualcosa in ballo.

Fu un viaggio molto strano, soprattutto silenzioso, i miei fratelli si addormentarono subito dopo la partenza, e i miei genitori di natura chiassosa e chiacchierona non parlavano, c’era un silenzio tombale, sembravamo più a un funerale che a una gita di famiglia.

Soprattutto mi incuriosiva il silenzio di mio padre, lui un uomo molto solare, considerato da tutti un gran chiacchierone, che quando iniziava a raccontare qualche episodio, non finiva mai di parlare perché celermente passava da un discorso all’altro, inserendo aneddoti al momento, e ora era completamente muto, lui che era sempre al centro dell’attenzione, perché voleva essere al centro dell’attenzione, e con la sua dialettica incantava grandi e piccini, tanto che tutti rimanevano in silenzio ad ascoltarlo, affascinati dai suoi discorsi.

Mio padre, Francesco Giombarresi, nacque nel 1930 a Vittoria da Giovanni Giombarresi e Donna Rosa Brullo, e fu primo di tre figli.

Suo padre era un uomo di vecchio stampo, che nel dopo guerra con grandi sacrifici si era costruito una buona posizione sociale, acquistando diverse proprietà terriere.

Uomo molto duro, che aveva trascorso tutta la sua vita al duro lavoro della terra, interessato solo al lavoro e al profitto delle proprietà, e a detta di mio padre un padre padrone.

Mio padre frequentava la seconda elementare, quando il padre gli comunicò che non appena completava l’anno scolastico, l’avrebbe portato con sé in campagna.

Questa comunicazione lo scosse così tanto da provocargli tanta sofferenza.

Bambino curioso e molto intelligente quale era, con tante ambizioni, amante della compagnia, avrebbe vissuto in piena solitudine, e non accettò mai che proprio suo padre gli facesse vivere una vita diversa da quella che lui desiderava, si ribellò più volte al volere del padre, ma inutilmente, suo padre fu irremovibile, era il primogenito dei figli, e doveva lavorare per accrescere il patrimonio familiare, e a questo non si discuteva.

La terra per lui era diventata il suo chiodo fisso, doveva averne sempre di più, ripetendo in continuazione che solo da essa poteva trarre nutrimento e guadagno, mentre la scuola non era altro che una perdita di tempo, che non produceva niente.

Da pochi giorni mio padre era stato promosso a pieni voti in seconda elementare, quando suo padre con fare autoritario se lo portò in campagna, costringendolo a lavorare la terra, chiodo fisso dell’intera sua esistenza, mentre moglie e i figli, con le loro esigenze, erano marginali.

Questa fu una delle tante cause che portarono alla rottura del matrimonio tra mio nonno e mia nonna, donna Rosa, una bella donna di carattere forte e all’avanguardia per quei tempi, di famiglia benestante, che non accettava i modi villani del marito, e che dopo l’ennesima lite lasciò, trasferendosi a Roma, e portando con sé la figlia femmina e il bambino più piccolo.

Fu costretta dal marito a lasciare mio padre, dato che era il più grande dei figli, ma partì con la speranza che prima o poi se lo sarebbe ripreso, cosa che non fu mai possibile, dato che mio padre trascorse tutta la sua infanzia e gioventù in campagna col padre, e non vide mai sua madre.

L’abbandono della madre segnò tutta la sua esistenza, lo rese assetato d’amore verso tutte quelle persone che gli stavano intorno, illudendosi di poter colmare quel profondo vuoto che si portò dentro fino alla morte.

Conobbe poco amore e tanta verga e rigore, che lo portarono ad alienarsi dalla realtà, sognando di vivere contemporaneamente diverse vite parallele.

Oltre alla lettura gli piaceva tanto disegnare, e di nascosto del padre con i chiodi e i legnetti scalfiva tutto quello che trovava, disegnando mondi fantastici.

I colori della campagna lo ispirarono nel disegno e i profumi della terra lo inebriavano. Soprattutto in primavera la campagna fiorita diventava per lui un tripudio di colori e di gioia. Il rosso dei papaveri e il giallo delle margherite lo ispiravano e lo allontanavano dalla squallida vita che conduceva giorno dopo giorno.

Infanzia e adolescenza la trascorse tutta in campagna, nella solitudine totale, in compagnia solo di suo padre e di qualche parente che raramente li andava a trovare.

Mio padre amava e odiava la terra, a causa di essa non aveva potuto studiare ma allo stesso tempo la amava per tutte le sue bellezze, infatti nel poco tempo libero raccoglieva papaveri, margherite e tutti i fiori di campo che trovava al suo passaggio, ne prendeva i petali e pestandoli ne ricavava il colore, e al posto dei pennelli utilizzava i chiodi e i legnetti che trovava, disegnando, di nascosto del padre, dove gli capitava prima, e muro, terra e corteccia diventarono i suoi compagni di vita.

