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Udire, Ascoltare, Sentire / Sous la direction de AnnaMaria Calore / Vol.21 N.2 2023

Perfette incompiutezze: dissolvenze tra suoni e visioni

Vito Antonio D’Armento

magma@analisiqualitativa.com

Socio Onorario e Collaboratore Scientifico dell’Osservatorio dei Processi Comunicativi, collabora con il Comitato Scientifico della rivista elettronica M@GM@; già professore associato in Sociologia della devianza e Sociologia della marginalità e della devianza, facoltà di Scienze della Formazione, Scienze Politiche e Sociali, Università degli Studi del Salento; ha fondato e dirige il Centro Studi Qualitative Approach in Ethnography (AQuE), promuovendo laboratori, gruppi di lavoro e di ricerca, seminari; ha co-fondato la Società Internazionale di Etnografia, di cui ricopre la carica di direttore generale.

Abstract

Non del contenuto (a cui provveda pure il lettore, liberamente) ma delle intenzioni realizzative (che, chiunque scriva, non vuol correre il rischio di subirne improvvisati fraintendimenti). Ebbene – il ricorso alla tecnica della dissolvenza incrociata ha qui consentito (a) di perseguire una espansione semantica di suoni e parole (de Saussure) fino a realizzare una diluizione dei piani argomentativi, così potenziandone la forza metaforica (Blumenberg) – oltre che (b) di realizzare effetti di “scrittura combinatoria”, sottoponendo la riflessione allo sforzo sperimentale di una scrittura che, pendolando tra poesia e prosa, prenda atto della funzione creativa tanto per chi scrive quanto per chi legge. In effetti – vien qui fatto ricorso al dispositivo del prosimetro che, combinando una scrittura mista di prosa e poesia, ne aumenta sia l’effetto prodotto con la scrittura che quello fruito con la lettura.  Peraltro – ogni narrazione (fantastica o testimoniale che sia), è impegnata a comporre le due stazioni considerate inizialmente da chi scrive – e cioè (a) l’ordinaria condizione di attori che agiscono in storie empiriche e (b) lo sfondo della più generale rappresentazione del corpus socio-culturale in cui son costrette al confronto le loro finzioni letterarie che così vengono proposte come rappresentazioni etiche. Una condizione, dunque, che ricompone l’astrazione etica con la morale particolare contestualizzandole in uno spazio letterario (“intermedio” per Ricoeur) reso tanto più attendibile quanto più la loro interazione le rende identitarie – fino a rendere visibili le loro mutazioni emancipatorie. Ed è infatti nella tecnica scrittoria, a cui si fa qui riferimento, che ogni particolare semantico del quotidiano vien lasciato scivolare con la diluizione metaforica e poetica per consentire che ciascuno (chi ha prima scritto e chi poi legge) si arricchisca attraverso esperienze tanto più vissute quanto poi risultino autenticamente narrate e … cantate.

 

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Studio di figura per Busto di uomo che si sostiene il viso con la mano Adolf Sternschuss (1873–1915) Museo Nazionale di Cracovia

0. … dove cercare le parole … se esistono

«L’odore al ricordo è un altro odore» (Alfonso Gatto).

«Cos’è la parola? Qualsiasi parola! Niente più che una ferita nel silenzio» (Lucian Braga).

Quando mi capitò, – considerato il mio sempre più ridotto riferimento al computer per mantenere i miei residui rapporti col mondo –, di leggere l’appello a pubblicazione della Rivista M@gma@, mi frullò nella mente qualche pigro pensiero che qui di seguito ricompongo per supportare lo sforzo che ho poi compiuto con la buona intenzione di offrire un sostegno ad una delle tante iniziative che rendono più che nobile l’impegno di Orazio Valastro che la Rivista ha fondato e dirige.

Ebbene – leggendo con scrupolo, che è comunque segno di rispetto per il lavoro qui profuso da Valastro e da Anna Maria Calore nel co-gestire il Numero speciale,rilevo il garbato orientamento ai potenziali partecipanti di voler compiere analisi introspettive, riflessioni mnemoniche e commenti personali sui tre verbi “udire – ascoltare – sentire”. Una sollecitazione, a dire il vero, in cui avverti una coniugazione piuttosto gerundiva (“un poter essere” e “un da farsi” – nel senso che “sarebbe bene che …”) piuttosto che limitarla in un contributo puramente indicativo – che è sempre riduttivamente assertorio e “filologico” (semplice presa d’atto del “suo consistere”). E infatti, già la suggestione dell’appello ha da subito indicato lo specifico territorio (non empirico – bensì quello psico-culturale) da cui attingere “segni” nascosti e significati dimenticati per mescolarli infine tra le dimensioni plurali in cui quei verbi attorcigliano la nostra vita travagliata da problemi non sempre risolvibili. Così che – ognuno emergendo dal proprio territorio intimo – possa poi riflettere sui puntuali “contras-segni” che in scrittura sigillano il coraggio assunto per rispondere all’appello fino a cogliere se non una coerenza scrittoria (modularità), almeno una qualche contiguità emotiva tra le visioni da ciascuno accatastate nell’inconscio e la gestione pulsionale d’ogni singola narrazione.

Già – perché è stata questa la direzione indicata dall’appello, ricordando, a quanti avessero accolto l’invito a partecipare alla pubblicazione,di farsi carico di avventurarsi nel percorso unico qual è certamente quello che s’intraprende allorquando si decida di esplorare il proprio paesaggio interiore – insistendo con sguardi obliqui alle proprie inconsce croste mnemoniche… ad afflittive reminiscenze sfaldate ed opacizzate, a diroccate edicole … tenute “a memoria” di dolori insanabili da personali demoni in eterna attesa di risvegli sempre possibili, per quanto raramente – e le amarezze e le delusioni e le frustrazioni … e l’impegno eroico, infine, di procedere con l’impegno di esserne fedeli testimoni. Delicata procedura estetica che consente ad un siffatto narratore di poter essere ad un tempo percepito come cantore di sentimenti tanto diffusi quanto compartecipati – mentre i fruitori di un tale incantamento sin dal suo inizio si fanno partecipi dell’innocenza di una sempre inedita e sempre nuova umanità che si istituisce per (ri)-comporsi ormai in una civiltà “oltre l’Umanismo” (v. James Hillman) che resta ancora l’ambizione e la speranza d’ogni uomo, prima che la gran parte risulti alterata e corrotta da spicciole pratiche (pseudo)-sociali che seguitassero a decomporne lo spirito, ad alterarne la naturalezza.

