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  • Les lemmes de la maladie
    Pietro Barbetta (sous la direction de)
    M@gm@ vol.6 n.1 Janvier-Avril 2008

    COMMOZIONE E CURA: “UNA GENEROSA COMPLICITÀ”, LA RELAZIONE NELLA DIMENSIONE PSICHIATRICA


    Roberta Parnisari

    r.parni@fastwebnet.it
    Pedagogista; Tutor per il Tirocinio degli Educatori Professionali presso l'Università degli Studi "Roma Tre"; Docente per il Master della Scuola IaD (Insegnamento a Distanza) "Progettazione di Servizi alla Persona" presso l'Università "Tor Vergata" di Roma; Educatrice Professionale presso il Centro di Salute Mentale "Monte Santo" della ASL Roma/E.

    "Nella profondità dell'inverno,
    ho imparato alla fine che dentro di me
    c'è un'estate invincibile"

    (Albert Camus)

    Lasciare che la mente si schiuda verso tutte le direzioni del possibile è ciò che sembra aiutare maggiormente un individuo a superare gli ostacoli della vita e ad apprezzare ciò che gli viene offerto o ch’egli riesce a costruire in modo autonomo. Saper ricordare, prevedere, sperimentare, potersi confrontare e partecipare alle emozioni altrui, non soltanto spinge a formulare progetti vicini o lontani, ma permette di godere di momenti sereni o intensi e aiuta a superare periodi di difficoltà. Alcune persone sembrano possedere queste qualità sin dalla nascita; altre imparano a costruirle fortunosamente, altre con rigore; altre ancora sembrano restie all’apprendimento, troppo chiuse nel bozzolo dell’abitudine e di ciò che più è prossimo e rassicurante.

    Spesso la mente si ammala perché non riesce a scorgere una soluzione alla sofferenza, perché non gli è stato possibile divincolarsi per volgere lo sguardo altrove e il suo campo visivo si è ristretto fino a diventare angusto e privo di luce. La mancanza di opposti, di possibilità di risposte diversificate, di sperimentazione di sensazioni e di affetti può indurre ad una miopia difficile da correggere. In realtà, l’educazione alle sfumature e alle diverse tonalità, all’infinitamente piccolo o all’infinitamente grande, a spazi aperti e luoghi chiusi, a concessioni e conquiste, è invece possibile per qualunque individuo a prescindere dell’età e dall’esperienza acquisita.

    Affinché ciò avvenga sono però necessarie una maggior trasparenza e leggerezza, una visione d’insieme ed una ricerca in luoghi inesplorati. Strumento prezioso diventa la commozione, intesa come perturbamento dell’animo, prossimo, per certi versi, ad una pietas condivisa.

    La commozione come chiave di volta

    La commozione è un turbamento provocato sia da sentimenti di affetto, tenerezza, pietà, dolore, piacere, sia da un senso di rivolta, da una emozione forte. L’esperienza del mondo naturale e delle passioni umane, la fruizione di immagini piacevoli e comunque toccanti facilitano tale turbamento ed aiutano a vivere nelle condizioni più disagiate. Il commuoversi è un atto di conoscenza e di responsabilità verso se stessi e il mondo circostante. E’ una dimensione dinamica: è sia etica sia estetica. Etica, nel momento in cui la commozione permette di far breccia nel sentire altrui e farlo proprio, accettando anche la diversità. Estetica, lasciandosi catturare dalla bellezza dell’intuizione e del perturbamento. In entrambi i casi il requisito essenziale e fondante è la condizione di empatia.

    La commozione dunque non sembra essere un unico sentimento, ma il prerequisito per provarne altri. Slancio, pietà, voglia di vivere, tenerezza, amore, rabbia possono essere vissuti se c’è predisposizione al sentire, se la commozione di sé e dell’altro è stata sviluppata ed accolta. Essenziale in tal senso è il ricordo. La cura dovrebbe essere fondata proprio sul ritrovamento di sentimenti già provati, di sensazioni sperimentate. Ed è questa una realtà che forse gli operatori dei servizi per la salute mentale non dovrebbero mai dimenticare. Spesso si tratta di aiutare la persona a sentire nuovamente ed è questo il punto più difficile. Il malato mentale è infatti chiuso, non accetta che si invada il suo spazio.