Prediligeva il colore rosso, che otteneva dai papaveri, in primavera, mentre in altri periodi dell’anno lo ricavava dal sangue delle galline che ogni domenica, venivano uccise per farne brodo e mangiarne la carne.

Nonostante fosse contrario a ogni tipo di violenza era sempre presente a questo rito, e appena mettevano a sgocciolare la gallina a testa in giù, di nascosto, metteva il sangue in un contenitore, e con questo scriveva e disegnare, a differenza dei bambini della sua età che pensavano solo a giocare.

Anche il nero e triste carbone fu suo compagno di giochi e di avventura, con esso disegnava tutto quello che gli passava per la testa, facendo degli strani disegni che nessuno percepiva.

La sua triste infanzia lo portò a sentirsi diverso dai ragazzini della sua età che pensavano solo a giocare, mentre lui nei suoi giochi ci entrava con l’immaginazione, sognando a occhi aperti, un mondo magico e fantastico, fatto di sfumature e di colori bellissimi, dai quali si sentiva avvolto e con il cuore pieno di gioia, tanto da diventare tutt’uno con l’amata e odiata terra.

Lei, la madre terra, era diventata quella madre che non aveva più, ne cercava il contatto, sentendosi coccolato dalle ferite della verga, a volte inferte dal padre, e accarezzandola cercava tutto l’amore e l’affetto di cui ne era stato privato.

L’energia e la bellezza della terra lo caricavano così tanto da sopportare la sua triste vita, portandolo a disegnare in ogni parte della casa, e in qualunque posto si trovasse. Scaricando così la sua insofferenza cercava disperatamente equilibrio e serenità.

Gli uccelli, come San Francesco furono i suoi compagni d’infanzia, con i quali divideva volentieri il suo pasto, e all’imbrunire amava guardarli in volo, sognando anche lui di essere un uccello in volo, e le ali per lui rappresentavano libertà.

Nei disegni dei campi fioriti vi rappresentava la sua vita agreste e gioiosa, mentre nelle figure tetre e tristi, il padre, figura scura e rigida, dove vi esprimeva solitudine e disperazione di una vita dove non c’era spazio alla gioia e alla fantasia.

La figura di suo padre fu come un grosso macigno nella sua vita, ma nonostante tutto la cercava, faceva parte della sua vita.

Tante furono le volte che fu sorpreso dal padre a disegnare, o a creare oggetti con quello che offriva la campagna, e tante furono le volte che proprio per questo prese tante botte, e più botte dava il padre, più lui disegnava, era una sfida tra lui e suo padre. Furono anni molto duri, che influenzarono fortemente lo stato emotivo di mio padre. Soffrì tantissimo in quegli anni, deriso da tutti per i disegni che faceva e giudicato un fannullone.

Gli anni passavano in piena solitudine, finalmente era diventato un uomo e per suo padre era arrivato il momento di trovarsi una moglie.

Mio nonno iniziò a prodigarsi con le famiglie del paese per trovare una buona moglie, soprattutto di buona famiglia e dello stesso paese, al figlio, in modo che sarebbe rimasto per sempre alle sue dipendenze, ma lui era ribelle nel cuore, faceva tutto il contrario di quello che voleva suo padre, infatti un giorno gli comunicò che avrebbe sposato solo una donna di cui ne sarebbe stato innamorato e di un altro paese.

Una volta i matrimoni venivano combinati dai genitori o dai parenti, prima si incontravano le famiglie per parlare della dote e dopo i futuri sposi. Fu proprio un parente di mia madre, che conoscendo mio padre lo portò in matrimonio alla famiglia di mia madre.

A differenza di mio nonno la famiglia di mia madre era di origini molto umili, mio nonno era contadino e a tempo perso realizzava le scope con le fibre naturali delle piante.

Mia madre, Biagia Aprile, terza di sei figli, era una bella donna, di carnagione bianco latte, e dai capelli biondo-rossiccio, aveva i lineamenti più da irlandese che da siciliana, di carattere apparentemente molto mite e ubbidiente, totalmente analfabeta, ma molto furba e intelligente.

Per entrambi fu amore a prima vista, e dal primo giorno che si incontrarono si innamorarono perdutamente l’uno dell’altro.

Mio padre portò il padre in casa di mia madre, ma quando mio nonno vide le condizioni in cui abitavano, disse al figlio che non gli piaceva la famiglia, troppo povera, ma mio padre si ribellò al padre e per la prima volta in vita sua decise lui della sua vita, e dopo qualche mese convolò a nozze con mia madre.

Il padre indispettito per la sua scelta non andò al matrimonio, e da quel giorno non ne volle sapere niente della vita di suo figlio. Il matrimonio e soprattutto l’amore di mia madre fu come una molla per mio padre, gli diede il coraggio di ribellarsi a quel padre padrone, e stanco del suo comportamento e dalle maniere villane, si allontanò da lui.