Da subito, dunque, ho cominciato a prendere coscienza d’una tale prospettiva, avviando una riflessione su come ri-organizzare la (mia) scrittura – ritenendo di poter ottenere conferma di indirizzo proprio dalle eventuali scelte omogenee di coloro che, affrontata e risolta al mio stesso modo la medesima questione, si fossero decisi – col mio stesso entusiasmo e con eguale determinazione – a rispondere, senz’altro indugio, “a questo appello”. E dal momento che sono consapevole della cifra personale d’ogni lettura come d’ogni espressione in cui si singolarizza qualsivoglia testimonianza, ce l’ho messa tutta per scandagliare previamente le righe dell’invitazione al fine di individuarvi una ancor più solida indicazione, un più preciso indirizzo – o almeno un qualche orientamento, una traccia da codificare con un intuito sostenuto da sensibilità biologica. Anche perché, se non ci fosse stato riscontro di quanto si vien qui pre-supponendo ed auspicando e addirittura sperando, mi sarebbe certamente saltato agli occhi (già nell’invito della Rivista ed ancor più nelle testimonianze poi racimolate nel Numero Monografico) un possibile tallone d’Achille dell’iniziativa ove “alla lettura” dovessero emergere sia pur rarefatte e sparpagliate sovr-intenzioni intellettuali ed etiche della Rivista catanese. Effetto che acquisirebbe riscontro, ovviamente – qualora i singolari e personalissimi paesaggi interiori “narrati” risultassero piuttosto omologati da una eventuale tipizzazione della loro scrittura, ove l’attesa di testimonianze originali, personali ed uniche e irripetibili, sfiancassero, infine, in evidenze falsificate da un codice scritturale ed espressivo prossimo a quelle discipline a cui i partecipanti al Numero Monografico potrebbero aver fatto inconscio riferimento.

In tal modo riducendosi a naufraghi che, in un mare così mosso dallo scontro di correnti che lo rendono ancor più tempestoso, avessero deciso di saltare su una zattera che, come quella della “Medusa” – di Théodor Géricault, li avrebbe destinati a ben più drammatica risoluzione. Facendocela scorgere, probabilmente, nelle narrazioni testimoniali del Numero Monografico della “Rivista” in cui potrebbero infine distinguersi piuttosto come disorientate amarezze polarizzate su vicende di singolari vite vissute senza alcuna pretesa di riflettervi autenticamente e fedelmente l’ombra dei depositi incrostati in quegli anfratti che nessuno – forse – riesce mai del tutto a testimoniare, perché nessuno si è forse mai azzardato a farlo veramente né vorrebbe mai del tutto trascriversi in una confidenzialità che potrebbe risultare un gratuito anti-conformismo sostenuto comunque da disinvolta frivolezza letteraria. Per non dire, poi, della ridotta capacità che la vita in questo mondo ci concede se solo la filtriamo con la bizzarrìa di volerci barcamenare tra un vitalismo che aspiri ad un futuro speranzoso e una memoria che non riusciamo neanche a governarcela a nostro piacimento e che perciò  teme d’esser distillata nel caleidoscopio che ce la riduce in così impercettibili minuzie d’esistenza che, come stracci, ce la vediamo sbrindellata davanti ad occhi strabici che tentano inutilmente di sbirciar dentro all’ombre di nostre sconcezze e debolezze (mal celando un menzognero falso pudore) – col rischio di trascrivere amarezze di questa vita mal vissuta e non già di quella che s’è ‘accartocciata’ in un inconscio che forse non possiamo veramente comprendere o semplicemente non sappiamo né vogliamo veramente svelare. Vano sforzo di trovare l’equazione che consenta il passaggio dall’una all’altra (ah, il grigiore hegeliano!  che prendeva atto che le cose di questo mondo non sono né del tutto bianche né mai definitivamente nere) – limitandoci, così, a far qui gioco di testimonianza che in qualche modo ricomponga la nostra pelle ferita riconciliandoci col nostro mondo – così come lo sentiamo, nella consapevolezza di quanto agitati ci risultino i nostri patemi e di quanto incomprensibili sentiamo le ingiurie che incrostano le nostre pulsioni intime che non aspirano ad esser mai del tutto svelate.

Un gioco autentico o a rischio, comunque, che a ognuno è consentito da quel nostro demone che ci stimola a pubblicazione chiamando Narciso a sostenerci – o almeno ad affiancarci –, perché qui ci tocca scrivere, in ogni caso, parole che parlino di noi.

1. … e se fosse possibile un’altra pista?

«Dopo un certo ascolto / si vive nel proprio perfetto silenzio» (Anna Stomeo).

«Non ci comprenderemo mai fra noi / finché non avremo ridotto la nostra lingua / a non più di sette parole» (Khalil Gibran).

… ricorrendo, per es., al dispositivo dello “storytelling”, che di fatto offrirebbe ai testimonial un ben servito nella forma burocratica di una possibile “Guida” (così togliendo ad ognuno la responsabilità di far raccolta di frammenti di vite autentiche e certificate da copyright)  che produrrebbe una rubricazione di storie che l’un l’altra si somiglierebbero così tanto da persuadere ogni lettore della Rivista che forse ne basterebbe una per tutte; da poterne disporre come di un “manualetto” per indurre chicchessia a proporsi in confessioni e testimonianze da far mercato popolare – mentre l’unico risultato consisterebbe nella generale omologazione resa possibile da procedure di conformismo per ottusa fede (ma forse più veramente per cecità intellettuale!): per mancanza, comunque, di quella persuasione che, sulle tracce di Michelstaedter, ci libererebbe da ogni perplessità quando c’impuntassimo ad accogliere narrazioni certificate come esperienze autentiche, filtrandole così tanto ormai da social che non potrebbero più veramente mascherare la loro natura o vocazione ad essere nient’altro che fake news – il sepolcro dell’ultimo aspetto vivo della nostra esistenza sempre più sbatacchiata in una condizione apocalittica.

