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L’écriture autobiographique : une quête expérientielle transformative. Première partie. / Sous la direction de Orazio Maria Valastro / Vol.20 N.2 2022

Condividere l’unicità umana

AnnaMaria Calore

magma@analisiqualitativa.com

Socia Collaboratrice dell'Osservatorio dei Processi Comunicativi, fa parte del Comitato di Redazione della rivista elettronica M@GM@. Presidente dell'Associazione RaccontarsiRaccontando. Raccoglitrice volontaria di testimonianze e narrazioni individuali e sociali, progetta e conduce percorsi formativi sussidiari e gratuiti finalizzati alla maturità cognitiva ed affettiva dei giovani, in stretta collaborazione con i docenti, presso gli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Supporta gli insegnanti degli I.C del Territorio Romano, nella maturazione cognitiva ed affettiva dei giovani in difesa della pace, della tolleranza e della diversità quali valori ineludibili.

 

Abstract

“Esperire”, soprattutto mentre coscientemente si sta attuando una “cerca esperienziale”, è un processo relazionale individuale che, attraverso stimoli sensoriali, percettivi, affettivi e cognitivi, può produrre maggiori consapevolezze. Innanzitutto nella memoria individuale, ma anche consapevolezze che possono essere condivise collettivamente. Tutto ciò accade anche quando si tratta di una “esperienza relazionale” non solo tra individui che vivono il medesimo tempo storico, ma anche se sfasata nel tempo e nei tempi della “Storia Umana”. E mi sento di dover includere, tra le modalità di “cerca esperienziale”, anche qualcosa che sta apparendo come una nuova sfida all’esperire. Mi riferisco a “the augmented reality” (ovvero realtà aumentata) collocata in una dimensione di mondo virtuale definito “metaverso”.

 

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Sirene, un particolare dell'incisione a mano del 1817 di John Paas realizzata per l’Encyclopaedia Londiensis. Fonte: Catalogo Library of Congress, Washington D.C. United States.

Condividere: voce del verbo moltiplicare (Fabrizio Caramagna).

 

La cerca esperienziale

«L’esperienza non è quello che accade ad un uomo; è ciò che un uomo fa con quello che gli accade» (A. Huxley, filosofo, umanista e pacifista - Godalming, 26 luglio 1894 - Los Angeles, 22 novembre 1963).

 

“Esperire”, soprattutto mentre coscientemente si sta attuando una “cerca esperienziale”, è un processo relazionale individuale che, attraverso stimoli sensoriali, percettivi, affettivi e cognitivi, può produrre maggiori consapevolezze. Innanzitutto nella memoria individuale, ma anche consapevolezze che possono essere condivise collettivamente. Tutto ciò accade anche quando si tratta di una “esperienza relazionale” non solo tra individui che vivono il medesimo tempo storico, ma anche se sfasata nel tempo e nei tempi della “Storia Umana”. E mi sento di dover includere, tra le modalità di “cerca esperienziale”, anche qualcosa che sta apparendo come una nuova sfida all’esperire.

 

Mi riferisco a “the augmented reality” (ovvero realtà aumentata) collocata in una dimensione di mondo virtuale definito “metaverso”. Il termine metaverso è comunemente inteso come un’evoluzione di Internet, capace di replicare la nostra realtà in modo ancora più verosimile di quello a cui ci siamo abituati fino a oggi, tanto da poter diventare un sostituto della realtà vera e propria nel quale inserire tutto quello che abbiamo già sperimentato, visto e utilizzato sino a oggi come la realtà virtuale, la realtà aumentata e l’intelligenza artificiale. Tutto questo ci dovrebbe permettere di poter immaginare, in modo verosimile, un mondo completo e tridimensionale. Quanto appena accennato è soltanto una sintesi delle varie opportunità previste dal “metaverso” che, etimologicamente parlando è una parola “macedonia”  modellata sull’inglese “metaverse” poiché il prefisso “meta” significa con, dietro, oltre, dopo ed il sostantivo “(uni)verse” significa universo(fonte: Accademia della Crusca, significato “nuove parole”).

 

Un mondo parallelo a quello reale, quindi, ma esclusivamente online, capace di fondersi e combinarsi - senza soluzione di continuità - con il mondo reale e per questo motivo denominato “realtà aumentata”. Questo connubio tra una rete di mondi virtuali interconnessi e mondo reale, permetterebbe di vivere situazioni attraverso le quali, gli utenti, possono effettuare esperienze e provare emozioni interagendo, sempre virtualmente e/o con altri utenti, attività ludiche, culturali, formative e d’intrattenimento in contesti immersivi ricostruiti digitalmente attraverso una realtà parallela.

