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    M@gm@ vol.2 n.2 Avril-Juin 2004

    TEMPO E RECIPROCITÀ: LEVE DI UN NUOVO PARADIGMA SOCIOECONOMICO


    Paolo Coluccia

    v.liardbrandner@wanadoo.fr
    Dottore in Pedagogia, saggista e ricercatore sociale indipendente, sensibile ai temi sociali, economici, ambientali e culturali, ad una formazione filosofica e psicopedagogica associa una buona conoscenza della legislazione sociale e del lavoro.

    Vorrei dunque che la parola e l'ascolto
    che s'annoderanno qui siano simili al va e vieni
    di un bimbo che giochi intorno alla mamma,
    che se ne allontani, e poi a lei ritorni,
    per offrirle un ciottolo, un filo di lana,
    disegnando così, intorno a quel centro di pace,
    tutto un alone di gioco, all'interno del quale,
    il ciottolo, il filo di lana meno contano
    che il dono pieno di trasporto che viene fatto.
    (Roland Barthes)

    Una chance e un'illusione

    Sarà molto difficile imparare ad immaginare nuovi rapporti con gli altri, un nuovo modo di associarsi 'tra pari', ma non sarà impossibile. Senza per nulla drammatizzare, in questo transito epocale postmodernistico ci rimane ancora qualche chance, "non siamo in presenza di un collasso delle certezze ritenute valide fino ad oggi, ma ci stiamo avviando verso spazi di libertà nuovi, i quali portano con sé questioni mai affrontate prima" (Beck, 2000). Non possiamo rimanere ancorati agli schemi logici, concettuali e organizzativi del passato, che, accanto all'illusorietà dello sviluppo e del successo da raggiungere a tutti i costi, cominciano a mostrarci le loro crepe, riscontrabili ovunque lungo il percorso storico e socio-economico. Queste, a loro volta, stanno portando alla de-costruzione delle organizzazioni sociali, sia di tipo pubblico sia di tipo privato, così puntigliosamente impalcate, costruite e incastonate nella società moderna.

    Resiste soltanto il nostro immaginario, la nostra mentalità, le abitudini consolidate e viziate dal benessere (quasi un diritto acquisito per noi occidentali) e dal consumo fine a se stesso (che si trasforma in opulenza, spreco e danno ambientale). Purtroppo la mentalità è sempre l'ultima a cambiare. Infatti, come ha osservato Jaques Le Golf (1981), la mentalità è ciò che cambia più lentamente. Si potrebbe addirittura scrivere la storia delle mentalità, come storia della lentezza di cambiare mentalità. Ma tutto questo non potrà durare ancora a lungo. Tra l'individualismo esasperato, gli stress quotidiani e le complicazioni sistemiche di una società a rischio, qual è pertanto la domanda più incalzante che ci dobbiamo porre oggi? Ce la suggerisce Ulrich Beck, con tre quesiti che preannunciano un grosso problema per l'umanità, direi un nuovo paradigma: "Come si scopre, come si esercita, come si impara l'arte della libera associazione?" - "E come si applica a esigenze comportamentali assai diverse tra di loro - nel campo del lavoro sociale, in famiglia, a scuola, nell'economia, nelle chiese, nelle organizzazioni della democrazia rappresentativa?" - "Come combinare, come conciliare, dal punto di vista sia teorico sia politico, libertà e sopravvivenza in presenza di crisi ecologiche e sociali di dimensioni mondiali?" (2000).