Mio nonno infastidito dal comportamento di mio padre, non lo volle più vedere, per lui non era altro che un fannullone, un fallito che passava il tempo a fare delle cose inutili.

Questo giudizio su mio padre fu come un macigno, si sentiva veramente un fallito, ma sposandosi acquistò un po’ di sicurezza, grazie all’amore di mia madre che lo incoraggiava e lo sosteneva.

Dopo sposati andarono a vivere nello stesso quartiere dei miei nonni materni, in una casetta molto piccola, sprovvista di acqua, con una stanza, un’alcova e un piccolo solaio.

Un luogo sacro: il suo mondo

Mio padre trascorreva intere giornate in solaio, approntato a studio a suo dire, dove era off-limits per tutti, anche per mia madre.

Nessuno poteva salirci, scendeva qualche volta all’ora di pranzo o a cena e poi se ne risaliva, tanto che a volte ci trascorreva anche la notte.

Sapevamo della sua presenza solo perché ogni tanto sentivamo dei rumori che rimbombavano dal solaio, e che durante la notte mi svegliavano mettendomi ansia e timore.

I giorni, i mesi e gli anni passavano e lui continuava a condurre la sua doppia vita, alternando alla vita quotidiana, una vita fantastica, creata nel suo immaginario e vissuta nel solaio, nascondendola anche alla sua famiglia.

Furtivamente scendeva e risaliva immediatamente, nascondeva chissà quale segreto, noi non vedevamo e non sapevamo niente, potevamo solo immaginare, ma per diversi anni fu tutto un mistero, non sapevamo neanche cosa facesse.

Lo vedevamo salire su e giù da una scala di legno, a inventare quella o quella altra cosa, certe volte si affacciava dal solaio, con addosso un camice bianco, sembrava un dottore o un fantasma, lo guardavo stupefatta e un po’ impaurita, mi vedeva, mi faceva un sorrisino, qualche volta mi diceva principessa che fai di bello, e frettolosamente si chiudeva in quel maledetto solaio sparendo per ore.

Tante volte per evitare che qualcuno di noi salisse su per le scale, alzava la scala e la portava dentro il solaio, cosicché nessuno potesse salire per curiosare e vedere che c’era o cosa faceva.

Neanche mia madre aveva il permesso di salire, ma a lei non importava, anzi fiduciosa e serena ci diceva che dovevamo comportarci bene e che mai dovevamo disturbarlo, perché nostro padre era un grande uomo, un artista, un grande inventore, che faceva grandi lavori, e che un giorno sarebbe diventato importante, perciò lo dovevamo lasciar perdere.

L’arte e il suo mondo ci allontanava giorno dopo giorno, lui esisteva per sé stesso e noi tutti contavamo poco o niente, ma tutto quello che mia madre diceva su di lui mi portava a fantasticare, il suo mondo mi incuriosiva e desideravo farne parte, almeno per un poco, ma questo non era possibile, vivevamo nella stessa casa fisicamente, ma ci separavano mille chilometri e il solaio era diventato un muro alto cento metri.

In quella casa mi sentivo sempre più sola, mi lamentavo spesso con mia madre, che a sua volta era sempre in giro a lavorare, ma neanche lei mi capiva, non capiva il mio senso di abbandono e la mia solitudine, in fondo chiedevo così poco dalla mia vita, volevo essere coccolata e amata come tutti bambini di questo mondo e avere la sensazione di esistere almeno per la mia famiglia, ma erano solo parole buttate al vento, entrambi si erano chiusi nel loro mondo egoistico dove se per mio padre esisteva solo la sua arte, e per mia madre solo il suo lavoro.

Quando avevo fame e non trovavo niente era inutile cercarli, mi arrangiavo e quello che trovavo mangiavo, o mi sedevo sul marciapiedi, dignitosa e in silenzio prendevo la

mia piccola bambola e fingevo di nutrirla, non chiedevo niente a nessuno, ma nel vicinato mi volevano bene e tante erano le volte che mi invitavano nelle loro case a pranzare o mi offrivano il pane con le focacce appena sfornate, chiedendomi spesso se avessi mangiato, ma ero troppo dignitosa della mia vita, dicevo sempre di sì, ma i miei occhi e la fame mi tradivano.

In silenzio e con la pancia piena rientravo in casa, mi infilavo sotto le coperte e piangevo, e se da un lato mi faceva piacere essere aiutata, dall’altro mi sentivo amareggiata e mortificata.