 

Ovviamente stiamo parlando di una realtà parallela, oltre i confini della realtà attualmente da noi conosciuta e vissuta sino ad oggi. Realtà parallela che ci promette - tra i tanti aspetti di evoluzione della tecnologia sociale relazionale e di apprendimento ma anche medico, e ludico - anche di poterci sedere fisicamente (con modalità tridimensionale) nello stesso salotto di casa di persone che ci sono care, nonostante si trovino a migliaia di chilometri di distanza. Oppure di lavorare ed interagire in modo naturale con un gruppo di persone che risiedono, in realtà, in parti diverse del globo terrestre ma che si ritrovano virtualmente e contemporaneamente insieme e sempre in modo fisicamente tridimensionale. Di questo aspetto particolare relativo ad un nuovo modo di “cerca esperienziale”, attraverso un proprio personale avatar tridimensionale tenterò, con le informazioni di cui sono in possesso, un approfondimento ovviamente non esaustivo ma che vuole essere solo un modesto contributo di riflessione intellettuale.

 

Per il momento, quando mi riferisco ad incontri relazionali “sfasati nel tempo”, mi viene da pensare, per esempio, ad un essere umano vissuto millenni orsono, oppure soltanto pochi decenni fa, che compie l’atto di voler lasciare personali gesti e segni grafici (definiti anche graffiti) su di una parete di roccia, sia essa calcarea oppure di tufo, come pure su di un manufatto in mattoni costruito da uomini del suo tempo. Segni capaci di narrare il proprio “esserci stato”, in quel luogo, e di voler lasciando un segno del suo passaggio. Spesso, non solo di gesti e segni grafici si tratta, ma anche di frasi compiute e significanti o, magari, versi poetici quale voluto messaggio di se stesso, delle proprie credenze, valori, timori, speranze e sogni. L’insieme dei grafemi e dei graffiti di questo ipotetico essere umano potrebbero anche risalire a secoli lontanissimi dai giorni nostri. Resta il fatto che i segni grafici, come pure le pitture rupestri, anche se appartengono ad un’ epoca della storia dell’uomo ormai lontana nel tempo, stanno in quel luogo per parlarci di qualcuno che non abbiamo mai incontrato e non incontreremo mai in carne ed ossa, ma che sta parlando a noi - che viviamo nel presente - per donarci qualcosa di sé attraverso un linguaggio muto tutto da recepire ed interpretare, ma che attesta una sua precisa volontà del comunicare di sé.

 

Spesso quel “comunicare di sé” sottintende un linguaggio universale, patrimonio umano di tutti i tempi e di tutte le culture dell’uomo che si sono susseguite nei millenni. Perché ci narra di sentimenti, timori e speranze che contengono anche accenni poetici capaci di svelare l’animo segreto di chi ha inciso sulla pietra il proprio pensiero o la propria visione di accadimenti. Questo perché: «la poesia è poesia, quando porta con sé un segreto. La parola è impotente e non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi» (Giuseppe Ungaretti in una intervista del 1961).

 

E se è vero che, per ogni essere umano, “esperire” non può prescindere dal trovarsi su quella impalpabile linea di  confine lungo la quale si crea il contatto con qualcuno o qualcosa che ci parla di sé stesso e del proprio contesto culturale (assodato che può sia essere lontano nel tempo oppure recente la sostanza non cambia) tale contatto permette a noi, uomini e donne del presente, di acquisire percezioni emotive nell’istante stesso dell’incontro. Semplici spontanee percezioni che possono divenire, a loro volta, consapevolezze capaci di confluire ed arricchire la memoria personale, implementando il sé di chi sta vivendo, qui ed ora ed in prima persona, l’esperienza.

 

Questo perché il processo dell’esperire umano ha alcune caratteristiche peculiari: è unico, è contingente, accade ma può anche non accadere nel modo con cui accade, è insostituibile ed unico (nessuno può fare l’esperienza di un altro), è irripetibile poiché ogni momento esperienziale è originale, è per definizione in divenire e sempre mutato e mutevole, è in perpetuo movimento e rappresenta quella forma di conoscenza che, basandosi sull’opinione soggettiva, non può rappresentare la certezza obiettiva della verità. E ancora: lo si può narrare ad altri che, comunque, non potranno mai viverla come l’ha vissuta il narratore. Tutto ciò detto è sempre e comunque possibile che, sia l’arricchimento personale che l’esperienza vissuta, possano anche essere socialmente condivise, attraverso una dimensione intersoggettiva di esperienze, che non possono che essere un valore aggiunto sia alla vita individuale che alla coesione sociale.

 

Protagora

«I mortali possono partecipare dell’immortalità solo essendo continuamente in divenire» (da Il Simposio di Platone: Diotima confuta Socrate).

 

A questo punto del nostro discorso, non possiamo che risalire a Protagora (nato nel 490 a.C.), il primo e più importante sofista greco che riteneva il singolo uomo misura di tutte le cose, intendendo per “uomo” la singola persona e per “cose” oggetti e situazioni percepite con i sensi (le sue spregiudicate idee religiose, lo portarono ad essere accusato pubblicamente di empietà). Per Protagora, l’umano esperire, è rappresentato da Epimeteo (colui che fa tante prove).

