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Udire, Ascoltare, Sentire / Sous la direction de AnnaMaria Calore / Vol.21 N.2 2023

I messaggi dell’ambiente esterno (naturale, urbano, virtuale, sociale e culturale) e la loro interpretazione soggettiva: noi e il nostro codice interpretativo

Ignazio Burgio

magma@analisiqualitativa.com

(1959), laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania.

Abstract

Nel secolo attuale, specialmente fra le nuove generazioni il codice interpretativo, gli atteggiamenti, i linguaggi ecc. sono sollecitati dal web alla trasformazione continua e si riflettono in forma circolare nel web (soprattutto nei social media) sia in positivo che in negativo, sotto forma di notizie (e fake news), commenti, critiche, proteste, ecc. A differenza dei classici media come i giornali, la radio, la televisione, caratterizzati da una comunicazione sostanzialmente monodirezionale, a senso unico, i social media consentono una comunicazione interattiva, dando la possibilità di partecipare alle discussioni e di dire la propria. Gli utenti quindi non sono più passivi ma partecipano attivamente fornendo spesso anche contributi culturali interessanti.

 

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Studio di figura Viktor Tischler (1890-1951) Museo di Vienna

Il nostro computer biologico

In un articolo del Corriere della Sera sulle nuove ricerche riguardanti il dolore fisico, Elena Tebano riporta un paio di episodi a dir poco paradossali tratti dalla rivista americana Journal of Psychosomatic Medicine. Quello più emblematico riguarda un giovane muratore che saltando da una piattaforma non si accorse di un chiodo di 15 centimetri piantato sul terreno e con la punta rivolta verso l’alto. Il lungo chiodo gli trapassò lo scarponcino spuntando dalla parte superiore, e immediatamente il giovane avvertì subito un fortissimo dolore, talmente lancinante che al Pronto Soccorso i medici dovettero somministrargli un potente sedativo prima di poterlo curare. Ma appena toltogli lo scarponcino i sanitari si avvidero con sorpresa che il piede era intatto: il chiodo infatti aveva bucato suola, calza e cuoio, ma era passato nella fessura tra due dita, non riuscendo neppure a graffiare la pelle. Tuttavia il terribile dolore che aveva provato il giovane operaio era stato reale.

A chiarire l’apparente paradosso interviene – sempre nel medesimo articolo della Tebano - Rachel Zoffness, psicologa del dolore dell’Università della California a San Francisco: «Il cervello utilizza tutte le informazioni disponibili in un dato momento per decidere se produrre dolore e quanto, perché questo è il suo compito. Quindi - spiega ancora Zoffness - usa informazioni provenienti da esperienze passate. Usa il luogo in cui vi trovate e le persone con cui siete. Usa le emozioni, come vi sentite. Incorpora, naturalmente, i messaggi sensoriali provenienti dal corpo, da tutti e cinque i sensi». Nel caso dunque dell’operaio «il suo cervello, ovvero il suo rilevatore di pericolo, ha utilizzato tutte le informazioni disponibili: i ricordi di esperienze di dolore passate, la conoscenza dell’ambiente di lavoro pericoloso, il panico che ha visto sui volti dei suoi colleghi, la visione di un chiodo che spuntava dallo scarponcello». Dunque, la mente del muratore ne aveva rapidamente concluso che il suo piede dovevarisultare trafitto. «Il dolore e il danno ai tessuti non sono la stessa cosa» conclude Rachel Zoffness. (Elena Tebano, Il dolore fisico non dipende solo dal corpo, in: www.corriere.it, 25/2/2023).