    Siamo gettati, tra incertezze ed illusioni, in un brodo cosmico-relativo, per dirla con Maturana (1999), e siamo sottoposti incessantemente al turbinio di un mutamento che stentiamo a cogliere nella sua complessità. Patrick Viveret (1996), in una conferenza tenuta alla Cellula di Prospettiva della Commissione Europea, ha osservato che il mondo, l'umanità e l'individuo si trovano di fronte ad un triplice cambiamento: "d'ère, d'air, d'aire". Sembra un curioso gioco di parole nella lingua francese, ma nella sostanza c'è un fondo di verità.
    a) Cambiamento d'era: trasformazione tecnologica, economica. Il transito dalla società industriale alla società dell'intelligenza.
    b) Cambiamento d'aria: mutamento biologico, ecologico, culturale, psicologico. La mutazione complessiva del vivente.
    c) Cambiamento d'area: variazione geopolitica. La riorganizzazione dello spazio pubblico e privato.
    Unico punto in comune dei tre cambiamenti è che tutti e tre modificano contemporaneamente le relazioni degli uomini, delle donne, il rapporto con i loro corpi, con il tempo, con la realtà, con la vita. "La caratteristica di queste tre mutazioni - precisa Viveret - è che esse accadono nello stesso tempo e che gli effetti sono cumulabili. Dunque, siamo di fronte a cambiamenti assai ampi e molto rapidi che necessiteranno di un capovolgimento radicale dell'approccio. Le ragioni per cui c'è un ritorno della miseria non sono principalmente d'ordine economico. Non è perché noi non abbiamo i mezzi in termini di produzione per nutrirci tutti, ma soprattutto perché ci sono sacche di rigidità a livello degli uomini politici, che sono legate a cause culturali, politiche, antropologiche. E, dunque, la questione non è tanto come sopravvivere quanto perché vivere e come vivere insieme" (Id.).

    Il conto che si paga in un ristorante di lusso potrebbe fornire assistenza sanitaria di base a decine di bambini, ai quali non resta altra chance che perire per malattie infantili o facilmente curabili. "Le sofferenze di questi bambini e dei loro genitori - afferma il filosofo australiano Peter Singer - sono ingiuste quanto quelle che proveremmo noi nelle stesse circostanze. (...) Noi non possiamo sfuggire alla responsabilità di queste sofferenze solo perché non abbiamo fatto nulla per provocarle. Quando tante persone sono in condizioni di grande bisogno, indulgere ai lussi non è moralmente neutrale, e il fatto che non abbiamo ucciso nessuno non basta a fare di noi cittadini del mondo moralmente dignitosi" (2001). Occorre riflettere ed agire, anche in contesti limitati geograficamente, per innovare i comportamenti individuali, pungolando le coscienze a riflettere sul modello di sviluppo fino ad ora subito e, perché no?, anche apprezzato da molti, e quindi ideare ed individuare una metodologia auto-referenziale per un progetto locale, superando ogni antagonismo con gli altri soggetti sociali. Su un pianeta ricco d'ecosistemi e d'alta tecnologia non c'è giustificazione per la povertà e per l'inquinamento. E' ancora possibile ri-appropriarsi della ricchezza della Terra, non per l'accumulazione egoistica delle sue risorse, ma per godere della prosperità globale e di un ambiente naturale. Se guardiamo al processo inarrestabile di globalizzazione liberista dei mercati, sorretto dal modello economico occidentale, basato sul pensiero unico e sul paradigma dell'utilitarismo, ci accorgiamo che stiamo optando per la dispersione delle comunità locali, sempre più abbagliati da aspettative di profitto e di consumo.

    Oggi è importante proporre un progetto locale, anche seguendo la felice intuizione di Alberto Magnaghi (2000), disancorandosi però dalla logica dominante, e spesso deludente, di affidare la guida progettuale sempre e comunque al settore pubblico. Il cittadino può cogliere da sé le sue esigenze e può proporle alla comunità d'appartenenza. Si può inventare così un nuovo settore sociale, spontaneo e informale, fondato sui principi della parità, della condivisione e della ragionevolezza. Queste peculiarità non appartengono al settore pubblico, né a quello economico, tanto meno al settore volontaristico e dell'economia solidale o, come generalmente si dice in Italia, al terzo settore, di fatto "chiuso in un limbo fra quello privato e quello pubblico (...) spogliato di buona parte della propria identità autonoma e reso dipendente dagli altri settori per la sua sopravvivenza" (Rifkin, 2000). Non ci auguriamo che sia il 'quarto settore', quello dell'economia sommersa, del mercato nero e della cultura criminale a prendere il sopravvento nel sistema societario. Purtroppo, non bisogna trascurare il fatto che questo settore si è talmente sviluppato, sia a livello globale sia a livello locale, che muove capitali finanziari di notevole entità, provenienti da una fitta rete di organizzazioni legate in vario modo all'illegalità, producendo così una cultura individuale e collettiva deviata, che ormai influenza larghi strati della popolazione, della politica e degli stessi settori sociali differenziati. Inventare un nuovo spazio sociale, dunque, per riqualificare le relazioni tra individui, gruppi ed istituzioni, secondo principi d'autodeterminazione, autonomia, relazione, in poche parole riscoprire "lo spazio comune del libero associarsi umano" (Donati, 1997).