 

Epimeteo era uno dei diversi titani della mitologia greca. Figlio di Giapeto (Giapeto rappresenta il titano del ciclo vitale e della mortalità) e di Climene (figlia di Oceano e Teti). Epimeteo è il prototipo umano dell’empirico per eccellenza, colui che mentre cerca di trovare una cosa, ne trova accidentalmente anche altre non previste (quella situazione che attualmente chiamiamo “serendipity”). Epimeteo (l’etimologia del nome in greco antico significa “accorto in ritardo”), ha sviluppato questa opportunità poiché, per principio, vede con gli occhi consapevoli della ragione solo dopo che ha fatto ciò ha fatto e dopo che gli è capitato quanto gli è capitato.

 

Per questo ad Epimeteo la mitologia greca accoppia la figura di Prometeo, colui che, grazie al logos (idea) ed al nous (ragione), vede prima di fare ciò che sta facendo o farà, come lo sta facendo o lo farà, e perché non può che farlo così. Non a caso Pro-meteo è il fratello di Epi-meteo e stanno insieme perché, se separati, commetterebbero danni l’uno verso l’altro, come spiega peraltro molto bene il mito raccontatoci da Platone: «Il genere umano», ci dice Platone, «non può conservarsi senza l’arte meccanica, senza le conoscenze tecniche ma neppure senza l’arte del vivere insieme» (Platone: Il mito di Epimeteo).

 

Gli uomini grazie a Prometeo (dal greco antico Promethéus, ossia “colui che riflette prima”) continueranno a vivere, venerare e pregare gli dei. Questi uomini in grado di sopravvivere, però, sono deboli perché sono incapaci di vivere insieme ed in pace. Hanno intelligenza, tecnica, scienza, armi e fuoco ma non sono capaci di vivere insieme. Disuniti dai loro simili non possono che soccombere nella lotta contro gli animali feroci e vengono da questi divorati in quanto soli ed indifesi. Stessa cosa accade con gli eventi avversi, che li travolgono in quanto singoli esseri umani isolati dagli altri uomini.

 

Per vivere insieme, le qualità di Prometeo non bastano e Zeus, disperato perché vede Polemos, (il dio della guerra) che s’impossessa di uomini che si combattono a vicenda, si rende conto che occorrerebbe altro. Chiama quindi il suo messaggero, Ermes, e gli dice: «Ermes scendi tra gli uomini e porta ad essi il valore del rispetto reciproco, porta la giustizia, la fortezza, il coraggio. Porta i principi ordinatori del genere umano ovvero i principi ordinatori del vivere insieme. Non bastano le arti meccaniche; non bastano conoscenze e competenze tecniche. Per vivere insieme servono rispetto, forza, coraggio, pudore. Serve mettere al centro la comunità, la collettività. Bisogna salvare il genere umano dall’egoismo, dalla fragilità, dalla vita atomizzata».

 

Quanto appena narrato, ci è giunto per voce di Platone (nato nel 428 a.C.) che racconta di Protagora (nato nel 490 a.C., retore e filosofo greco antico, considerato il padre della sofistica) e del suo messaggio agli uomini i quali, senza la solidarietà ed il rispetto all’interno della comunità umana, sono di fatto deboli e, in quanto isolati e deboli, soccombono facilmente alle avversità. «Il genere umano», ci dice Platone ripetendo il messaggio di Zeus portato agli uomini dal Ermes il messaggero degli dei, «non può conservarsi senza l’arte meccanica, senza le conoscenze tecniche ma neanche senza l’arte del vivere insieme».

 

(Nota: Alcuni spunti relativi al processo dell’esperire, mi provengono - in parte - dalla premessa antropologica alla lezione “Dall’esperienza alla ragione, e viceversa. L’alternanza formativa come metodologia dell’insegnamento” tenuta dal Professor Giuseppe Bertagna Pedagogista e Professore Ordinario Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Università degli Studi di Bergamo nel marzo 2016).

 

Il tempo definito: l’esperire, ed il narrare l’esperito

«Condividi la tua conoscenza. È un modo per raggiungere l’immortalità» (Dalai Lama).

 

Tornando all’esigenza di ogni essere umano di lasciare una traccia di se stesso, questa esigenza si sviluppa a seguito della consapevolezza che, ciascuna persona insieme ad altre persone, facciano parte di un “tempo” definito. Quel tempo, che inizia alla nascita e dura sino alla morte, ci accompagna nel cammino su quell’unico sentiero personale della nostra vita accanto ad altri sentieri personali di altre vite contemporanee alla nostra. Quindi siamo uomini e donne che apparteniamo ad un tempo e ad un periodo storico da quando l’uomo è presente sulla Terra perché, nel tempo della nostra vita, facciamo parte di una Storia che abbiamo condiviso con altri esseri umani.

