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L’écriture autobiographique : une quête expérientielle transformative. Première partie. / Sous la direction de Orazio Maria Valastro / Vol.20 N.2 2022

Parlare a sé

Michela Gusmeroli

magma@analisiqualitativa.com

Nasce a Sondrio nel 1950. Nel ’71 si trasferisce a Milano, dove partecipa attivamente al Movimento delle Donne,  entrando nel gruppo femminista dell’Anabasi. Si laurea in Psicologia, inizia a scrivere e presenta il suo primo testo a Lalla Romano. Alla fine degli anni Novanta si trasferisce a Treviso, alcuni racconti vengono pubblicati, in testi collettanei, dalla CGIL di Padova. Nel 2006 esce Pablo e la mia storia (Tracce), testo ‘onirico’, che racconta l’incontro con un personaggio ‘archetipico’. Nel 2010 pubblica Una sera dolcissima (Zona), raccolta comprendente il testo autobiografico apprezzato da Lalla Romano, e il racconto Giulia, dedicato alla figlia di Augusto, arrivato finalista al premio Città di Teramo. Nel 2013 il collage La scrittura come cura (im)possibile, viene inserito nel libro di Maria Antonietta Selvaggio Educatrici di Società - racconti di donne e di cura (E.S.A.), presentato nel 2015 alla Camera dei Deputati. Nel 2018 pubblica Nella mia stanza (Meligrana), miscellanea di racconti e poesie, classificato terzo ex aequo al premio L’Iguana, intitolato ad Anna Maria Ortese e Gerardo Marotta. Nel 2019 il testo Bere il calice fino in fondo, viene inserito nel libro Racconti del Sessantotto, la stagione dei movimenti in provincia di Sondrio (Etabeta). Sempre nel 2019 esce Il mio romanzo sei tu (Raffaelli), con la postfazione dell’analista milanese Saverio Falcone, classificatosi secondo al premio Molise è.

 

Abstract

Credo che non si debba fare troppa teoria su certe cose, soprattutto se riguardano l’esperienza personale, e la ricerca di una propria maniera per raccontarla. Ciò che a me è servito davvero sono stati gli incontri con altre scritture, capaci di invogliarmi, sedurmi, appassionarmi. Più numerose quelle delle donne, che hanno maggiore familiarità con l’intimità, non si preoccupano che la loro espressione sia giusta o sbagliata, rispetto al canone letterario.

 

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Illustrazione di Pesce Donna dalla Descrizione storica dei tre regni del Congo, Matamba e Angola di Giovanni Antonio Cavazzi (1687).

Credo che non si debba fare troppa teoria su certe cose, soprattutto se riguardano l’esperienza personale, e la ricerca di una propria maniera per raccontarla. Ciò che a me è servito davvero sono stati gli incontri con altre scritture, capaci di invogliarmi, sedurmi, appassionarmi. Più numerose quelle delle donne, che hanno maggiore familiarità con l’intimità, non si preoccupano che la loro espressione sia giusta o sbagliata, rispetto al canone letterario.

 

Queste sono le autrici che ho amato, e che continuo a seguire, in un ininterrotto dialogo, cominciato tanti anni fa. Proprio quando ho iniziato anch’io a praticare la scrittura, con una certa continuità, ho letto una delle cose più belle mai scritte per mettere in luce cosa significhi parlare a sé (e l’autobiografia lo è, anche se può assumere forme diverse).

 

Era un articolo di Saverio Vertone, pubblicato il 22 gennaio 1986, sul Corriere della Sera, intitolato Memorie di un’ottimista che fu condannata a morte, nel quale parlava di Hetty Hillesum, commentando la prima pubblicazione (incompleta) del suo Diario.

 

Certo, si dirà, è facile raggiungere un buon risultato quando si parla di una persona così elevata, come fu e continua a essere Hetty Hillesum. Invece, credo che quando si è di fronte a tali altezze si rischia di perdere la testa, facendosi prendere dagli eccessi per compensare la propria limitatezza, smarrendosi in giravolte inutili. A Vertone, non è successo, ha saputo entrare, col passo giusto, nel territorio dell’anima, avvicinandola nella maniera più intelligente e affettuosa.

 

Il Diario di Hetty Hillesum, la ragazza ebrea che si rivolge a un Dio imprecisato, senza anagrafe, come alla parte più familiare di sé, mi ha ricordato i colloqui interiori di certe sante della letteratura cristiana, ad esempio di Santa Teresa di Lisieux, e anche di alcune scrittrici note e meno note, come Virginia Woolf o Carla Lonzi.

 

Stile e contenuti non c’entrano niente. C’è di mezzo qualcosa di anteriore alla scrittura, alla fede e alla cultura, e cioè la capacità di stare con se stessi, di parlare fra sé e sé, di darsi del tu, di dare del tu al proprio io; un tono che affiora solo nelle donne (naturalmente solo in certe donne) e che scarta o scavalca, e comunque evita i drammi, le acrobazie e in generale gli atletismi introspettivi dell’autoidentificazione.

 

Già questo mi ha fatto innamorare di un uomo così sapiente e, allo stesso tempo, umile, capace di inchinarsi di fronte alla vera grandezza femminile.