Un rischio potenziale – dunque – a cui sono esposte tutte le iniziative come questa di M@gm@ a cui ho cominciato, mentre già andavo abbozzando questo preambolo alle argomentazioni (i paragrafi 1. e 2.), a pensare, ancora, non già di aderire – quanto, soprattutto, a come aderire. E quanto più vien diventando ferma la mia determinazione a rispondere all’appello, tanto più avverto la necessità di accortamente setacciare la lettura dell’invito che la Rivista ha inviato ad un pubblico così tanto ampio da non farmi poi sentire più di tanto impegnato a rispondere, come se il postino avesse bussato proprio alla mia porta. Peraltro – il postino per me c’è stato, a dire il vero: mi ha telefonato Valastro che, sapendo le mie difficoltà con la posta elettronica (ma in generale con ogni pratica telematica), mi ha chiesto di soddisfare comunque la sua curiosità di scoprire come risponderei alla proposta – e che potevo spedirgli, via posta col francobollo, un mio contributo, una riflessione da impegnarci certi miei studi qualitativi ed etnografici. Decisione, comunque, assunta non dopo la telefonata di Valastro – ma per la sua telefonata, per le “parole” con cui mi ha offerto la suggestione perché si aprissero spazi per sviluppare un ragionamento per il quale mi veniva così data la certezza di una sicura interlocuzione.

Rimaneva comunque da superare la muraglia di una infida supposizione – e cioè che la Rivista e la curatrice del Numero Speciale potessero aspettarsi contributi da mettere in cottura nel brodo di approcci psicanalitici, col quale poter vantare una saldezza “scientifica” (sic!) di riflessioni che, pur confidenziali – per il carattere diaristico e autobiografico richiesto –, garantissero comunque il riferimento delle loro argomentazioni ad un linguaggio post-filosofico ed ancor più sostenute dai protocolli epistemici delle neuro-scienze, facendo ricorso ai rigorosi parametri della tradizione accademica, siglando infine ogni testimonianza con impalcature bibliografiche secondo il costume trasmesso da “maestri” di discipline legittimate dal fatto che ancora non se ne vedono superati i limiti.

D’altra parte, molte discipline umanistiche e sociali sopravvivono solo per inerzia – ormai – scarseggiando la forza pratica dell’innovazione (v. Paolo Jedlowski) contro cui fanno muro saccenti “cultori” (accademici per caso!) che agli innovatori tengono il capo sott’acqua – e che soprattutto, dai rispettivi chiostri, praticano la superba egemonia dell’ex-cathedra – così tanto sedando il diritto di ciascuno a “prendere la parola” quanto più reclamato in situazioni d’una socialità che, per il legittimo controllo democratico elaborato dal riconoscimento della reciprocità!, richiederebbe garanzia di supporto delle responsabilità degli addetti ai lavori, quanto più riconosciuti e certificati come soggetti istituenti (v. Georges Lapassade).

Ai quali soltanto – ai quali tutti! ovviamente – possa risultare così affidato il compito di ridurre le tensioni che dal primitivo scontro di in-civiltà si possa con diversa decisione etica trasmigrare verso un più “costruttivo” confronto tra culture, misurandone idee e punti di vista e facendo la tara a pregiudizi e narrazioni.

Va sempre più espandendosi, infatti – e forse grazie all’irregolare diffusione dei social media – la “persuasione” (nel senso michelstaedteriano) di quanto possa risultare efficace la potenzialità di una suggestione epistemica a fondamento di una pratica che nell’iniziativa di Valastro e Calore trova conferma di indirizzo metodologico – e che, pertanto, andrebbe rafforzato e viepiù proseguito. Alla quale iniziativa servirebbero energie non lavorate in serre dove si ri-producono idee ogm, sperimentando piuttosto la forza green proveniente da esperimenti lasciati gestire sul campo da operatori che rispondono  a quesiti riferibili al “concreto mondo della vita” – ai bisogni palpitanti di uomini agenti.

Così da realizzare una democrazia autenticamente partecipata – dunque: tanto culturale e di ricerca quanto sociale e politica. In una prospettiva – se non risultasse astratta visione – che darebbe svolte alla nostra storia, proprio in quanto già così risulta pienamente affidata a “uomini di buona volontà”.

2. … note per un’Avvertenza

«Abbiamo bisogno di pensieri nuovi, / di nuove analisi, di uno sguardo lungo. / Ed è quello che proviamo a fare» (Mario Deaglio).

«Nessuna poesia è rivolta al lettore, / nessun’immagine» (Walter Benjamin).

Tutto ciò considerato – voglio dir prima qualcosa riguardo alle argomentazioni che mi vien da sviluppare sull’udire-ascoltare-sentire quale viene proposto dall’invito a pubblicazione. Obbligandomi, pertanto, a far riferimento alla forma del Prolegomenon – in quanto è mia intenzione di sviluppare proposizioni da amalgamare più che compattare in considerazioni che son venuto elaborando sin dalla prima lettura dell’invito e complicate poi negli appunti riversati per dare supporto alla mia intenzione di parteciparvi con responsabile accortezza.

Considerato che avrei qui dovuto compiere lo sforzo di narrare e tentare di descrivere visioni e provare – nel dirle – a trasmutarle in suoni da rilevare dagl’infiniti riverberi sfioccati da grumi di memorie naturalmente sconnesse – tutto riproponendo nell’offusco di oggetti sicuramente mal percepiti … un tale accumulo procacciando dagli sfondi asfittici di memorie lontane e in parte anche smarrite in quel che sembra riverberare nell’incerto svirgolamento d’ogni loro profilo che viene percepito in così tante sovrapposte ondulazioni da mostrarne continui sfrangiamenti che indeboliscono ogni supposizione di una loro compattezza ontologica fino a sfigurarne il profilo in sfocate percezioni che sembrano piuttosto emergere da sogni e da ossessioni. In tal modo producendo un caleidoscopico disorientamento da non poterne ricavare alcun’adeguata narrazione contenuta in una coerente rubricazione di elementi – così non consentendo alcun’altra descrizione se non prefigurandola in una qualche mappa cartografata che indichi obbligate “piste” e sicura “segnaletica” da farci evitare il terreno scivoloso di una fenomenologia melmosa nei cui orizzonti si sbriciolano percezioni immaginifiche che prendono forma di subitanee intuizioni che possono soltanto impressionarci.