 

Nell’accingermi ad effettuare il mio viaggio virtuale ne “La scrittura autobiografica: unacerca esperienziale trasformativa”, mi è tornato alla mente una mia personale esperienza di molti anni fa che mi fece percepire per la prima volta e con estrema chiarezza, quanto il “vivere” di ogni singola persona, a partire da quando la nostra specie ha compreso la caducità della propria esistenza, non possa che essere percepita quale parte di un tempo ben definito e questa consapevolezza, comune a tutti gli uomini ed a tutte donne di tutti i tempi, porta alla necessità molto diffusa di voler lasciare almeno un segno concreto del proprio “esserci stati” a chi verrà dopo di noi.

 

L’esperienza che mi è tornata alla mente e mi accingo a narrarvi, è quella di una sorta di “viaggio a ritroso nel tempo” nel quale, i graffiti ed i grafemi di esseri umani dal volto a me sconosciuto, hanno saputo esprimere e produrre nel mio animo, profonde emozioni.

 

Tornavo da una breve vacanza ad Ischia, isola per me magica perché situata in un contesto, quello del golfo di Napoli, ricco di storia e mitologia. Al ritorno verso Roma, decisi di visitare Cuma, il lago d’Averno e Capo Miseno. Luoghi  dal paesaggio intenso e pregnante, sia in termini di percezioni ed intuizioni emotive, che di acclarato splendore paesaggistico, storico e mitologico.  Quel viaggio mi è prepotentemente tornata alla mente quando, scrivendo l’abstract per questo articolo, ho citato i graffiti rupestri paleolitici del Sahara Algerino e quelli, sempre dell’era paleolitica, scoperti a ben quattordicimila Km. di distanza, ovvero all’interno del Parco Nazionale di Kakatu, in Australia.

 

Arrivai a Capo Miseno, un alto promontorio affacciato sul mare di Pozzuoli e sul Canale di Procida attraversando la contrada di Bacoli. Lo scopo era quello di visitare sia la “Piscina Mirabile”, molto famosa e facilmente visitabile dai turisti che giungono in quei luoghi, ma anche “le ciento camerelle”, all’epoca non ancora tappa preminente del turismo di massa, scavate all’interno della roccia tufacea del promontorio vulcanico di Capo Miseno.

 

Capo Miseno porta il nome del trombettiere dell’esercito troiano citato nell’Eneide di Virgilio. Miseno pagò con la vita un suo gesto di arroganza, ovvero quello di essersi vantato pubblicamente di saper suonare meglio di chiunque altro in cielo ed in terra, dei compresi. Il dio Tritone, anche lui suonatore di uno strumento a fiato creato da una conchiglia, fu preso da violenta ira per le parole pronunciate da Miseno e volle punirlo per il suo atto di orgoglio facendolo sprofondare nel mare antistante l’altura di tufo che ora porta il suo nome.

 

Il corpo di Miseno fu ritrovato da Enea che molto pianse la prematura fine del suo giovane trombettiere. Invocò a lungo il nome dell’amico morto pregando gli dei perché gli concedessero di poter ancora incontrare almeno la sua ombra. Cosa che accadde quando ad Enea, come da profezia della Sibilla Cumana da lui consultata, fu concesso di trovare, lungo le sponde del lago di Averno, il “ramo d’oro” necessario per aprire le porte dell’Ade e discendere negli inferi. Fu così che Enea, guidato dall’ombra di Miseno, poté incontrare suo padre Anchise, il quale mostrò ad Enea la gloria che avrebbero raggiunto i futuri discendenti della sua stirpe, da Romolo ad Augusto.

 

Tornando alle “ciento camerelle” nelle quali entrai, non senza un sottile timore ma con altrettanta curiosità per esplorarne l’interno, mi resi conto di avere come guida, solo un anziano del posto che illuminava il cammino con  una candela tra le mani tremolanti,  (la candela serviva anche a segnalare l’eventuale presenza di gas nocivi nel ventre tufaceo di Capo Miseno, dato il collegamento del promontorio con tutta l’area dei Campi Flegrei).

 

Fu in questo luogo, con la mente allertata da paura e meraviglia, che percepii la profonda significanza dei “gesti e segni grafici” lasciati, in quelle celle strettissime e buie, da esseri umani che si erano trovati a vivere nelle “camerelle”, nei lunghi secoli passati. Sulle pareti di tufo e stratificati, sia semicancellati o ancora nitidamente chiari, si leggevano versi in rima e parole in prosa, disegni, espressioni d’amore e disperazione, giuramenti, invocazioni, nomi e date e preghiere tracciate da mani che avevano voluto narrare qualcosa di sé stessi a chi li avrebbe, forse, letti in un tempo futuro.

 

Le “ciento camerelle” non avevano illuminazione interna e nessuna uscita d’aria se non all’entrata ed alla fine del percorso che avevamo intrapreso. Una serie di loculi dell’altezza di un uomo o poco più, che si susseguivano l’uno all’altro. L’anziana guida mi spiegò che molto probabilmente, le “ciento camerelle”, erano state una serie di serbatoi d’acqua comunicanti per rifornire l’antica flotta romana ancorata davanti Capo Miseno. In seguito furono utilizzate quale prigione, già a partire dal  tempo dei romani (anche la madre di Nerone fu imprigionata in quel luogo) per poi proseguire nei secoli successivi sino a tutto il periodo borbonico. Nella seconda guerra mondiale, invece, quel luogo fu utilizzato quale rifugio antiaereo per gli abitanti del circondario.