    I sistemi di scambio locale non monetari (LETS, SEL, Tauschring, Banche del tempo, Clubs de Trueque ecc.), insieme con tutti i movimenti alternativi ed innovativi apparsi da alcuni decenni nella società contemporanea e in tutti i continenti del pianeta, per le loro premesse ideali, settoriali e pratiche, possono inaugurare e sperimentare questo spazio comune, fatto di relazione e di scambio sociale, in quanto il comportamento individuale e collettivo dei loro membri punta, mediante l'informazione comune, alla parità sostanziale e al raggiungimento di un beneficio sociale ed economico, il quale, pur estrinsecandosi spesso con prestazioni materiali, sfugge all'utilitarismo, alla tesaurizzazione, al lucro e alla speculazione economica. Ogni aderente offre agli altri le sue capacità, ciò che sa fare o che desidera fare, attività che molto spesso il sistema produttivo dell'economia di mercato gli preclude di fare. Ciascuno, inoltre, può richiedere le prestazioni e i servizi immessi liberamente nel circuito di reciprocità da tutti gli altri aderenti. Se questi microsistemi socio-economici contabilizzano a volte i loro scambi, lo fanno per rendere evidente quanta ricchezza relazionale essi producono, che nessun PIL (Prodotto Interno Lordo) potrebbe mai registrare o confermare. In questi sistemi, infatti, transitano soprattutto beni relazionali e non semplicemente beni posizionali (Zamagni, 1997), perché se non si è prima costituita una relazione sociale gli individui non scambiano.

    E' ancora valida e presente la lezione sul dono di M. Mauss (1965) e l'analisi antropologica di Malinowski (1973) sul 'senso' del kula (complesso sistema d'interconnessione, basato su braccialetti e collanine che circolavano in senso orario e antiorario tra gli abitanti delle isole del Pacifico occidentale, che era alla base delle relazioni sociali e commerciali di quelle popolazioni): non ci può essere comunità e scambio sociale se prima non c'è legame e relazione sociale. Le associazioni di scambio locale non monetario sono laiche (da laós, popolo). In esse l'ego e l'alter si fondono in un'osmosi teorica e pratica e producono il noi, un nuovo senso del vivere che poggia sulla condivisione delle risorse di ciascuno, liberamente messe a disposizione del gruppo e da questo alla propria comunità. Le premesse di una dimensione spazio-temporale fondata sulla reciprocità e sulla solidarietà ancora persistono nella nostra società. Questi sistemi socio-economici non monetari rappresentano una chance per la futura convivenza locale-globale, glocale, come dicono alcuni (Bonomi, 1996; Goldsmith-Mander, 1998; Magnaghi, 2000). Spesso il sistema LETS (fondato sullo scambio e sul commercio locale non monetario e sulla reciprocità generalizzata) ha rappresentato la scialuppa di salvataggio del Titanic! Naturalmente il famoso transatlantico colato a picco rappresenta il sistema economico moderno, che scricchiola e devasta intere aree, produce rifiuti, ruggine e inquinamento e trascina intere popolazioni alla miseria.

    Gli individui hanno bisogno di una dimensione più umana e solidale della società. I sistemi sociali tendono ad implodere: si rompe il legame con le istituzioni e con la società. Emergono la divisione sociale, la scarsa partecipazione al voto e alla vita pubblica, il disagio sociale, il senso d'impotenza, le nuove forme di esclusione e di povertà, lo smarrimento, l'individualismo esasperato, la sterilità dei rapporti, l'isolamento, la crisi delle famiglie, la rottura inter-generazionale, la scarsa qualità della vita. Si tratta di "patologie sociali" (Habermas, 1997), che spesso è difficile cogliere nella loro specifica essenza e derivazione. Gesti irresponsabili e contraddittori (omicidio di parenti, suicidi, vandalismo, violenza di genere e di razza, sfruttamento) compaiono in tutta la loro gravità nello scenario sociale: sono segnali manifesti di tutta la turbolenza derivante da un'insufficiente ri-legatura degli individui e dall'assenza di solidarietà generalizzata. La ricchezza economica delle classi medie e agiate si orienta ai consumi sfrenati e diventa opulenza, spreco e rituale incontrollato. Si spinge con la pubblicità gli individui all'imitazione per accrescerne i consumi: ma la crescita infinita, questo genere di crescita, non rappresenta un rimedio.