Ed è ben per queste su-esposte ragioni che l’incipit delle argomentazioni – la tematizzazione di queste eccentriche quanto stravaganti riflessioni sullo specifico invito della Rivista – opta per una doppia modularità “poetica” e “prosaica” aggregate in dissolvenze tutte ancora da provare – fino a concedersi una libertà non semplicemente espressiva ma soprattutto (ri)-generativa (grazie alla metaforologia di Hans Blumenberg e di George Lakoff). Perché è in questa “differenza” (interna alla “distinzione” di Bourdieu) che si possono intravvedere i toni cromatici e percettivi di quel che ci resta attaccato all’anima, così da scorgere – tra veglia e sonno – quelle incrostazioni da commentare con un generativo andamento poetico e metaforico, quando abbia puntuale riferimento ai verbi udire, ascoltare e sentire – predisponendoli poi davvero e compiutamente ad un adeguato uso nella vita non sognata. Una duplice modularità, dunque, che si completa ed integra per effetto di una reciproca dissolvenza (a doppio senso) che in qualche modo renda visibili le percezioni evocate da termini riferibili a suoni (talvolta rumori piuttosto cacofonici) che non sempre corrispondono a parole di vocabolario. Ed è per questa ragione che bisogna far ricorso alle due modularità ‘poetica’ e ‘prosaica’ se si vuole aver coscienza di quel che ci vibra dentro e di quel che ne percepiamo con sensi non solo empirici. E soprattutto per averne esperienza scrittoria o testimoniale – perché entrambe ci pertengono, in quanto l’una e l’altra sono “noi” –, anche se accade che con tale duplice senso e con i loro ragguagli semantici e le tant’altre loro consuetudini lessicali, non risultino così tanto adoperate nei testi accademici – chiamate a dar forza non tanto a ragioni scientifiche e specialistiche quanto piuttosto ai monopoli disciplinari – da smemorare non già la pluralità scontata della moltitudine degli uomini che sentono e pensano quanto piuttosto l’illimitata flessibilità d’ogni loro anima unica e singolare che le neuroscienze suppongono dislocate nella ristretta massa neuronale dei loro cervelli biologici.

Dove individuarli, allora, questi semi che germogliano in parole e pensieri – dov’è la foce della loro fioritura propriamente umana, irriducibile a logiche specialistiche (col rischio di un riduzionismo sconsiderato) – dal momento che ogni logica più veramente consegue dall’illimite d’ogni umano pensare? È più facile, allora, che quel bagaglio con cui portare a termine ogni viaggio venga colmato dalle espressioni di musicisti e  cantori, dalle ispirazioni di poeti e sognatori che scorgono nella verticalità del cielo quello che di solito vien cercato con lo scandaglio nelle memorie individuali, in cui comunque rimbombano gli spazi d’una coscienza collettiva di cui si accorgono solo uomini liberi e visionari.

3. … ed ecco allora una pertinente Introduzione onirica

«J’ai besoin d’être sûr de notre éternité» (Paul Géraldy).

«Penso vivo agisco desidero e amo come se fossi immortale» (Jean Ziegler).

Disponendo dei tre verbi proposti dall’appello a pubblicazione si possono tentare percorsi di espressione come anche di riflessione, fino ad impegnare registri di memoria inconscia recuperando – chissà? – esperienze riproponibili con parole a semantiche plurali o non del tutto espresse e soprattutto non compiutamente vocalizzate e magari ridotte a segni e di-segni – a ritmi che borbottano suoni implosivi, viscerali e ancestrali, senza destinatari …

… ragionamenti spremuti dalla loro stessa manipolazione quando sappiano proporla in illimitate forme metaforiche – un’allegoria senza radice, un caleidoscopio di strimpelli e ritmi … che s’inventano assonanze … così che ogni parola – con ogni suo singolo suono o frammento acustico – di fatto possa risolversi, per es., in paziente ripristino di immagini, d’assomiglianze – un’occasione, insomma, per ri-avventurarsi in un’esperienza particolarmente insolita o in esperimenti bizzarri, inusuali e insensati: rivivere una contentezza, saldare un dolore, perdonare colpe; un magma, in definitiva – un borbottìo, che s’agita nelle profondità di un mondo inesplorato e terrifico in cui si mescolano percezioni di oggetti inerti o anche solo ‘inespressi’ (o forse più veramente ‘inesprimibili’) … e parole che, con pudore, s’azzardino ad articolarne intonazioni ora liquide e ruvidose ed ora languidamente canorizzate, ad esprimerne cromatismi impossibili e sbiaditi, trambusti rovinosi che strascicano in memoria un sembiante forse attendibile, o ancor più inatteso – se non addirittura indesiderato … Considerazioni che confermano che davvero ogni scrittura necessita di un uni-forme destinatario … che le scritture si destinano a chi se le merita … intravvedendo, in questo, il profilo e la tessitura di un attendibile “inconscio collettivo” che dunque si costruisce per un verso scrivendolo e per altro verso leggendolo … o anche solo ascoltandolo …

… ecco: l’inconscio – nel quale dunque ci assonniamo – che appare come un mescolo di suoni e immagini … una tessitura di langue et parole – di sensazioni e gesti spalmati su pratiche di vita … ricordi piacevoli che si vorrebbe ripristinare in memorie … ma anche di paure … di esperienze sgradevoli quanto meno risultino per intero – presenti in ricordanze frammentate … contenuti spezzettati, disturbati da fracassi aspri e toni sordi, che sfuggono e si disciolgono per mancanza di supporto … di sensazioni, di impressioni, di appoggi e sostegni, di empatie – una coreografia incastonata tra gl’infiniti paesaggi interiori abitati da nostri stessi eteronomi che s’agitano senza darsene conto alcuno …

… così che i luoghi della memoria – che non sono museo né archivio di ritrovamenti immobilizzati in forme innaturali, ma neanche oggetti inerti … solo tracce, forse – accatastate in teche – e percezioni di reperti etichettati senza alcun nome proprio – né scientifico né storico … fascinazioni e riflessi che trattengono l’anima nel turbamento … perché giganti mutoli possano ancora riempire l’aere con l’innocenza di parole primordiali e puramente abbozzate … perché nelle piazze non vagoli né lingua né gergo … a lasciarci fluttuare come quei granuli di sabbia e gocce carsiche che siamo e abbandonarci in prolungati fremiti d’incertitudine – l’eterna condizione che ci ricorda chi non siamo e chi ancora speriamo di poter divenire – il nostro bisogno di voler incarnare un sogno … il fremito d’un’altra esistenza sperata …e fors’anche inconsciamente progettata …

… e che smettano, infine – quegli sguardi e quel dicìo, quell’infinite impressioni chiacchierate – tamburellate in botte e risposte … che ogni sentire s’accompagni al paziente percorso del pensiero analitico con la sua quota di speranza, consapevole ed inconscia … col ritmo di suoni ripetuti con medesimi codici che non si lasciano né sgovernare né sminuire dal pensiero riflessivo … che anzi, può risultare piacevole lasciarsi galleggiare in quel moto ondoso – dove, pur con rovinosi affondamenti, a ciascun torni dolce il naufragar(-sene) in questo mare …