Episodi di autosuggestione come questo – oggetti di studio di medicina e psicologia – sono ottimi esempi per esaminare anche la normale attività di relazione tra ciascuno di noi e l’ambiente esterno, sia esso costituito da natura, città, persone, tecnologie nonché istituzioni e valori culturali. Come aveva già schematizzato lo psicologo americano Albert Ellis negli anni ‘50 del secolo scorso col suo modello A-B-C (Antecedents, ovvero percezioni; Beliefs, pensieri; Consequences, comportamenti ed emozioni), la nostra mente può essere considerata simile a un sofisticatissimo computer: essa acquisisce in input continue informazioni o “messaggi” tramite i sensi, ed esprime in output tutta la gamma di parole, comportamenti e realizzazioni pratiche di cui siamo capaci nell’arco di un’intera vita. Tra queste due fasi iniziali e finali vi è al centro tutta l’attività di filtro e di elaborazione di quanto acquisito dai sensi, la loro interpretazione o giudizio di valore (piacevole/spiacevole, vantaggioso/svantaggioso, apprezzato o disprezzato dagli altri, ecc.) e la conseguente decisione riguardo a cosa e quanto deve essere espresso a livello comportamentale: emozioni, parole, atteggiamenti, e via dicendo, anche all’interno della nostra mente, in forma di ricordi, pensieri e riflessioni.

Ma proprio l’attività interna d’interpretazione – come hanno fatto rilevare anche i filosofi che nel secolo scorso si sono occupati di ermeneutica, da Dilthey a Gadamer - non può prescindere dall’esperienza passata, non solo quella nostra ma anche e soprattutto quella del contesto sociale in cui siamo nati e viviamo: la famiglia, i colleghi di lavoro, la città, la propria nazione, ecc. con tutta la loro storia, i loro valori culturali, le differenti visioni del mondo e della vita. Alla base dell’attività cognitiva della nostra mente vi è insomma un codice che interpreta, come fossero veri e propri messaggi, le infinite percezioni provenienti dall’esterno, dando loro significati e valori, spesso differenti da una persona all’altra, e a volte anche erronei e paradossali (come nel caso delle autosuggestioni, o dell’operaio citato prima).

Sempre al codice interpretativo interno alla nostra mente – che può mutare e trasformarsi nel corso della propria vita, così come a livello collettivo anche attraverso le generazioni e le vicende storiche – si deve anche la genesi, la diffusione e la persistenza nel tempo, di pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni, che magari in altri contesti socio-culturali, di altri luoghi o di altre epoche, appaiono sorpassati o incomprensibili. Un esempio è l’identico episodio, curioso ma significativo, capitato a distanza di pochi anni l’uno dall’altro sia allo scrittore Umberto Eco sia al giornalista Sandro Calvani. Trovandosi entrambi a New York salirono su di un taxi guidato da un rifugiato pachistano il quale dopo aver saputo che venivano dall’Italia domandò ad entrambi chi fossero i nemici degli italiani. Sia Eco che, qualche anno dopo, Calvani gli risposero che noi italiani non abbiamo nemici, perlomeno dall’ultima guerra mondiale. Ma il tassista pachistano per nulla persuaso rispose loro che se veramente gli italiani erano un popolo dovevano per forza avere un nemico. (Umberto Eco, Costruire il nemico, Bompiani, 2016; Sandro Calvani, Se per fare un popolo ci vuole un nemico, Avvenire, 6/10/2018).

Il profugo orientale interpretava l’idea di popoli e nazioni secondo un codice ereditato dal suo Paese di provenienza – sin dalla sua nascita in perenne contrapposizione con l’India – e che per la verità, com’è noto, sin dalla preistoria è stato seguito un po' in tutto il mondo: ovvero la difesa della propria cultura tradizionale al fine di tutelare anche gli stretti legami con la propria comunità di appartenenza, che in definitiva definisce anche la propria identità. E da qui dunque la definizione del proprio gruppo etnico o popolo come diverso e superiore rispetto alle altre entità confinanti, contro cui ci si deve trovare in contrapposizione quanto più si vogliono rafforzare i legami con gli altri componenti della propria comunità.