    Per ritrovare il vecchio e cercare il nuovo è necessario ripercorrere immagini del passato e ipotizzare varie possibilità di futuro. Per esprimere ciò che una persona ha di unico, dunque di inesprimibile e non catalogabile, è indispensabile l’intuizione, la simpatia che si instaura tra l’osservatore e la persona stessa. Naturalmente gli stimoli andrebbero calibrati sulle possibilità date dalla patologia, dalla chiusura più o meno forte, dalla paura manifestata, dalle resistenze poste. Vale comunque la pena, anche nelle situazioni di gravità, far intravedere le emozioni, condividerle per placare l’angoscia, riproporle col tempo nella speranza che riaffiori il ricordo positivo.

    Un primo passo verso la cura: l’accoglienza

    Nella cura di pazienti psichiatrici fondamentale sembra essere proprio la possibilità di recuperare il sentimento per sé e per gli altri ma non sempre è possibile una psicoterapia e a volte non bastano anni di colloqui. Per facilitare l’incontro del paziente con se stesso, e contemporaneamente aprire la possibilità del rapporto, sembrano utili una serie di accorgimenti fin dai primi momenti. Particolare attenzione dovrà quindi essere posta all’accoglienza: si dovrà fare in modo che la persona non si senta soltanto portatrice di disagi ma anche di una storia fatta di eventi ed emozioni. Dovrà avvertire la sua completezza, l’ascolto di chi gli sta di fronte ed entrare nella dimensione del possibile.

    I ‘dati’ e la storia della malattia (ciò che generalmente costituisce l’anamnesi), faranno parte di un racconto di vita più completo: nome, luogo di nascita, notizie familiari, scolarità, primi disagi aiuteranno a definirsi, a ricostruirsi come individuo e ad entrare nella relazione. Ma non andranno mai separati dal resto della storia. Non deve essere il servizio, il curante, a decidere come va delineata la sua identità, quali sono le cose per lui importanti. E soprattutto, fin dai primi momenti, la malattia non deve oscurare tutto il resto. Le diverse voci enumerate nella scheda devono essere evocative e non racchiudere il già dato; possono costituire la trama di un racconto ed emergere dal dipanarsi della storia. Chi ascolta può estrapolare le notizie ed arricchirle di significati chiedendo qualche particolare o collegamento, aiutando in questo modo la narrazione e dimostrando attenzione e desiderio di approfondire una conoscenza. Non si soffermerà solo sui disagi ma anche sui successi, su tutte le salienze, siano esse percepite come negative o positive.

    Un’anamnesi mirata

    Nel compilare l’anamnesi può essere più esplicativo indicare le questioni rimaste aperte, i piaceri concessi o quelli negati, un quadro o una poesia preferiti dal paziente, un sentimento che vorrebbe provare, un gesto che non dimenticherà mai, i propri mentori ed altri aspetti che possono svilupparsi o emergere nella relazione e che soprattutto delineano l’individuo e le sue aspettative nei confronti della vita e del curante. Dati, particolari, stile narrativo: tutto contribuirà alla conoscenza della persona e la partecipazione sarà essenziale per la relazione.

    E’ necessario fare in modo che il paziente, nel rivolgersi ad un servizio, si accorga di aver intrapreso un percorso di cura di sé, di aver iniziato un cammino di auto-considerazione e nello stesso tempo di essersi concesso una pausa, un periodo in cui si cimenterà con parti generalmente poco considerate, con ricordi di persone e con ciò che in fondo ritiene più importante. Dovrà avvertire il diritto all’ascolto e alla sua unicità.

    Il ricordo e la commozione: sintonia di obiettivi

    A questo punto sarà fondamentale individuare insieme obiettivi anche minimi ed operare una valutazione delle reali possibilità. Curante e paziente proveranno a mettere in campo le personali capacità e a cercare aiuti anche esterni. Intensa dovrà sempre essere la relazione per offrire sostegno e le possibilità di contatto dovranno essere mirate a suscitare emozioni. Un ricordo, la descrizione di un oggetto caro o di un gioco infantile, l’attenzione a un gesto dell’altro; la visione di fenomeni naturali anche minimi o di un’opera d’arte; la condivisione spontanea di momenti significativi spesso sono cure molto più efficaci. Non si tratta di proporle in modo teorico o astratto ma di creare la condizione concreta per la fruizione di un sentimento o di un’ esperienza.