… ogni toponimo che s’incontra diventa così occasione subitanea per inaugurare inediti percorsi, proponendo sinonimi che s’inerpicano sui crinali di esperienze di cui s’avverta una presenza di ricordi già prima sfumati e poi subito scordati (nel senso musicale – perché niente vien perduto veramente né mai solo ripetuto), ogni cosa rimanendo imperturbata … stagnando in ombre segnate da ferite e ossessivamente vagheggiate – ma anche appesantite da impegni improcrastinabili e ad un tempo “imprescrittibili” (a dar senso al “da farsi” filosofico di Ortega – e a come l’ha vissuto Orazio Valastro nel suo Diario di un disertore) … così da rendere giustificabile ed urgente il bisogno di predisporre una nuova cartografia di segni e parole perché quella ormai trascorsa non diventi una trappola per il bisogno di volare …

… ed ecco qui una mappa impossibile di Massimo Mila (v.) per risalire montagne contrassegnate da reticoli viarî e tratturi zavorrati da parole accatastate in mercati sempre aperti quando si percorrono territori impervi che portano a villaggi e città ed alleggeriti da note che se ne scivolano nella memoria di una siderea purezza di ghiacciai “a perdere”, ormai! – così pochi scrosci ruscellati guadando, per oltrepassare orchestrazioni e deserti, proponendo infine segni di smarrimento che intervallano le percorrenze … viaggi che tanto meno provocano penitenze quanto più fanno sperare in una qualche meta, lasciandola percepire come una viandanza eternamente camminata (metaforizzando le perduranti prove di quanti, senza mai interrompersi, s’avventurano per Santiago di Compostela) – una penitenza, per aver osato interrogarsi fino a reclamare una qualche rassicurazione 

… così ancorandoci a parole messe a rosario perché non sballottolino, su e giù – in verbi e nomi susseguendosi e in metafore prolungandosi, in qualche modo proponendosi in riflessi di cui non si scorga consistenza alcuna fino a trasmutare e confondere l’essere nel suo stesso non essere – un composto di parole apposte a cose inerte e inaridite e immote – e viceversa … senza alcuna illusione di potersi mai impegnare, con contrapposte semantiche, in una riflessione critica, ma solo di praticarci una dissolvenza che possa esser fatta scivolare tra verbi e parole fino a chiederci se poi abbia un qualche senso quel reticolo di puntini e virgole e trattini che non sono macchie d’inchiostro perché sembrano piuttosto governare la lettura e orientare la messa in scena d’ogni testo, la declamazione di taluni versi … una chiave dell’interpretazione, insomma … che fa d’ogni pagina di libro uno spartito con notazioni di toni e timbri che danno espressione ad altezze e durata di voce …

… uno scenario in qualche modo predisposto per restituirci interni movimenti … ulteriori indicazioni, urgenti e necessarie, per rendere fruibili dei testi che non sono mai solo quello che leggiamo perché chi legge dev’esser messo nella condizione di sapere anche e per tempo come leggere, di scegliere come leggerli … e che per così poche parole (udire ascoltare sentire) si riesca a dar chiave a taluni suoni che s’intendano schiarire … a darci intuito e fornirci spiegazione di come sciogliere quelle ombre che ci attraversano i pensieri – e che, pur dandoci turbamento, ce ne forniscono coscienza …

… una manciata appena di “parole verbose” (l’udire ascoltare e sentire) che per un verso se ne vanno al sopramonte – per scarpate e dirupi, sgomitolando tratturi rarefatti e mulattiere – a tessere lingue di cui non si è mai veramente padroni … quand’anche ridotte a vocalizzi che non necessitino di altre parole per comprendere un loro possibile senso che rassicuri che il viaggiatore stia forse avvicinandosi alla meta …

… appartiamoci – allora – e immergiamoci nell’ascolto di qualche motivo di Modugno (L’uomo in frack) e Dalla (4 marzo 1943) o di un pezzo di Ravel (Bolero) o anche di qualche verso di Edgar Lee Masters (Antologia di Spoon River) e Pedro Salinas (La voce a te dovuta) o di un canto di Khalil Gibran (Il Profeta), in cui risultino organizzati quei pochi suoni che echeggiano dentro all’immanenza mescolandosi al borbottio di visceri scombinati, al pulsare cardiopatico, all’ansimo d’affanni – fino a svuotarli del tutto … ogni sogno riconsegnando alla scorza che ciascuno ricorda d’essere stato, ciò che disperatamente ognuno si ripropone di tornare ad essere perché in quel modo – vagamente – ricorda di aver vissuto accucciato nelle braccia di una donna che il tempo ha sfigurato in madre ideale e Madonna …

… ed è per darsi pace – povera foglia frale – che chiama a soccorso un vocabolario cartografato qui trascinato dalle rive del Gange, dove ancora – in forma di Prolegomoni – se ne scivolano preghiere in cui s’innalzano i pensieri dell’umanità …

… il primo passo, nella rubricazione della consapevolezza intellettuale, è così compiuto … senza rinunciare al calore della sensibilità, naturalmente, che attrae simpatia e garantisce solidarietà … un passo, finalmente, che non prevede perdonanza alcuna, perché non si dà pedaggio a chi non vien chiesto riscatto per trame perdute che, svagatamente, riconosciamo come passione inconscia e divina creatività … come un dono ricevuto da bambini che non lo scartocciano per non perdere il gusto di trattenersi nell’attesa per viversi pienamente la sorpresa …

4. … il sogno “indicativo” con un uso congiuntivo

«Celui qui parle fait renaître par son discours l’événement et son expérience de l’événement. Celui qui l’entend saisit d’abord le discours et, à travers ce discours, l’événement reproduit. Ainsi la situation inhérente à l’exercice du langage, qui est celle de l’échange et du dialogue, confère à l’acte de discours une fonction double: pour le locuteur, il représente la réalité; pour l’auditeur, il recrée cette réalité» (Émile Benveniste).

«Se l’uomo vuole essere soggetto, attore cosciente della sua storia deve analizzare le istituzioni dalle quali dipende, per analizzare le istituzioni che lo attraversano e trovare nell’azione di gruppo una via d’uscita all’atomizzazione burocratica della quale è vittima» (Georges Lapassade).

Sin dalle prime righe di questo sfogo – facendo cenno ai temi che mi riservavo di trattare – mi son guardato bene dall’uso perentorio dell’indicativo, affermativo ed assertorio, che è proprio delle conoscenze acquisite e confermate, preferendo da qualche tempo, ormai, affidarmi alla ipoteticità del congiuntivo, all’ancoraggio del condizionale (v. Sgroi).