 

L’anziano ricordava bene quel periodo della guerra e ricordava come, la gente locale, durante i bombardamenti e nascosta nel ventre di Capo Miseno, piangeva per la paura e pregava ad alta voce incidendo nel tufo quelle che avrebbero potuto essere le ultime parole della loro vita. C’era anche chi disegnava le navi e gli aerei militari che vedevano passare dall’ unica faglia nella roccia che guardava verso il golfo di Napoli. Le attraversai tutte, le “ciento camerelle”, con il cuore in gola ma con la mente vigile per non farmi sfuggire i dettagli di questa “avventura nel tempo e nelle emozioni”. Seguivo i passi traballanti del vecchio e la luce tremolante della candela ma chiedevo all’anziano di soffermarsi ovunque vedevo scritte e disegni incisi sul muro di tufo.

 

Molte incisioni erano una accanto all’altra, altre si sovrapponevano, altre ancora, le più antiche, erano corrose dall’umidità del tufo. L’anziana guida più che le informazioni archeologiche, ripescò nei suoi ricordi per narrarmi della paura, della fame ed a volte vero proprio terrore degli abitanti di Bacoli e dei luoghi vicini, che si rifugiavano nel Capo Miseno per cercare di salvare la vita dai bombardamenti ed incursioni nemiche.

 

Visto il mio interesse per il suo racconto, mi indicava le incisioni nel tufo nei quali si ravvisavano versi di preghiere per salvare se stessi, la propria famiglia e la casa. Ma anche la speranza di riabbracciare presto i propri figli, mariti e fidanzati partiti per una guerra che avrebbe dovuto essere breve e vittoriosa. Poi, l’anziano, prendendomi per mano mi disse: «venite signò….venite…» e mi portò in fondo ad un budello buio pesto nel quale la candela ingigantiva le nostre ombre e, girando un paio di volte ad angolo retto, la candela si spense a causa di una improvvisa corrente d’aria fresca. Poi, davanti al nostro sguardo, si aprì, all’improvviso, uno spaccato di luce che penetrava da una profonda fenditura del tufo dalla quale si sprigionava la luminosità intensa del sole e del mare sottostante.

 

Restai senza fiato: da quella faglia nel tufo mi apparve una vista indimenticabile sulla costa e su tutto il golfo di Napoli. «Ecco» mi disse l’anziana guida «io durante i bombardamenti non stavo con tutti gli altri, …scappavo qua perché da qua potevo vedere “o mare” e, se proprio dovevo morire volevo morire con o’ mare dint’ all’uocchie».

 

Ho voluto narrare questo episodio, perché sono convinta che, le immagini di quella esperienza, ancora vividissima nella mia mente, abbiano fatto parte di quella continua “cerca di trasformativa consapevolezza” legata ad un mio personalissimo processo che non poteva che, successivamente, passare anche attraverso altre testimonianze, ascoltate dalla viva voce del narratore e poi fissate sulla carta (ovvero trascritte in linguaggio autobiografico per conto del “narratore” e poi, come da metodo LUA, restituito al narratore/donatore di storia perché lo potesse riconoscere come suo ), ma non per questo meno significative a livello esperienziale e di trasformativa consapevolezza personale anche per il raccoglitore dell’ autobiografia.

 

Perché quel racconto dell’anziana guida contenente tracce rivelatrici di vissuto in un contesto particolare, ha fatto in modo che io iniziassi a cercare, tra gli anziani dei territori dove vivo e lavoro, testimonianze dei civili che, nell’ultimo conflitto mondiale e per salvare la vita, passavano momenti terribili nei rifugi antiaerei, senza sapere cosa stesse accadendo fuori, ascoltando passivamente inermi il boato delle bombe, senza sapere se la loro casa sarebbe stata risparmiata e se sarebbero usciti vivi da quel rifugio.

 

E dovevo raccogliere al più presto le loro testimonianze, perché ormai quella generazione di uomini e donne andava scomparendo. Era necessario, per me, che il filo dei ricordi di quelle testimonianze, formassero intrecci a più voci capaci di combinare emozioni complessive uniche ed originali che, anche se raccolte in tempi e luoghi diversi, potessero arricchire la personale consapevolezza di cosa sia attraversare un periodo nel quale la guerra rende tutti più fragili (ed in questo periodo lo stiamo vedendo in Ucraina), soprattutto i civili inermi.