Tradizione e mutamento

Tanto nel caso delle suggestioni o illusioni sensoriali individuali, quanto nel caso più sociologico e culturale dei pregiudizi e dei luoghi comuni, è il confronto con la realtà e la verità dei fatti a mettere alla prova il codice interpretativo, personale o collettivo. Ma con le espressioni realtà e verità dei fatti non si intendono altro che nuove e maggiori informazioni, non solo dai propri sensi e dalla propria esperienza, ma anche dall’esperienza degli altri, acquisita in forma orale, o mediata dai mass-media. Spesso dunque, il codice interpretativo, messo in crisi proprio da nuove contraddittorie informazioni (la constatazione di vedere il proprio piede intatto, nel caso dell’operaio di prima, o gli sforzi di cooperazione e collaborazione internazionale, diffusi dai mass-media, a beneficio di chi sostiene l’ineluttabilità della guerra) è sollecitato ad aggiornarsi. Ovviamente, adottando l’intelligente strategia della curiosità e della ricerca, il medesimo codice interpretativo può selezionare attivamente, anziché semplicemente subirle e accettarle passivamente, le nuove informazioni, in primo luogo le percezioni dell’ambiente esterno. In tal modo tanti dettagli della realtà che a molti possono sfuggire, al contrario per altri (ad es. per uno scienziato) possono rivelarsi importanti perché più illuminanti sulla realtà medesima.

Si tratta in sostanza di ciò che Dilthey, Heidegger e Gadamer hanno definito “circolo ermeneutico” all’interno del quale ogni realtà, ad esempio un testo antico, viene interpretato sempre sulla base delle proprie esperienze, della propria tradizione e del proprio contesto culturale – ciò che qui si è definito codice interpretativo – e le nuove informazioni acquisite, per es. quelle scientifiche, modificano a loro volta anche il medesimo pre-esistente codice interpretativo.

Conseguentemente anche sul versante dell’output, la relazione con la realtà esterna - natura, cose e persone - espressa sia in linguaggio verbale sia con quello del corpo, è suscettibile di arricchimento e di modifiche, con la creazione di nuovi linguaggi, atteggiamenti e comportamenti non necessariamente positivi (ovvero di accettazione e apertura). Come già fatto notare in passato da sociologi e studiosi dell’apprendimento, per esempio da Olson, nel corso della storia ogni improvviso aumento nella quantità e velocità di diffusione di nuove informazioni e idee, provocate dall’entrata in scena di nuovi e più potenti mass-media (come nel caso classico della stampa) mettono sempre in crisi il tradizionale codice interpretativo, soprattutto delle menti più alfabetizzate.

Se dunque da un lato possono anche riscontrarsi entusiastiche accettazioni delle novità (da parte specialmente dei giovani), in molti altri casi vi è al contrario un atteggiamento di rifiuto e di chiusura all’interno del proprio codice interpretativo tradizionale, motivato oltre che dalla volontà di difendere i valori della propria comunità di appartenenza, anche dall’effetto di disorientamento e ansia (Information Anxiety) che possono provocare grandi quantità di nuove informazioni.

Nel caso di contesti socio-culturali isolati – come lo erano ad es. le piccole località di provincia prima dell’avvento della televisione - anche le differenze di lingue e dialetti finiscono per creare una barriera di confine fra una molteplicità di comunità caratterizzate fra loro da diversità di percezione e soprattutto di interpretazione. All’interno di tali piccole comunità si condivide ovviamente un medesimo codice interpretativo di base (in forma di omologazione culturale).

In tempi a noi più vicini con la rivoluzione dei media e delle nuove tecnologie, accanto al sempre più rapido e gigantesco (nonché disorientante) flusso di nuove informazioni, si sono imposti sempre più linguaggi globali: non solo lingue verbali come l’inglese, ma anche i “linguaggi” della moda, delle arti visive, della musica, ecc. spesso veicolati solo da immagini e suoni, come nei video dei social media. Come sottolineato anche da Thompson - che nel suo classico saggio Mezzi di comunicazione e modernità (1995) dedica molte pagine alle trasformazioni delle tradizioni da parte dei mass-media - le contaminazioni culturali che ne derivano, possono determinare mutamenti di pensieri e visioni della vita, e dunque anche nuove forme di interpretazione esistenziale di sé, degli altri e del mondo, con diversificazioni di atteggiamenti anche all’interno di microgruppi come le famiglie.