    Se, dunque, la teoria utilitaristica ha contagiato e condizionato le scienze sociali, l'economia, spesso qualificata come scienza sociale 'dura' e qualche volta 'triste' (avete notato la tristezza della faccia degli economisti? Uno per tutti: Greenspan!), ha imboccato un percorso di uniformità unilaterale, ignorando l'archetipo dell'oikós e la sua saggezza 'femminile' e domestica, imponendo esclusivamente i paradigmi del profitto e della produzione di ricchezza, coltivando a pieno campo la pianta della razionalità strumentale, organizzata dal Lógos epistemonikós, che ha preso il sopravvento negli ultimi secoli sulla sorella Phrónesis (ragionevolezza), "entrambi figli di Minerva" (Latouche, 2000), imponendo i principi di "Efficienza, Calcolabilità, Prevedibilità, Controllo", per infine costringerci nella weberiana gabbia d'acciaio e nella "mcdonaldizzazione [che] sta dilagando in ogni angolo della società" (Ritzer, 1997). L'esasperazione razionalistica della produzione ha disincantato il mondo e lo ha reso irrazionale e disumano: "La disumanizzazione è, inutile dirlo, un'irrazionalità fondamentale della razionalità" (Id.). Tutti sono coinvolti, nessuno può sfuggire: la nuova religione è quella dei consumi, con le sue cattedrali (centri commerciali, Disneyland, fast food, hotel-casino per il gioco d'azzardo ecc.), i pellegrinaggi (con gli ingorghi e le code di automobili) e i riti (spettacoli di massa, mega concerti, discoteche luccicanti) (Ritzer, 2000).

    Ma la nostra prospettiva non è questa. Noi pensiamo ad altri metodi ed esperienze. Abbiamo bisogno dell'illusione e nello stesso tempo cerchiamo una chance per un sistema sociale diverso e più semplice, più a misura d'uomo. "Certo - osserva Latouche - non si rifarà il mondo dall'oggi al domani e neppure si cancellerà con un tratto di penna la manipolazione delle potenze economiche di cui è impossibile misconoscere il peso e che bisogna ben guardarsi dal sottovalutare. Nondimeno, l'obiettivo è proprio quello di rifare il mondo e il mezzo è proprio quello di contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti. E' tempo ormai di cominciare a decolonizzare il nostro immaginario. E' necessario avere come orizzonte questo ambizioso obiettivo unitamente all'ideale di un giusto scambio, vale a dire di economie e di mercati mediati dal sociale o dal politico" (2000).

    E così il dono diventa 'politico', riesce a "costruire società" (Caillé, 1993, 1998). "Il dono è il modo per eccellenza per costituire rapporti sociali" (Caillé, 2000), anche se qui non si parla del dono gratuito e unidirezionale (la carità, la beneficenza, la filantropia), ma di quello libero, riscontrabile nell'insieme delle pratiche fondanti i nuovi stili di vita, che si evidenziano in modo particolare nei sistemi di scambio locale non monetari, nella finanza etica, nel commercio equo solidale, nel turismo responsabile, nell'acquisto critico ecc. In queste pratiche si porta tanta idealità e responsabilità. Ma soprattutto relazione: e il dono stesso è soprattutto relazione sociale. "Infatti, la forza del dono non sta nella cosa donata - così è nella filantropia - ma nella speciale qualità umana che il dono significa per il fatto di essere relazione" (Zamagni, 2001). Si dona dignità a chiunque scambiando alla pari, comprando un prodotto ad un prezzo equo e remunerativo, assumendo un atteggiamento critico nei consumi, dimostrando responsabilità nello smaltimento dei rifiuti, rispettando le culture e i luoghi ecc. In questi sistemi di vita si realizza la complessa dimensione dell'in-timità, ovvero del riconoscimento (timós) dell'altro, dell'incontro-relazione con l'altro. In questi termini il dono è sempre spontaneo e, contemporaneamente, un obbligo, "tensione fondatrice del legame sociale, di fronte al quale il sociologo dovrà sempre restare modesto, riconoscere i propri limiti, ed essere pronto a far posto, ovvero a cedere il posto alle altre discipline delle scienze umane, ai filosofi e ai poeti" (Godbout, 1998). Gli economisti avranno poco da dire. Essi non sanno spiegare e giustificare il dono, perché quest'atteggiamento sembrerà loro sempre molto strano e soprattutto irrazionale. Essi hanno ormai dimenticato che alla base dei rapporti umani hanno coabitato concetti come tempo e reciprocità, non con significazioni funzionali ed istituzionali, ma come principi di solidarietà tra gli esseri umani.