 

Ed ecco il perché, a distanza di anni dalla visita alle “ciento camerelle” e nel contesto di un progetto di raccolta di testimonianze riguardante persone anziane che frequentavano i laboratori di un centro diurno anziani di Roma e che erano bambini al tempo del secondo conflitto mondiale, quell’esperienza dei grafemi incisi uno ad uno sino a diventare frasi compiute nel ventre del Capo Miseno è emersa collegandosi al presente con la forza emotiva di esperienza già vissuta non solo qui ed ora ma anche nel tempo dei tempi. Molte sono state le narrazioni degli anziani che sono state raccolte in gruppo, e poi condivise in un evento dedicato. Ne trascrivo un solo spezzone, tratto dal racconto di Marilena come esempio.

 

Marilena, le bombe su Roma e la chiave di casa

«All’epoca dei bombardamenti alleati su Roma nel secondo conflitto mondiale, avevo soltanto cinque anni e mi trovavo da sola in casa quando suonò l’allarme aereo. Sapevo benissimo cosa dovevo fare. Presi la chiave di casa, chiusi la porta e fuggii con gli altri abitanti del palazzo nel rifugio più vicino. Giunta nel rifugio mi accorsi di aver perduto la chiave di casa. Convinta che, insieme alla chiave di casa, avrei perso tutti i miei affetti più cari, uscii dal rifugio anche se le persone presenti cercavano di trattenermi. Nonostante che i bombardamenti sul quartiere di San Lorenzo, non lontano da casa mia, fossero iniziati io rifeci tutto il percorso verso casa, fintanto che non ritrovai la chiave che mi era caduta a terra. Poi, tornai di nuovo nel rifugio accolta con calore dalle persone che erano in ansia per me che mi abbracciarono e baciarono come una figlia loro».

 

Questa testimonianza, insieme a tutte le altre raccolte tra gli anziani del Centro Sociale Anziani di San Frumenzio mi fu preziosa, perché nonostante tutto e volendolo o meno, ciascuno di noi, con le proprie azioni, fa parte comunque del tempo nel quale nasce, vive e muore e sperimenta paure e gioie, superando la paura e condividendo le gioie con le persone che sono nella sua stessa situazione. E l’intreccio dei ricordi emotivi condivisi lungo quella impalpabile linea di confine nel quale si crea il contatto con qualcuno o qualcosa che ci parla di se stesso e del proprio contesto umano e culturale (lontanissimo nel tempo oppure recente la sostanza non cambia), permette a noi uomini e donne del presente, di acquisire percezioni emotive nell’istante stesso dell’incontro, semplici percezioni che possono divenire, a loro volta, consapevolezze capaci di confluire nella memoria personale, rendendosi capaci di arricchire il sé di chi vive questa esperienza.

 

La sfida della realtà aumentata

«Scienzia: notizia delle cose che sono possibile presente e preterite (passato). “Prescenzia”: notizia delle cose ch’è possivine che possin venire» (Leonardo da Vinci).

 

Ma in tutto questo bisogno di mettere a fuoco la propria “unicità” quale valore non solo per se stessi ma anche da narrare ad altri,  in tempi come i nostri e guardando soprattutto alle nuove generazioni, non si può non prendere in considerazione il legame orami consolidato tra narrazione, storie autobiografiche e nuove tecnologie in un tempo nel quale tutto si può narrare e molte sono le modalità per farlo, come è stato ben descritto in una intervista di Isabella Pinto (Università Roma Tre) ad Adriana Cavarero (Dipartimento Scienze Umane Università di Verona) del 17 ottobre 2017.

 

Quindi diventa necessario ricercare il miglior avvicinamento possibile anche alle sfide dei nostri tempi, sia quelle che già ci vedono coinvolti in nuovi paradigmi tecnologici, che quelle che si prospettano, ed in parte si stanno già attuando, quale utilizzo nel futuro prossimo. Parlo, ad esempio di “realtà aumentata” e “metaverso”, anche in relazione all’umanissima necessità di ogni essere umano, di vivere appieno e lasciare un proprio “gesto”, sia esso grafico che di altro genere, nel tentativo che, la propria esistenza non venga completamente cancellata dalla morte.

 

In una recente ricerca affidata ad una società di consulenza specializzata nell’analisi dei media e dei comportamenti, il 62% degli italiani ha dichiarato di essere interessato all’idea della realtà simulata, registrando una preferenza del 70% negli uomini e una del 55% nelle donne.

 

La maggior parte degli intervistati sono stati d’accordo nel riconoscere al “metaverso”, il significato di “una realtà virtuale e parallela, grazie a cui è possibile modificare la propria vita” (la definizione del termine “metaverso” coniata dal settore “parole nuove” dell’Accademia della Crusca è la seguente: «insieme di ambienti virtuali tridimensionali in cui le persone possono interagire tra loro attraverso avatar personalizzati»).

 

Come già avrete letto nell’abstract di questo articolo, la mia curiosità intellettuale e la pratica di incontri in aula con bambini e ragazzi adolescenti che già utilizzando i “serious game” a scopo didattico, mi ha permesso di vedere bambini ed adolescenti mettersi in gioco nello sperimentare nuove situazioni personali on line, e mi ha messo nella condizione di voler approfondire gli aspetti di ricerca esperienziale e trasformativa dei neuroni a specchio nella realtà simulata.