Nel secolo attuale, specialmente fra le nuove generazioni il codice interpretativo, gli atteggiamenti, i linguaggi ecc. sono sollecitati dal web alla trasformazione continua e si riflettono in forma circolare nel web (soprattutto nei social media) sia in positivo che in negativo, sotto forma di notizie (e fake news), commenti, critiche, proteste, ecc. A differenza dei classici media come i giornali, la radio, la televisione, caratterizzati da una comunicazione sostanzialmente monodirezionale, a senso unico, i social media consentono una comunicazione interattiva, dando la possibilità di partecipare alle discussioni e di dire la propria. Gli utenti quindi non sono più passivi ma partecipano attivamente fornendo spesso anche contributi culturali interessanti.

Da un altro canto tuttavia, come osserva Caterina Luceri, i meccanismi della rete comportano anche il rischio che gli utenti si ritrovino rinchiusi in gruppi isolati dove “idee, credenze e opinioni vengono amplificate all’interno di un contesto chiuso ed omogeneo nel quale visioni divergenti non trovano posto e nel quale i soggetti sono convinti di confrontarsi tra di loro, continuando, in realtà, a sentire l’eco della propria voce e delle proprie opinioni.” (Caterina Luceri, Il mercato delle informazioni e l’illusione dell’echo chamber: far sentire la propria voce nell’agorà digitale, in: “Il Chiasmo”, www.treccani.it, 14/10/2021). Uno dei motivi è la tendenza da parte di molti utenti della rete a dimostrarsi conservatori e abitudinari, accontentandosi della propria nicchia culturale, perlomeno finché l’irruzione di un’improvvisa novità, positiva o negativa, con il suo mutamento di condizioni, non rompe questa sorta di cupola incantata.

Web e coscienza globale

Una svolta in tutti i sensi (di mezzi, argomenti, partecipazione) si è avuta proprio con la pandemia da Covid-19, che ha pure condotto al centro dell’attenzione la questione della sostenibilità ambientale. Secondo la società di ricerca Blogmeter, nel 2021 il 39% degli Italiani intervistati ha dichiarato di passare più tempo sui social media rispetto all’anno precedente, e di questi quasi la metà (il 45%) ha scoperto e utilizzato anche altri social. E secondo la nuova ricerca condotta dal medesimo istituto nel 2022, il 70% degli Italiani si sente investito di responsabilità nel confronti dell’ambiente, e si attiva di conseguenza: mentre infatti il 12% (il 5% in più rispetto al 2021) adotta sistematicamente una vasta gamma di comportamenti ecosostenibili, il 42% (il 4% in più) ne adotta solo alcuni e non sempre in maniera sistematica. (Fonte: www.Blogmeter.it, “Italiani e Social Media”).

Sul versante dei comportamenti, il mezzo della Rete ha cambiato inoltre anche i metodi delle manifestazioni e delle proteste ambientaliste:«Se prima della quarantena il digitale era per lo più un canale a supporto delle manifestazioni di piazza, garantendo la diffusione della notizia e il reclutamento delle nuove leve, adesso, invece, si trasforma nella piazza stessa, dando agli attivisti la possibilità di portare avanti le battaglie a favore dell’ambiente e del Pianeta anche in lockdown. E così, a un anno dal primo sciopero mondiale del 15 marzo 2019, i ragazzi di Fridays For Future – il movimento ambientalista fondato dall’attivista svedese Greta Thunberg – hanno deciso di animare le agorà virtuali di tutto il mondo con una protesta online mirata ad evidenziare il nesso irriducibile tra la salute dell’uomo e quella del pianeta Terra.» (Roberta Cammarota, Social e creatività: l’attivismo ambientalista ai tempi della quarantena, in: www.liberopensiero.eu, 7 aprile 2020).

Insomma, complice anche la pandemia, il web con le sue enormi potenzialità di diffusione capillare e di velocità istantanea ha consentito un coinvolgimento più ampio ed una maggiore attenzione verso valori e argomenti quali l’ambientalismo, l’eco-sostenibilità, la decrescita felice, l’accoglienza degli immigrati, e quant’altro, in contrapposizione alla cultura consumista, narcisista e rivolta al possesso dei beni materiali che ha caratterizzato il secolo passato. Già dieci anni fa, Simone Bellitto faceva osservare come l’ambientalismo e l’attivismo civile si fondavano strettamente sulla rete e sui social media in termini di rapidità nel raccogliere adesioni e partecipazione, nella circolazione tramite video di manifestazioni e proteste, e nella crescita di gruppi e pagine virtuali legati a questi temi. (Simone Bellitto, Social Media e ambientalismo, in: Generazione zero, 11/6/2013).