L’opzione “congiuntiva”, peraltro, è davvero il modo verbale di indicare un’azione incerta, non “definita” né “prevedibile” e neanche “conclusiva” – e dunque costretta a rimanere ipotetica e dubbia … aperta ad imprevedibili possibilità …

Solo producendo ulteriori distinzioni (ancora Bourdieu!) tra ambigue incertitudini e le eventuali possibilità del reale, non intendendo negare alcunché, lasciando fertilizzare ogni “liminare occorrenza” – perché il mondo possa divenire come l’uomo in qualche modo ritiene – o desidera, anche –, nel rispetto di regole storicamente condivise e culturalmente accordate (v. Turner). Una tecnica metodologica a sostegno d’un’argomentazione propriamente ‘politica’ che lasci a ciascuno la libertà di confezionarsi le rappresentazioni che desidera, assumendo procedure che elaborino concetti, nozioni ed opinioni come “atti gestuali” da attribuire al soggetto che, nel modo stesso in cui svolge la loro “narrazione”, ne consegue forme cognitive.

Che proprio per un tale esito viene riconosciuto soggetto istituente (artefice e gestore) del quale, comunque, andrebbe preliminarmente definito il profilo, fosse anche solo per far spazio ad un inedito sapere antropologico ... una disciplina post-accademica … da poterne dedurre, conseguendone una diversa “connotazione epistemica”, uno specifico modus operandi che in qualche modo possa interconnettere le supponibili forme di una sua implicita vocazione combinatoria a cui naturalmente risultino destinati quegli enti senza ontologia di cui si vien qui tentando di tracciare un probabile profilo, di intercettare un possibile senso che li renda inter-comunicabili – che ne consenta, insomma, un affaccio nell’universo delle parole e dei loro significati (v. Dervin & Paveau).

Il soggetto che se ne viene configurando non è più dunque riducibile al protocollo di un freddo tratto psicologico, nelle cui asserzioni possa essersi rappresa una sua qualche mansione burocratica, o che un “rilevatore” rigorosamente osservante ne abbia annotato i caratteri in un glossario applicativo. Peraltro, la suggestione grammaticale alla quale ho inteso tendere con la “ipoteticità del congiuntivo” mette qui di fronte ad un diverso rapporto sintattico il soggetto rispetto a quella tecnica e a quella espressione che ora vengono a connotarsi così diversamente da comportare una loro opportuna (necessaria!) ri-definizione epistemica (conseguendone, altresì, una diversa connotazione ontologica del soggetto che vi fa ricorso). Nel senso che ora la stessa natura del soggetto è venuta diversamente connotandosi, come diversamente son venute conformandosi le connotazioni grammaticali di tecnica ed espressione di cui un tale soggetto si serve per agire – anzi, per continuare a vivere.

Narciso qui non aspetta l’applauso che rilevi insipide coordinate di una qualche insupponibile individualità ammuffita; qui, invece, ognuno sorride pienamente ad ogni gesto che può rivolgergli chi sia capitato con lui nella stessa piazza, nella folla di un mercato rionale, regalando sguardi aerei a chi se ne va fischiettando impulsi di richiamo, e sorridendo a chi appena ci sfiori con nuvolose e policrome stoffe africane misturate con profumo di cannella. Pulsioni di sensi, insomma, e di ritmi viscerali che ti borbottano dentro e che non sono poi nient’altro che percussioni di quelle tecniche ed espressioni che ci portiamo dentro, scandite ad ogni nostra “sillaba di sangue” (Octavio Paz) e che ci è dato di sonorizzare nell’unica comunicazione che umanamente ci è possibile realizzare … quella che per compiersi s’inventa parole …

Come a dire che il soggetto, qui attore (istituente), non consiste in un qualche protocollo comportamentale definitivo e fissista, dovendo riconoscergli, invece – per la specifica attività scrittoria assunta nel momento in cui si sia deciso di risponde all’appello – la libertà di manipolare variazioni dis-continue sia nell’uso della tecnica con cui realizza le proprie attività de-scrittorie, che nelle espressioni con cui dà loro una forma che consenta una variegata modularità comunicativa.

E, a ben vedere, c’è ancora di più: questo soggetto vitale, grazie alle variazioni scrittorie che induce nello stesso dispositivo della tecnica e negli effetti caleidoscopici prodotti dalla sua attitudine a siglarsi con nient’altro e niente di più che con le espressioni della propria attività che qui non è semplicemente scrittoria ma è soprattutto testimoniale, di fatto procura contestualmente un cambiamento su sé medesimo, ovvero sul suo stesso bios (v. Benveniste).

Così che davvero la lingua riproduce la realtà (Benveniste) – e proprio, a ben vedere, alle condizioni poste da François Rastier (v.) allorquando puntualizza che «les langues ne sont pas des instruments, mais un milieu et elles constituent une part éminente du monde où nous vivons».

La conclusione a cui perviene Benveniste si apre sugli orizzonti verso i quali ho qui tentato di orientare uno sguardo intenzionato a riconciliare gli effetti prodotti dall’energia psichica con la durezza oggettuale del mondo che comunque risulta sempre della stessa materia che l’ha prodotta con l’immaginazione (v. Braitenberg, ma anche Feynman,). L’effetto di ibridazione che ne consegue è che le tre componenti fin qui considerate – soggetto, tecnica, espressione – risultano sottoposte ad una continua mutazione dovuta alla reciproca quanto imprevedibile influenza. E non c’è tecnica che si ripeta, né espressione che possa mai risultare automaticamente riepilogativa o riassuntiva – lasciando così al soggetto, sottoposto alla medesima “legge del cangiamento” (Hegel), discontinuo e permanente, la libertà di scivolarsene in uno slalom che gli modifichi tanto le coordinate esterne quanto quelle interne (Benveniste). Un soggetto, insomma, che agisce sul proprio contesto producendo ad un tempo cambiamenti su sé medesimo e sugli strumenti da lui utilizzati per produrre un tale effetto; che proprio cambiando dentro, di fatto induce cambiamenti fuori – e producendo cambiamenti fuori, ne induce nel suo modo di far funzionare i dispositivi che son venuti sviluppandosi con l’uso che è venuto facendone (v. Carrà).