 

Realtà aumentata nel metaverso: una “cerca esperienziale” targata futuro prossimo?

«La parte più autentica di sé non può essere rivelata… il proprio profilo pubblico sarà sempre una imitazione dell’identità personale» (Maura Gancitano e Andrea Colamedici: La società della Performance).

 

Esperienzialità prossima ventura

Il concetto di “apprendimento esperienziale” lo dobbiamo a David Kolb (docente di Psicologia Sociale alla Harvard University autore di studi e ricerche su l’apprendimento esperienziale ed il cambiamento individuale). Per Kolb, l’apprendimento esperienziale si sviluppa tramite la conoscenza che, a sua volta, si sviluppa mediante l’osservazione e la trasformazione dell’esperienza. Kolb individua quattro fasi (o stadi) di apprendimento così schematizzate:

stadio delle esperienze reali e concrete nel quale l’apprendimento è prevalentemente il risultato delle percezioni e delle reazioni alle esperienze;

stadio dell’ osservazione riflessiva, nel quale l’apprendimento deriva prevalentemente dall’ascolto e dall’osservazione;

stadio della concettualizzazione astratta, nel quale l’apprendimento si concretizza mediante l’analisi e l’organizzazione sistematica delle informazioni;

stadio della sperimentazione attiva nel quale, sperimentazione e riscontro dei risultati, rappresentano la base dell’apprendimento.

 

Quindi, sintetizzando, nell’apprendimento “esperienziale”, si apprende rielaborando alcune esperienze realmente vissute, da cui poi si traggono degli insegnamenti e consapevolezze che possono entrare in gioco in esperienze future. Ma e come si potrebbero applicare il processo appena descritto in un ambiente di apprendimento da “realtà aumentata” vissuta nell’ ambiente virtuale del “metaverso”? Innanzitutto è necessario comprendere cosa si intende per “metaverso”

 

Metaverso

«L’America è come questa grande vecchia macchina da fumo che, sferragliando, si limita a zoppicare attraverso il paesaggio raccogliendo e mangiando tutto ciò che vede» (Neal Stephenson - Snow Crash, 1992-).

 

Per metaverso, si intende un mondo virtuale, evoluzione di internet e realtà tecnologica condivisa, inserita in una nuova identità globale del web. Metaverso è quindi una “modalità” di interazione virtuale che sta letteralmente cavalcando l’onda della rivoluzione del cyberspazio e che potrebbe offrire nuove opportunità (e nuovi rischi ) nella nostra “era informatica”.

 

Il termine è giunto alla ribalta attraverso l’ormai famoso libro fantascientifico (di Neil Stephenson) di cultura Cyberpunk intitolato “ Snow Crash” nel quale si descrive una sorta di realtà virtuale condivisa tramite internet nella quale si è presenti tridimensionalmente attraverso un proprio Avatar.

 

Definito come una sorta di “rilancio” della tecnologia virtuale, il metaverso rappresenta, quindi, una sorta di dimensione fantascientifica della nostra realtà quotidiana, nella quale potremmo entrare per esperire situazioni diverse da quelle già conosciute oppure e più semplicemente, per evadere dalla monotonia della vita ordinaria sperimentando situazioni nuove. Ma cosa ne pensano le persone in carne ed ossa di questa nuova opportunità? E quali rischi se ne potrebbero ravvedere?

 

In tal senso, sono state effettuate delle interviste su di un campione rappresentativo della popolazione italiana, con il fine di produrre uno “studio a cura di “Sensemakers”, una società di consulenza specializzata nell’analisi dei media e dei comportamenti digitali. Lo studio  ha dimostrato, attraverso interviste, un certo scetticismo e una scarsa conoscenza dell’argomento. Questo nonostante che, il termine “metaverso”, uscito dalla cultura “specifica” del settore informatico e concepito dalla materia di dati e contenuti spazio-temporali, potrebbe rappresentare quell’esperienza che molti di noi, vorrebbero provare almeno una volta nella vita.

 

Nello specifico, lo “studio” della Sensemakers” ha raccolto i seguenti dati sulla conoscenza degli italiani del termine “metaverso” e sul cosa significhi in termini esperienziali: Il 25% degli intervistati ha affermato di sapere cos’è il metaverso (30% di uomini e 21% di donne). Le informazioni analizzate sono state ampiamente influenzate dai fattori età (il 37% della fascia 18-24 anni ha nozione del termine, della fascia 25-34 solo il 33% e il 17% della fascia 55-64 anni) e istruzione (il 30% dei possessori di titoli di studio conosceva la definizione contro il 19% di chi non la conosceva perché possedeva solo una scolarizzazione di base).

 

La maggior parte degli intervistati sono stati d’accordo nel conferire al metaverso, il significato di una realtà virtuale e parallela, grazie a cui è possibile modificare la propria vita. Infatti, il 62% degli italiani ha dichiarato di essere interessato all’idea della realtà simulata, registrando una preferenza del 70% negli uomini e una del 55% nelle donne. Dalla ricerca sono anche emerse alcune perplessità che hanno avanzato i destinatari dello studio, l’80% delle risposte hanno evidenziato che provare una simile esperienza potrebbe causare dei rischi legati alla potenziale fuga dalla realtà.