Mio padre saliva e scendeva in continuazione da quel maledetto solaio, come a cercar chissà quale idea o fortuna, diventando sempre più nervoso quando non riusciva a creare quello che si era prefissato, incurante completamente della mia presenza, o di quella di mio fratello, sembrava sospeso tra la terra e il cielo, assumeva tanti comportamenti e atteggiamenti strani, dandomi la sensazione di sdoppiarsi in una o più persone, e nonostante mi vedeva piangere, invece di coccolarmi mi guardava infastidito, perché con i miei piagnistei lo distoglievo da cose molto più importanti.

Ricordo poco le sue braccia e piccolissima, dopo qualche minuto che mi prendeva in braccio, repentinamente mi posava sul letto, come un pacco, scordandosi completamente di me.

Il solaio per anni fu un luogo sacro, il suo mondo.

Avevo nove anni e una delle tante volte che saliva per le scale del solaio, dalle mani gli cadde una biglia di vetro, andò a finire sotto il mio letto e io velocemente e incuriosita la presi tra le mani e inizia a giocare, ma lui velocemente, scese dalla scala, me la strappò dalle mani, mi sgridò, e mi diede uno schiaffo, mi disse che nessuno doveva toccare le sue cose, mi girò le spalle e infuriato se ne salì su per la scala.

Era il primo schiaffo che ricevevo da mio padre per una piccola biglia e piansi tanto per questo, lo considerai un atteggiamento da folle, e mi sentii completamente esclusa dalla sua vita e da tutto quello che lo circondava, e paragonata a una biglia mi sentii meno importante della stessa, ma dopo un paio d’ore, sicuramente si rese conto di essere stato troppo impulsivo, e affacciandosi dalla porta del solaio, chiamandomi principessa mi invitò a salire, ma io non gli risposi, ero troppo arrabbiata.

Mortificato per come si era comportato nei miei confronti, scese dalla scala di legno, mi abbracciò e prendendomi per mano e chiamandomi nuovamente principessa mi disse che sarei potuta salire in solaio tutte le volte che avrei voluto, ma a una condizione, non dovevo disturbarlo nelle cose che faceva, lo dovevo solo osservare e soprattutto non dovevo toccare niente.

Quell’invito e quell’abbraccio gentile, e soprattutto la mia curiosità mi fecero dimenticare lo schiaffo preso e l’umiliazione subita, iniziai a salire per le scale.

Fui molto contenta di questo, perché finalmente la mia curiosità era stata appagata e soprattutto mi aveva resa partecipe della sua vita.

Lui mi fece strada e aprendo l’uscio del solaio rimasi stupefatta dalle meraviglie che si presentarono ai miei occhi.

Una grande luce accecò quasi totalmente la mia vista e mi sembrò di essere dentro un universo pieno di luce.

In quel piccolo solaio, quasi completamente al buio, illuminato solamente da una piccola fessura, dove a malapena entrava qualche raggio di sole, aveva costruito un mondo tutto suo, dove le biglie erano i pianeti, le stelle e il sole, li aveva infilzati con dello spago e sospesi in aria con tanti tubicini, attaccati a un grande cannocchiale, creato da lui con dei lunghi tubi, rivestiti da un lungo cerotto al quale erano collegate tante lenti di ingrandimento, che grazie a tutte quelle biglie catturavano la luce, che a sua volta riflettevano l’una sull’altra formando una grande luce intensa che si propagava in tutto il solaio, illuminandolo.

Mi sembrava veramente di essere in paradiso e lui col suo camice bianco sembrava un dio.

Capii immediatamente il motivo per cui non voleva farci salire in solaio, tutte quelle biglie in mano nostra li avremmo distrutte o perse.

La luce era talmente abbagliante che dovetti abbassare lo sguardo verso terra, ed un altro nuovo mondo mi si presentò.

A differenza del paradiso che mi aveva abbagliata e caricata di tanta energia, di gioia e felicità mi spaventai, chiusi gli occhi e abbracciai mio padre, che non capì la mia paura, tanto era abbagliato dalla sua luce.

A poco a poco aprì gli occhi sperando che era solo una visione ottica data dalla troppa luce, ma invece non era così, sembrava veramente di essere all’inferno.

Tutto il pavimento era tappezzato di tanti lembi di lenzuola (strappati dal letto matrimoniale) raffiguranti tante figure umane dai tratti molto forti, cupi e tristi, e tanto brutti da sembrare dei diavoli.

Mi colpirono i colori che utilizzò, lui che amava la luce e il sole aveva disegnato l’oscurità tanto da sembrarne dei morti viventi, con delle espressioni sofferte e dolorose. Non chiesi niente a mio padre, non avevo la confidenza di poter chiedere qualcosa,  ma ricordando i miei insegnamenti religiosi, pensai che, nel suo immaginario, aveva scisso il mondo della luce dove aveva messo tutto il suo ingegno e la sua speranza, a quello delle tenebre, riversando mentre nel pavimento il suo inferno, il suo dolore, la sua sofferenza interiore, e l’insoddisfazione della vita e il senso di fallimento.

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