    Tempo e reciprocità

    Parlerò ora del tempo, per cercare di spiegare come impiegarlo meglio. Ma voglio parlare anche della reciprocità. La reciprocità è un comportamento antichissimo, forse primordiale, neolitica, risalente alla prima grande rivoluzione sociale, ma è nella sostanza una dimensione umana molto particolare, con il fine della solidarietà e della relazione sociale. Ma "la solidarietà è il contrario dell'assistenzialismo" (Touraine, 1998). La solidarietà si basa sul principio dell'estinzione di un debito e sul diritto di un credito, che ciascuno di noi rispettivamente ha o può vantare, contemporaneamente, nei confronti di tutti gli altri. Questo pensiero mi proviene dall'insegnamento di Don Milani. Per millenni la forza della reciprocità è stata fondamentale per i rapporti interumani. Essa si è esternata con il dono multilaterale, indiretto e diretto. Ha scritto Federica Cordano che "Tucidide sembra ancora più interessato agli usi particolari di popolazioni a lui contemporanee. Per esempio gli Odrisi … avevano, a suo parere, la dinastia più potente e ricca d'Europa perché utilizzavano la legge del dono, ché presso di loro 'non era possibile fare alcuna cosa senza offrire doni'. E Tucidide li mette per questo in opposizione con i Traci e con i Persiani, che usavano 'la legge del prendere invece che dare', avendo evidentemente superato - ma Tucidide di questo non ne rende conto - un modello economico più antico" (1992).

    Tutti hanno da offrire qualcosa; tutti hanno bisogno di ricevere qualcosa. Dare e ricevere, scambiare, non solo mediante il sistema economico del mercato, ma animati dallo spirito della solidarietà, con un uso proficuo della risorsa più grande a nostra disposizione: il tempo. Ecco perché parlerò della Banca del tempo e della sua filosofia. Ho scritto in un mio libro: "Sembra un paradosso che in una società dove il tempo a disposizione delle persone è davvero tanto, sia per chi lavora, sia per chi non fa nulla, esso non basti mai. Nel tentativo di recuperare gran parte del tempo che si perde e si spreca, la Banca del tempo può svolgere un ruolo propedeutico importante. Può cioè educare a far uso positivo della risorsa tempo, non in una logica mercantile o di prestazione assistenziale, ma nel quadro di rapporti comunitari improntati alla reciprocità dello scambio non solo economico tra le persone" (2001). Il problema è dunque nella concezione che si ha del tempo, e si risolve se si riflette sul nostro modo di intendere il tempo. Fino a quando considereremo il tempo una misura, un processo legato alla produzione, al consumo, allo scambio economico non saremo che degli ignari seguaci di Beniamino Franklin, che ha coniato il famoso detto: "Il tempo è denaro". Solo se penseremo il tempo come 'vita', come rapporto con gli altri nel presente, svincolato dal concetto di valore e di interesse, capovolgeremo il sopraccitato detto con quello di "Il tempo… non è denaro". E' il titolo del mio ultimo libro (2003). C'è una sostanziale differenza tra il tempo con gli altri e il tempo della storia. Questo ultimo è un tempo artificiale, vuoto, che sta nella testa di un gruppo di sapienti, gli storici, appunto. "Uno strumento finto ma necessario ad ogni pensiero che vuole costruire la storia universale", osserva Angel Enrique Carretero Pasin (2003) sulla scia del pensiero di Halbwachs. Questa concezione storica del tempo non ha alcun rapporto con il tempo 'reale', che è quello vissuto 'con gli altri', quello che si concentra nel presente, punto di partenza della memoria, in quanto il pensiero cerca di ri-memorizzare il fatto vissuto con l'altro. Da qui l'immagine, l'immaginazione, il simbolico, per secoli esclusi dall'indagine scientifica delle discipline sociali perché ritenuti elementi irrazionali (oltre il 50% del pensiero umano!), emergono nella radicalizzazione concettuale della relazione uomo-alter, uomo-spazio, uomo-mondo "facendo apparire la sinergia che esiste tra l'immaginazione umana e lo spazio di fronte all'angoscia provocata dalla scomparsa del tempo e dalla sua attualizzazione, la morte" (Paschalis, 2003).