 

E prosegue: Parlare a sé è difficile. Innanzitutto perché bisogna dividersi in due, e poi perché bisogna capire chi parla a chi. In queste emergenze l’io maschile solitamente svolazza, si sfugge, drammatizza le proprie ricerche, con grandi battute di caccia, non si trova mai e si cerca sempre…Al contrario, l’io femminile si trova sempre e non si cerca mai; è lì da prima, costantemente vicino a sé, e magari lontanissimo dal mondo.

 

Ogni volta che rileggo questo scritto mi sento di nuovo commuovere, anche perché vengono citate altre due donne che sono state per me fondamentali: Teresa di Lisieux e Carla Lonzi. La prima l’ho incontrata, in un momento molto difficile della mia vita, dentro le pagine di un libro scritto da un amico, don Abramo Levi, intitolato semplicemente Teresa di Lisieux.

 

 

Carla Lonzi, invece, l’ho conosciuta senza mediazioni, quasi di persona, durante gli anni ‘meravigliosi’ del mio femminismo milanese. Da allora, i suoi Libretti Verdi e, soprattutto, il Diario di una femminista non mi hanno più lasciato in balia di vuote correnti.

 

Se vogliamo, poi, chiudere il mio (piccolo) cerchio devo aggiungere Lalla Romano, forse la scrittrice italiana più autobiografica, che nei suoi libri ha saputo tenere perfettamente insieme la vita quotidiana con una riflessione altissima, e mi ha condotto sulla soglia della mia scrittura.

 

*

 

Fu una mattina particolare, davvero esaltante, quando svegliandomi ho trovato, ben formata, nella mia mente questa frase: “È a Colico che comincia la mia valle.”

 

Da qui sono partita, e mi sono ritrovata là, ad abbracciare quel luogo, da cui ero uscita molti anni prima, in maniera drammatica.

 

Perché: “…varcare fisicamente quel punto che ho avvertito così esatto, sebbene non materialmente segnato, è stata l’esperienza più drammatica della mia esistenza”.

 

“Dentro di me si era aperta una sorgente: immagini, ricordi, pezzi di vita da afferrare, da regalare a me stessa e a qualcuno che non aveva volto, ma benignamente mi spronava. Vai avanti, non avere paura, lasciati andare a questa nuova avventura, non tanto nuova perché l’avevo sempre sognata. Forse è l’unica cosa che ho davvero desiderato fin da piccola. Un gesto che si inserisce bene nel ritmo quotidiano, accanto a cucinare, stirare, riordinare. Passo facilmente da quello a questi. Chiudendo per un attimo il flusso, senza mai perdere la spinta che sale da dentro, alternandola come una danza. La mia maniera di salvare, di dare la vita.”

 

Così è iniziato un lungo viaggio, sia spaziale che temporale, composto di varie tappe, racchiuse in altrettante mattine: “Non ho più occhi giovani - Infanzia - Il diavolo, l’acqua santa e le spagnolette - La gioia - Territori sconosciuti - Ingiustizia e ipocrisia - Quelle estati - Per compagna una fanciulla indomita - In direzione opposta - La riva - La casa vecchia - Il regalo più bello - E collane conserte - Cose grandi - Tu e io - Milano - Primo periodo - Al trentotto - Via Caccianino - Anabasi - Incontro col Sud - La vacanza femminista - L’ultimo bagno - La Grazia - Le Lunandanti - Intermezzo - Campi Flegrei - La semplicità ingannata - Agosto 1969 - Piccola conclusione”.

 

“Questo è un libro serio che si scrive alla fine della vita”.

 

Disse così Lalla Romano, quando lo lesse nella prima stesura. Aveva ragione perché, in quel momento, nonostante l’età ancora giovane, percepivo con chiarezza la conclusione di un ciclo, quasi un’intera esistenza.

 

Da allora ho continuato a scrivere, percorrendo “un sentiero stretto che non si sa mai dove porta”. Oppure: “…aprendo uno squarcio sulla città, quelle strade milanesi strapiene e, allo stesso tempo, tanto vuote inospitali per chi ha estremo bisogno di sostegno. Per me sono state e saranno sempre: viale Montello e via Bramante. Santa Maria Fulcorina e via Ampére. Foro Bonaparte e il tratto iniziale di via Pascoli. Piazzale Piola, all’uscita del metrò di via Bazzini. La mappa del mio periodo giovanile, più triste, smarrito. Eppure non è mai successo nulla di tanto grave, irreparabile. Niente che si possa considerare più reale di un fatto immaginario.”

 

Cos’è allora una scrittura? Avevo provato a rispondere ed era uscito: “Un testo astruso, ondivago, senza capo né coda, senza forma, senza logica. Non che questo debba essere, per forza, negativo, ma in quel caso lo era. Eppure, ogni tanto, comparivano delle luci. Come in un sogno, fatto molti anni dopo a Treviso, che mi sembra riassumere il senso globale della mia vita e della mia scrittura: Mi trovo in un tunnel , rischiarato qua e là dalla luce di una torcia. E una voce dice: -È il cammino dell’anima-.”

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