    Significa commuoversi anche insieme, curante e paziente, in uno scambio di sensazioni, di possibilità reciproche, colte inevitabilmente da entrambi. Sembra che mostrare la propria sensibilità, oltre alla partecipazione ai sentimenti del paziente, apra possibilità di avvicinamento al curante. Per entrare in sintonia, per far sì che l’altro sperimenti delle emozioni, bisogna essere capaci d’interessarsi a lui e a se stessi, di toccare il vivo del suo sentire e di provare veramente emozioni con lui. Il sentimento può essere diverso, ma la percezione dei movimenti che nascono dalla condivisione offrono a volte possibilità insperate.

    Nella cura sembra importante dunque creare un terreno favorevole al comune sentire, si tratti di un rapporto duale curante-paziente o di una dimensione di gruppo. In entrambi i casi può risultare più efficace ascoltare insieme una musica, fare una passeggiata fra i boschi, leggere una poesia, avviare un progetto condiviso. Il setting varia, l’attenzione si sposta dall’uno all’altro, le possibilità si ampliano e si connettono fra loro.

    E’ necessario “spiazzare” la persona che si aspetta un rimedio preconfezionato, facendo comprendere che il superamento di un disagio può venire dall’interno e dalla relazione con l’altro. Qualunque soluzione non venga da se stessi (pur nella dimensione di aiuto) rischia di essere artificiale, poco convincente, dunque meno efficace. La propria autostima ne risentirà, la relazione subirà uno squilibrio di forze.

    La commozione sperimenta il patto e la fiducia

    E’ utile quindi partire dalla commozione di sé, intesa come attenzione verso la propria persona, come ascolto di ciò che accade all’interno e di ciò che gli altri ci propongono, come riconoscimento benevolo delle proprie debolezze e dei punti di forza, valorizzandone ogni aspetto e trovandone l’origine. In qualsiasi relazione questo vale per tutte le persone coinvolte; nel caso del curante questi avrà sì un’attenzione per sé ma soprattutto userà le sue ritrovate capacità per favorire lo scambio e la crescita dell’altro. Si mostrerà forte delle sue competenze di conduttore ma con tutte le variabili e le sfumature del suo essere persona. L’atto del concedere almeno parti di sé facilita l’apertura, la fiducia, la voglia di scoprirsi da parte degli altri. Si crea una sorta di patto in cui le emozioni vengono concesse e soprattutto rispettate.

    Ognuno si sentirà custode anche dell’altrui emozione e potrà sperimentare più sensazioni o ritrovare quelle dimenticate. Il senso di autostima in questa dimensione di cura si consolida perché ognuno si sente un po’ responsabile anche dell’altro. I propri movimenti si leggono anche nei compagni, l’atmosfera raggiunge maggior intensità, l’approccio con le proprie difficoltà diviene più morbido. La commozione dell’altro rende esplicita la normalità delle emozioni, a volte si avvertono dolori nuovi o inattesi, altre volte la serenità affiora senza richiamarla. Si crea dunque un dinamismo di sentimenti e verità, di pensieri e intuizioni.

    Le emozioni come rivelatori d’identità

    In fondo, la vita della coscienza risulta non rappresentabile con le categorie dell’intelletto; è necessaria un’attenzione diversa per diventare consapevoli della vita interiore. Se si considerano le emozioni come rivelatori d’identità, va da sé l’importanza della varietà degli stimoli nel corso della cura. Anche in mancanza di strumenti, qualsiasi oggetto, immagine o esperienza condivisa può essere motivo di giudizio, di osservazione, di esaltazione, di meraviglia di sé. Non va, inoltre, dimenticato che i significati e le sensazioni sono individuali. Immagini, atmosfere, luci, suoni, sentimenti producono emozioni personali e rendono gli uomini diversi l’uno dall’altro.

    Ogni persona ha modo dunque di stupirsi di ciò che vede e di meravigliarsi di sé nella fruizione di tali cose. Il curante avrà il rispetto di questa individualità e ci riuscirà lasciandosi guidare dalle proprie emozioni. Bisognerebbe condurre il paziente a rendersi conto che l’artefice delle proprie emozioni è lui stesso: può cercarle, può essere in grado di provarle, può escluderle come spesso fa. In qualunque caso, rivela la sua autonomia, la sua possibilità di accoglierla o escluderla, di lasciarla andare o trattenerla, di ricordarla o obliarla, di cercarla o sfuggirla.