Ma dove trovarla, poi, una bussola che orienti queste creature post-moderne perché ciascuna a modo proprio possa farsene una ragione di quelle dis-avventure nelle quali va sbarcando il lunario fino a diluirsi –  e perdendo i sensi e la faccia; dove trovarla una bussola, per rimodulare rotte e rintracciarvi un qualche protocollo di moralità ipocritamente (in)-condivisa? Con pretesa di coraggioso anarchismo, di estremo soggettivismo …

E a cosa potrebbe mai servirgli, infatti, un rimbrotto, una censura? E poi, proveniente da chi? Da quale pulpito, da quale cattedra? E sulla base di quali parametri l’alchimista potrebbe mai riuscire a incasellare valori e princìpi, non potendo più incantarci col trucco delle sue pietre filosofali? Come ignorare, invece, la lezione di Pirandello e Pessoa – che dire della parola d’ordine con cui ci hanno allertato, svegliandoci da onirici incantamenti, offrendoci grafemi significativi che sono diventati il filtro per decodificare una complessità che da sempre ci è stata addosso – dentro-e-fuori – solo che è stato necessario che qualcuno si preoccupasse di farci credere che una stravaganza (un lamento, un dissenso) dovesse ritenersi più patologica degli abusi di potere di chi sia venuto lungamente schizzando bozzetti per rappresentazioni alla Doré, di un inquietante Inferno dantesco per la gran parte degli uomini e per la gran parte del tempo, facendo scordare ai bambini che la Befana esiste davvero.

In effetti, vien qui ponendosi una questione fondamentale per quanti vorrebbero comprendere, attraverso i codici linguistici, le procedure con cui agli uomini vien data la possibilità di elaborare le conoscenze necessarie all’organizzazione della loro vita, sviluppandola coerentemente con i connotati del contesto (v. Paveau). Ad un certo punto, insomma, si è trattato di comprendere come – a partire dagli oggetti linguistici – gli uomini riescano a creare il senso delle cose considerate (v. Fontanille & Zinna); ovvero, di pervenire alla descrizione di come gli oggetti linguistici possano concorrere alla produzione dei discorsi che segnalano sia il cambiamento interiore di chi li abbia prodotti come anche delle rappresentazioni degli infiniti universi che orbitano nella mente degli uomini (Braitenberg).

La riflessione critica ha riguardato sempre più da presso l’articolazione tra i discorsi e gli oggetti, tentando di individuare, per es.: (a) quali possano essere gli oggetti che effettivamente concorrono alla produzione di un discorso che ne produca un’attendibile rappresentazione, che in qualche modo sappia darne conto; e viceversa, (b) quali possano risultare i discorsi che confezionano una rappresentazione funzionale alla esplicazione degli oggetti qui considerati (v. D’Armento).

Le questioni che ora si spalancano, di fronte ai quesiti che sbadatamente mi son lasciato cadere addosso, riguardano giusto la possibilità di svelare il modo con cui si ritiene che vengano di fatto esprimendosi opinioni congiuntive, come si debba lasciare che progressivamente assumano forza indicativa, o come se ne possa vagheggiare un transito dall’una all’altra sponda. E mi chiedo se poi ci sia davvero qualcuno che abbia osato indicare le fonti d’ogni possibile errore, che abbia davvero potuto ritenere adeguata una qualche affermazione di verità. Avventurarsi in una pur vaga risposta imporrebbe un improduttivo riepilogo delle vicende collettive, di storia o di civiltà, di economia o di politica, di lavoro creativo o alienante, specie ove si collocassero sui piatti della bilancia i pesi presuntivi delle “cose vere” e delle “cose false” – delle verità e delle falsità, del “questo è vero e quest’altro è falso”; oppure “per me questo è vero e quest’altro, invece, è senz’altro falso” – in una girandola giustificativa che attraverserebbe tutti i cicli della storia, facendoci scorgere di che sangue grondino le sofferenze procurate ed ormai cristallizzate in forme geologiche, e come sono insozzate le arroganze immonde e le prepotenze infinite d’ogni in-civiltà, lasciandoci attoniti per la sgomentevole impotenza di non aver potuto né mai voluto far nulla – e che, in fin dei conti, tutto finisce col sembrarci girato al bene e che un tal male – infondo – è giusto come viene (v. Skinner).

Forse siamo permanentemente ipnotizzati di fronte al modo con cui il mondo viene prendendo forma davanti ai nostri occhi e poco  ci capacitiamo che diventi proprio così come ci sembra che  vengano plasmandolo le nostre pulsioni che sono il linguaggio dei nostri bisogni più profondi. Nel senso in cui precisava Ernst Mach (v.) per il quale non sono poi davvero i corpi che generano le sensazioni, quanto piuttosto sono – all’inverso – quei complessi di sensazioni che in ultima istanza formano i corpi.

Per far chiarezza su questa sfera che non mi torna del tutto trasparente (inibendo perciò ogni assertorio uso dell’indicativo e costringendomi a ricorrere maldestramente all’indecisività del  congiuntivo), sin dall’avvio di queste riflessioni ho alluso, con persistente sistematicità, ad una circostanza piuttosto orteghiana, giusto per rammentare che il nuovo parametro epistemologico, con cui mi accingevo – tentavo!  – a dar carattere sociale al soggetto (“io sono io e la mia circostanza”), obbligava a coglierne gli aspetti propriamente storici e situazionali. Soltanto se calate in una medesima circostanza, infatti, le tre componenti del soggetto, della tecnica e dell’espressione, possono non solo reciprocamente ri-sintonizzarsi, ma possono altresì con-crescere senza che nessuna di esse resti arretrata o che addirittura possano una ad una avanzarsene in solitudine.

E se, per un verso, ho da subito avviato frettolose considerazioni a bilancio tra il vecchio soggetto filosofico (quello cartesiano) e la nuova forma del soggettivo (che è condizione e non già essenza), conseguendone possibili qualità senza ontologia … astrazioni logiche che possono assumere forme anagrafiche e caratteri senza alcun obbligo rispetto a codici deontici che ancora risultassero decisi in un altrove più immaginato che ipotizzato … riconoscendo le poliedriche conformazioni in cui il soggettivo si fa diversamente “attore (e) protagonista” nell’hic et nunc in cui di volta in volta “si decide” – di fatto e senz’altro indugio passo ad altre supposizioni, non per dar forza a speranze alternative che – giusto per rimanere fuori da ogni asserzione perentoria ed indicativa, e al fine di tentare un viaggio di riflessioni congiuntive – finisco con l’aprirmi a scorci e possibilità che non ambiscono ad alcuna risposta conclusiva,  preferendo invece la formula di sensate domande, di sagge preoccupazioni a proteggerci da un qualche pensiero forte che potrebbe esserci buttato addosso mentre discretamente passiamo sotto qualche ponte, magari in un sogno – in un’allucinazione …

Ed è forse “nel sogno” che l’invito a pubblicazione suggerisce di andare (come fa il Don Juan di Castaneda) – per visitare il nostro lato indicibile ed oscuro … e registrare come sia possibile usare diversamente i tre verbi messi a concorso – l’udire, l’ascoltare e il sentire – per misurarne le possibili amplificazioni o deformazioni, come a ciascuno potrà capitare di avvertire, o come invece potrà accadere di udire nel vociare d’ombre o d’intima disperazione … o come potrà capitare di ascoltare bisbigli, o lamenti e singhiozzi … o come qualcun altro potrebbe sentirsi sussurrare nell’anima – tra pensieri vagabondi … tormentati da sguardi che gli penetrano nei visceri …

5. … una Nota a margine di tutto

«Gli strumenti puntano ai problemi che sono chiamati a risolvere e i simboli alle situazioni comunicative che sono chiamati a rappresentare» (Michael Tomasello).