    Il tempo non ha 'valore'

    Ha detto Ivan Illich al Colloque International sur l'aprés-développement (Unesco, marzo 2002): "Je n'aurais pas en latin un mot pour traduire le concepte de valeur". "Non avrei in latino una parola per tradurre il concetto di valore": significa che il concetto di valore è estremamente recente, appartiene alla modernità, alla razionalità strumentale, al comportamento economico, cioè a quando si comincia a considerare il tempo che fa lievitare gli interessi e fa 'lavorare' il denaro stesso. Ma il tempo della 'vita' non ha un 'valore' e soprattutto 'non è denaro', non può essere ridotto a uno scambio economico in senso totale. Tutte le religioni lo hanno evidenziato, tutte hanno condannato il prestito e l'usura, il denaro che sfrutta il tempo, che si autoriproduce. Oggi, purtroppo, siamo ad un limite estremo, siamo nell'economicismo assoluto, abbiamo un martello economico, come dice Latouche, che batte nella nostra testa e che ci fa pensare solo al denaro, al valore, all'utile, alla crescita, all'arricchimento! Non serve cambiare martello: occorre cambiare 'testa'! Anche se oggi molto del nostro tempo è dedicato a far lievitare l'economia di mercato, non possiamo imporcelo in assoluto. Il nostro tempo è qualcosa di molto più complesso, è una grande ricchezza e non possiamo svilirlo rapportandolo in assoluto all'utilità e all'interesse. Perciò, è bene evitare invasioni di campo o confusioni epistemologiche. Se la redistribuzione è un principio 'politico'; se il mercato è un concetto 'economico'; se la reciprocità è un argomento 'filosofico' - (e tutti e tre possono convivere in un sistema sociale, come dice J. Godbout) - una concezione 'esistenziale' del tempo della nostra vita e di quella degli altri non può essere esclusivamente utilitaristica, perché si tratta di quel tempo che condividiamo con gli altri, mediante l'associazione, la reciprocità, la mutualità e la collaborazione, principi che ancora non abbiamo sufficientemente scoperto, perché siamo caduti inesorabilmente negli associazionismi, che come tutti gli "ismi" uccidono il fondamento concettuale delle idee. Il tempo che passa ogni giorno, ogni attimo, è tutta la nostra vita. Occorre pertanto togliere al tempo la nozione assoluta di 'rendimento', per sostituirla con quella fluttuante del vivente. Perciò iniziamo a riconsiderare il tempo con gli altri come un 'nuovo fattore di ricchezza':
    - il tempo come legame tra le persone e non come misura;
    - il tempo ciclico delle stagioni;
    - l'autonomia dal tempo pianificato delle organizzazioni produttive;
    - il tempo soggettivo, emotivo e il ritmo personale e comunitario;
    - il tempo di scelta e di condivisione;
    - la complementarietà dei tempi (storico, presente, breve, medio e lungo termine);
    - l'accordo tra il tempo dell'industria con il tempo biologico e geologico, per il problema delle materie prime, dell'energia e dei rifiuti;
    - riabilitare il presente, il nostro presente con il mondo e il vivente;
    - concepire soprattutto la fine del nostro tempo di vita, cioè la nostra morte, come fondamento del nostro agire.

    Riguardo a questo ultimo punto, vorrei ricordare le parole di Patrick Viveret: "Per la specie umana si può in effetti avanzare l'ipotesi che ciò che costituisce in definitiva la gerarchia dei valori della vita è la coscienza della morte (...) La percezione della finitezza e della vulnerabilità è alla base di ogni valore" (2003). Se il paradigma moderno del tempo è stato quello legato alla produzione e all'utile, oggi, in questo medioevo postmoderno, lungo le derive della modernità, questo paradigma tende a fare i conti con la vita, il mondo e il rispetto della dignità di ogni essere umano e del vivente in generale. Parafrasando il detto scritto sulla porta dei Sistemi di Scambio Locale francesi mi piace ricordare che: "La vera ricchezza non scaturisce dal nostro conto in banca, ma dalla nostra creatività, dalla nostra immaginazione e dai nostri sogni". Come pure le parole che ho ascoltato direttamente da François Terris (fondatore del primo SEL in Francia): "La vera ricchezza di un paese sono le ore che ciascuno va a donare alla sua comunità!".


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