    Commozione e ribellione: uno scrittore in aiuto al terapeuta

    Spesso è proprio nei sentieri meno battuti dalla psicoanalisi e dalla psichiatria che si possono trovare suggerimenti e chiavi di volta per una più profonda comprensione della malattia e dei successivi strumenti di cura. L’arte, la musica, la letteratura quasi sempre conducono più direttamente sul cammino empatico che paziente e malato dovranno compiere insieme. Per questo prenderemo qui in esame alcuni aspetti di uno scrittore, che con la propria opera, ha portato un contributo indiretto anche a questo processo: Fëdor Dostoevskij. Le sensazioni e i sentimenti sperimentati nell’arco della vita, secondo lo scrittore russo, possono salvare dalla follia, dal disagio dato dall’esclusione al sentire.

    La commozione per i particolari, o per ciò che non sempre appare, restituisce il senso di pietas, facendo sì che il piccolo giganteggi sulle grandi cose. Si veda, dello scrittore russo, il protagonista de “Il sogno di un uomo ridicolo”: egli è pronto a mettere fine alla propria vita quella sera; sta tornando a casa, tutto è pronto, la rivoltella è in tasca. Ma incontra una bambina che gli chiede aiuto per la sua mamma: è malata e lei è piccola d’età e di fronte alla malattia. E’ inoltre l’unica ad occuparsi della donna, ha bisogno di qualcuno che le offra un supporto. Ma l’uomo non può perdere tempo per la vita, lui è già in contatto con la morte e non cerca ostacoli. E’ sgarbato, insensibile, scaccia la bimba che si avvinghia a lui come unica possibilità d’aiuto. Poco più tardi la rivedrà in sogno, si accorgerà delle sue scarpette bagnate e logore, e saranno quelle misere calzature a differire il suo colpo suicida. Ridestandosi, andrà a cercare la piccola, la commozione influirà notevolmente sulla cura della sua anima.

    Dostoevskij ci propone infinite immagini di commozione e cura, di avvicinamento alle grandi cose per merito del particolare, del gesto improvviso, del bello che sa emergere da uno sguardo perduto, dalle passioni che stravolgono i sensi, da un’intuizione. Dmitrij, ne “I fratelli Karamazov” riuscirà a crescere e ad essere un uomo forte nelle sue passioni per merito di uno sconosciuto incontrato solo poche volte quando era ancora bambino, sempre solo nel cortile del padre e con un unico bottone ai pantaloncini. L’uomo prova compassione e decide di portargli una libbra di noccioline. Attraverso l’attenzione ricevuta Dmitrij sperimenta la commozione di sé e l’attenzione dell’altro. Queste emozioni lo salveranno in futuro dalla follia che colpirà invece il fratello Ivan in età adulta.

    Nel suo ultimo romanzo Dostoevskij affronta il bene e il male, le passioni e la ragione, l’educazione e la commozione, la solitudine e la condivisione. Tutte le antinomie del vivere sono tracciate con pathos, in tutte si rintraccia la commozione, come perturbamento di svolta. Alëša, dopo la morte del padre spirituale, s’inginocchia a baciare la terra sotto al cielo stellato; Mitja ama sempre in modo passionale; Ivan vuole affrettarsi a restituire il biglietto d’ingresso nel Regno dei Cieli se ciò deve costare il male inflitto ai bambini sulla terra.

    Questo senso di rivolta, colmo di amore impotente, ben lo aveva compreso Albert Camus "La rivolta non può fare a meno di uno strano amore. Coloro che non trovano quiete né in Dio né entro la storia si danno a vivere per quelli che, come loro, non possono vivere; per gli umiliati”. Questo amore impotente, passionale, che non trova più il suo oggetto non può che condurre ad una febbrile commozione, ad una complicità, un’empatia generosa. “Il dramma di Ivan - scrive Camus - nasce dall'esservi troppo amore senza oggetto.Quest'amore che, negato Dio, rimane inutilizzato, ci si decide allora a trasferirlo sull'essere umano in nome di una generosa complicità".


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    M@gm@ ISSN 1721-9809
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