Ho fin qui – nelle mie pratiche scrittorie – narrato e cantato dubbi viaggi, talvolta impossibili non solo da farsi – ma anche da immaginarsi, ed escursioni improvvisate, nei weekend – accompagnato dal tormento se il mio modo di raccontarli potesse mai corrispondere pienamente al modo con cui potevo averli vissuti.

E se una tale boriosa presunzione non fosse che un auto-inganno – un modo di dirci pietose bugie? Di darci, in fin dei conti, illusioni stupidose!?

Scrivendo cartoline o pagine di diario, prendevo atto – ogni volta – di quanto le parole non mi mancassero mai – che sempre mi son venute in soccorso sostenendo il pergamo riccamente ornato di forme acustiche a supporto di figure che con me venivano interpretando pensieri riservati ed intimi e riflessioni per il mondo intero. Ma poi, chiedendo a mio nipote di ascoltarmi e di dirmi come le sentiva quelle parole turbate e canore – sempre procurandomi maltratti dubbiosi e inquiete sensazioni, puntualmente confermate da similari risposte di cugini e confidenti o anche di anonimi vicini di casa a cui, per costringerli a visitarmi, offrivo loro abbondanti caffè …

Se invece mi trovavo di verso giusto, da dedicarmi alla scrittura poetica, le parole che mi venivano a galla non supportavano il peso d’una prosa che comunque elaboravo se non con fatica di certo con impegno, tanto che avevo lucido sentore che un vocabolario mi stesse dentro anche se per talune circostanze dovevo fare ricorso alla Treccani.

Quando ero invece sulla soglia di non so quali allucinazioni, avvertivo che con fatica ne elaboravo il parto linguistico, sbollentando termini che non ancora sapevo, in una mistura di pensieri senza direzione. Tanto che se interrompevo la scrittura (che è l’atto nativo in cui la parola pensata assume la sua specifica anagrafe filologica) per rileggere i versi già vergati mi ritrovavo a chiedermi cosa significassero talune parole spicciole – anche di quelle usuali e consuete nell’uso quotidiano … come se per la prima volta s’intonassero in me da venir indotto a ri-echeggiarne il suono – e che pur avendo impressione di un ri-ascolto, non sentivo di pronunciarle veramente per la prima volta. Infatti, nel momento in cui le assumevo sonoramente avevo la consapevolezza d’averne altre volte ascoltata una somigliante assonanza, evocata forse da un vibrìo di diapason echeggiato nell’abisso dell’anima parlante, come se non le avessi mai ascoltate prima … e in questo senso non era un vocabolario, dunque, che me ne inviava il senso  ma erano suoni covati nel mio intimo e che prima lentamente emergevano e poi esplodevano da me – sì, con tono alterato e veemenza diversa, secondo che, a fermentarne il timbro, fosse stato, di volta in volta,  ora uno stato d’ira o una preghiera, ora invece un bisogno in forma di una perdonanza non richiesta. Tornando ai miei confabulanti pensieri, intimamente bisbigliati – mi rendevo conto che non potevano essere le singole parole a dare un senso alla scrittura ma la loro combinazione e l’effetto sonante che prendeva tutta la recitazione che necessitava d’ogni singolo supporto. La poesia, per es., si presta ad esser letta con diversa intenzionalità che produce distinti toni e musicalità – così che risulteremmo imperdonabilmente ingenui se ritenessimo di poter spalmare il medesimo tono per spiccicare ogni suo singolo lessema – provando a cantarli, separatamente e distintamente, con la medesima musicalità che naturalmente accompagna la declamazione dell’intero corpo poetico che dunque ospita parole che sono invece al limite di una indimostrabile quanto insostenibile “a-tonalità”. Ma quel che più conta è prendere consapevolezza di un tale effetto che non sta mai solo nel testo e nei suoi componenti, ma anche nell’intenzione di chi lo legge. E volendo qui spalmare l’uso della dissolvenza, troviamo ancor più occasioni a diluire verso altri sensi quel che più in là non può avere il medesimo significato che sia già stato avvertito più in qua.

Come a dire, insomma, che i testi non sono poi come appaiono e che davvero possiamo sfogliarne i sensi scandagliandone le parti che costruiscono la loro architettura piuttosto gotica – che s’innalza fin dentro all’azzurrità di cieli pensati. I costituenti di una textura (v. Caille) che si presentano ogni volta che osserviamo testi organizzati in una implicita dissolvenza che ondeggia tra significati semantici e linguistici e interpretazioni culturali ed etiche, psicologiche ed estetiche – rispettivamente datate, per consentire ad ogni generazione di essere protagoniste, nei rispettivi spicchi di mondo, delle loro storie sempre attuali.

6. … per una Chiusa senza fretta …

«L’esistenza del sacro è indispensabilmente legato allo sforzo fatto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato» (Mircea Eliade).

Gradita sorpresa – allora – alla nostra percezione … questa scrittura: trasparenza d’alba e cromatismo crepuscolare, potenza ondosa che sbianca il mare, ampiezza desertica che s’incurva in dune, montagna sublime che spicca il volo – che ogni volta che ci capiti d’incantarci si ripropone e ogni volta i colori mostrano spennellature diverse, combinazioni che dipendono dai venti e percezioni determinate dall’ora – l’altezza del sole – e l’increspatura delle onde che dipende da come la luna sorride al mare … variabili che si propongono col principio della relatività, né si sottrae alla regola il respiro dell’uomo né il suo modo di percepire le cose che gli stanno attorno … un ritmo che scandisce i suoi pensieri e la sua stessa immaginazione – riversandosi continuamente nel suo grafismo assoluto ed unico … una marea che avanza e s’arretra – su e giù, come sabbia di clessidra … sempre uguale a se stessa e mutevole in eterna ri-scrittura …

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