A ben vedere però la diffusione di tali argomenti e valori si fondano sempre più su di un nuovo modello di codice interpretativo veicolato da Internet e dai nuovi dispositivi tecnologici: ovvero quello della interdipendenza planetaria. In un interessante studio Martina Meneghetti riporta come «la ricerca sostiene che l’essere in sintonia con un insieme più ampio porta non solo a considerare le altre persone come più simili ai membri del proprio ingroup (Gaertner et al., 1993), ma promuove anche l’identificazione con l’intera umanità (Gaertner et al., 1993) e, di conseguenza, maggiori livelli di preoccupazione empatica e pro-socialità (Batson et al., 1981). L’essere parte di un’unica cosa caratterizza, inoltre, un’identità che va all’aldilà degli attributi individuali e che riflette le connessioni con le persone, gli animali e la natura. (...) Coloro che, infatti, hanno un legame più forte con gli altri si preoccupano maggiormente del loro benessere e delle questioni che possono riguardarli, come il degrado ambientale. Di conseguenza, essi sono più propensi ad intraprendere azioni a favore dell’ambiente.» (M. Meneghetti, Mindfullness e percezione di sé come interconnesso: associazioni con variabili pro-ambientali e connessione con la natura, p. 34-35).

Non solo grazie ai social media e alla facilità di contatti in tempo reale e in video con persone lontanissime, ma anche grazie agli smartphone e alle app di tutti i generi, si ha la sensazione di sentirsi sempre più connessi, anche perché continui cinguettii e campanelli avvisano di nuove email, nuovi post sui social media, nuove opportunità di lavoro, oppure se è l’ora della ginnastica o dello yoga quotidiano. È una vera e propria nuova dimensione esistenziale, dai risvolti – anche positivi – non ancora completamente studiati e prevedibili, ma che ha già iniziato a costruire una coscienza virtuale globale oltre che la consapevolezza di un destino comune. E questo, prima ancora che con argomenti, dibattiti, contenuti multimediali, ecc., solo e semplicemente con l’esistenza stessa della Rete e dei dispositivi ad essa connessi: una controprova del famoso paradigma di McLuhan secondo cui “il mezzo è il messaggio”.

Bibliografia

Simone Bellitto, Social Media e ambientalismo, in: www.generazionezero.org, 11/6/2013.

Sandro Calvani, Se per fare un popolo ci vuole un nemico, (Avvenire, 6/10/2918) in: it.linkedin.com.

Roberta Cammarota, Social e creatività: l’attivismo ambientalista ai tempi della quarantena, in: www.liberopensiero.eu, 7/4/2020.

Umberto Eco, Costruire il nemico, Bompiani, 2016.

Hans Georg Gadamer, Verità e metodo, 1960.

Caterina Luceri, Il mercato delle informazioni e l’illusione dell’echo chamber: far sentire la propria voce nell’agorà digitale, in: “Il Chiasmo”, www.treccani.it, 14/10/2021.

Martina Meneghetti, Mindfullness e percezione di sé come interconnesso: associazioni con variabili pro-ambientali e connessione con la natura, Tesi di Laurea, Università di Padova, 2022 [riferimenti bibliografici all’interno del brano citato: Batson, C. D., Duncan, B. D., Ackerman, P., Buckley, T., & Birch, K. (1981). Is empathic emotion a source of altruistic motivation. Journal of Personality and Social Psychology, 40, 290–302; Gaertner, S. L., Dovidio, J. F., Anastasio, P. A., Bachman, B. A., & Rust, M. C. (1993). The common ingroup identity model: Recategorization and the reduction of intergroup bias.European Review of Social Psychology, 4, 1–26].

David R. Olson, Linguaggi, media e processi educativi, Loescher, 1979.

Elena Tebano, Il dolore fisico non dipende solo dal corpo, in: www.corriere.it, 25/2/2023.

John B. Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità: una teoria sociale dei media, 1995.

www.blogmeter.it, “Italiani e Social Media”.

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