 

Sebbene l’aspetto tecnologico possa portare gli utenti a vivere in un mondo perfetto, dalla ricerca è emerso che l’idea di rintanarsi in un contesto immaginario, lontano dalla vita concreta, potrebbe fungere da rifugio virtuale in cui nascondere tutti i problemi della vita terrena. Inoltre, è stato interessante notare come il 52% degli intervistati ritenesse, il metaverso, non solo come luogo virtuale di una dimensione completamente digitalizzata, ma anche come realtà in grado di incidere, con i suoi effetti, la quotidianità. (Dati reperiti su: www.touchpoint.news).

 

Sia come sia, il metaverso, per come lo si può immaginare oggi, è immaginato come una formidabile macchina di seduzione profonda per un’inedita alterazione affascinante della percezione di sé e banco di prova delle esperienze che si potrebbero realmente compiere, tenendo comunque in debito conto che, il metaverso non sarà accessibile a tutti, per questioni di disponibilità economica, tecnologia diffusa e problemi legati alla banda larga.

 

Tutto questo, non dimenticando il fatto che, a partire dai videogame partecipativi che di fatto sono già un metaverso possedendone quasi tutte le peculiarità (il possibile mondo parallelo dove non valgono le regole di quello reale e vissuto attraverso un personale, un avatar modellato su cosa si vuole essere o apparire, un nuovo ambiente di chat per stringere amicizie, alleanze e molto più) a questi videogame partecipativi mancherebbe solo la tridimensionalità. E, fattore non indifferente per un possibile salto verso il metaverso e la tridimensionalità di se stessi, è già emblematico il fatto che, già nei videogiochi partecipativi, non mancano di certo gli users, distribuiti ormai in ogni fascia d’età, e quasi in pareggio nella presenza maschile/femminile.

 

E proprio sui videogiochi in ambiente virtuale si stanno concentrando decine di ricerche condotte dai principali centri universitari di neuroscienze cognitive (Università di Austin, MIT, Stanford, UCLA di Los Angeles e molte altre sparse per il mondo). La realtà virtuale, è vissuta dal nostro cervello e dal nostro corpo in modo quasi indistinguibile da un’esperienza reale. Le sensazioni esperienziali sono memorizzate come reali e, al contempo, si è coscienti di una sorta di spersonalizzazione del proprio corpo ma si ha anche la consapevolezza di avere a disposizione una chance di seconda possibilità nella quale vivere una vita parallela in tutto e per tutto. E ancora, la  realtà virtuale permetterebbe di intervenire sulla coscienza e su alcune importanti funzioni cognitive ed esperienziali, potrebbe essere utilizzato nella cura dei disturbi post traumatici, per sviluppare empatia e stati meditativi e forse anche per stimolare la plasticità del cervello verso funzioni perse o mancanti.

 

Conclusioni

«Innovare è inventare il domani con quello che abbiamo oggi» (Anonimo).

 

Condivisibile o no, questa tecnologia è già presente e si sta diffondendo molto più velocemente di quanto ciascuno di noi possa immaginare. Come ogni innovazione strumentale e/o tecnologia che ormai è presente nella nostra vita, anche il metaverso ha bisogno di essere vissuto in equilibrio tra le altre opportunità che la vita di tutti i giorni, nella nostra epoca densa di stimoli e tecnologie, ci offre per implementare la nostra personalissima cerca esperienziale trasformativa. Ovviamente ricordando l’importanza del gesto grafico, dei segni grafici e passando per le opportunità di poter condividere il proprio racconto autobiografico in quanto narrazione del sé da condividere con altri.

 

Ovviamente Il metaverso e la realtà aumentata non possono diventare sostituti di esperienze dal vivo e condivise con altri esseri umani. Pertanto, come educatrice, non me la sento di demonizzare le nuove innovazioni relazionali. Ritengo, inoltre, che non bisognerebbe abusarne e che i giovani di oggi dovrebbero essere fortemente educati ad utilizzare tutta la vasta gamma delle opportunità comunicative tra persone e l’ambiente dove vivono, a partire dal dialogo reale ed in presenza nel quale voce, sguardi, atteggiamenti e posture allertano tutti e cinque i sensi e ci permettono di percepire a pieno sia la comunicazione che stiamo vivendo che l’esperienza alla quale stiamo partecipando, anche attraverso l’attivazione dei nostri personalissimi neuroni a specchio.

 

Ciò detto e personalmente, ritengo che qualsiasi persona intelligente, mediamente istruita e consapevole, sarà in grado di riconoscere il giusto modo di utilizzare il metaverso e di farne tesoro per lavorare, divertirsi e rilassarsi e perché no, accrescere anche il proprio patrimonio esperienziale.

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