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  • L'approccio qualitativo e le sue applicazioni nell'intervento professionale
    Lucio Luison (a cura di)

    M@gm@ vol.2 n.1 Gennaio-Marzo 2004

    MEDIAZIONE E ASPETTI QUALITATIVI DELL'ANALISI DEL CONFLITTO


    Rosario Castellana

    rosociologia@libero.it
    Sociologo.

    Una delle cause più subdole (in termini di individuazione e di trattamento) nella genesi del conflitto è la "cattiva coscienza". Parlo di coscienza, attribuendole non tanto una connotazione moralistica quanto, piuttosto, l'attributo di un "organo di significato".

    La coscienza è un fenomeno specificatamente umano e la si può definire come la capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare di ogni situazione. Poiché la coscienza è un fenomeno prettamente umano, essa è segnata dalla finitezza; cosicché l'uomo non potrà mai sapere se effettivamente ha trovato il vero significato di una situazione. Egli è, dunque, destinato a navigare tra questa incertezza ed il rischio che corre nell'aderire alla "voce della coscienza".

    La consapevolezza di questa precarietà, se, da una parte, garantisce l'uomo dall'arrogante pretesa di essere sempre nel giusto, accettando la propria umanità e la propria finitezza, dall'altra, lo espone ad una situazione di continuo conflitto, soprattutto con se stesso. Il non accettare di essere libero in modo finito spinge l'uomo non a trovare il significato di una situazione, ma ad inventarne uno a tutti i costi. E ciò produce la" cattiva coscienza".

    Ma l'uomo non è del tutto responsabile di questo stato, perché anche la sua responsabilità è finita, non essendo egli onnisciente; la consapevolezza di ciò porta l'uomo ad una "volontà" di significato tale da indurlo a scoprire significati non solo in ciò che è reale, ma anche in ciò che è possibile. La dialettica sterile tra la "cattiva coscienza" e la possibilità dell'impossibilità di trovare significati apre il grande "baratro" del conflitto interiore, del vuoto esistenziale. Di fronte a questo "naufragio dello spirito", all'uomo non resta altra alternativa che arroccarsi sulle proprie posizioni, difendere con esasperata determinazione le proprie idee, manifestare in modo incontrollato le proprie emozioni ed i propri sentimenti: è il naufragio della ragione e dello spirito critico.

    Da dove dovrà partire, dunque, un processo di mediazione in una situazione di conflitto, quando si ha la percezione di trovarsi di fronte almeno ad un soggetto in "cattiva coscienza"? E' ovvio che sia proprio da esso che bisogna partire. Non basta, in questo caso, mettere in atto una buona tecnica di mediazione; occorre un intervento, da parte del mediatore, che sia qualitativo prima nell'analisi, poi nell'intervento: ma procediamo con ordine.

    Innanzi tutto il mediatore dovrebbe, se non possedere, almeno acquisire ed affinare una profonda empatia, un'espansività non invadente, una spontaneità ed una capacità di comunicazione interpersonale. Egli deve, poi, possedere le conoscenze fondamentali sulla nascita, l'organizzazione e lo sviluppo della personalità; infine, deve avere un quadro valoriale di riferimento. Tutto questo perché, al di là del fatto che la mediazione riesca o meno, compito del mediatore è anche quello di condurre la persona in "cattiva coscienza" verso una situazione nella quale essa ha una reazione più favorevole ed emotivamente più aperta al cambiamento.

    Questo ci conduce ad attribuire un'importanza primaria al vissuto degli attori di un conflitto ed a privilegiare la tecnica dei colloqui quale mezzo per raccogliere il più rapidamente possibile informazioni circa il vissuto quotidiano, ciò che è implicito, i condizionamenti, gli obiettivi, le risorse, il margine di libertà ed i giochi sottili che l'attore mette in atto per fronteggiare una situazione che percepisce come pericolosa.

    Se, in precedenza, ho accennato alla genesi di una situazione di conflitto, a come essa si configura in un attore in "cattiva coscienza" e alle caratteristiche e capacità del mediatore, ora mi soffermerò sul "trattamento" dell'attore attraverso il processo comunicativo che avviene tra il mediatore e l'attore. Si tratta di una modalità d'intervento particolare che non esclude altre modalità, ma i tempi e la stesura del presente articolo mi impongono una scelta.

    In queste brevi note conclusive mi riferirò principalmente alla base teorica che emerge dal volume "La struttura della magia" di Grinder e Bandler e dal volume "Logodinamica generativo-trasformazionale" di Brancaleone.

    Il comportamento umano è estremamente complesso, ha una struttura ed è retto da regole. Lo studio più sofisticato del comportamento umano retto da regole è quello dei sistemi di linguaggio dell'uomo, attraverso il quale è possibile rendere esplicita la sintassi del modo in cui la gente evita il cambiamento e, quindi, del modo in cui aiutarla a cambiare. Ogni enunciato, secondo Chomsky, è caratterizzato da una struttura superficiale che è l'espressione della realtà corrispondente alla rappresentazione che ne ha il parlante e da una struttura profonda intessuta di idee, significati e regole costituenti la realtà di cui, in quel momento, il parlante non ha rappresentazione. Dire che in quel momento il parlante non ha rappresentazione, non significa sostenere che a livello di coscienza egli non ne sia influenzato. Questo iato tra le due strutture porta ad una comunicazione non significativa.

    Il passaggio tra la struttura profonda e quella superficiale è reso possibile attraverso una serie di operazioni mentali quali la permutazione, la cancellazione, la generalizzazione e la trasposizione. E' ovvio pensare che col passaggio da una struttura all'altra si "perda" un pezzo di mondo del parlante e che questo, se non è recuperato e esplicitato, ingenera un meccanismo perverso reciproco di non comunicabilità. Conoscere queste operazioni mentali ed esplicitare il contenuto della struttura profonda è il primo passo per problematizzare in termini corretti la situazione. La difficoltà per il mediatore non nasce tanto durante il colloquio preliminare con gli attori, quanto, piuttosto, dalla circostanza che il passaggio dalla struttura profonda a quella superficiale avvenga durante il processo di mediazione. Ma questo è un altro problema che non posso affrontare in questo articolo.

    La capacità, dunque, del mediatore di saper recuperare la struttura profonda di un enunciato porta ad altre positive conseguenze: aiutare l'attore a delucidare il proprio quadro valoriale di riferimento, riappacificarlo con le proprie emozioni, renderlo cosciente dei propri sentimenti, definire in termini più esatti il problema, relativizzandolo, aiutarlo a definire obiettivi e strategie per la risoluzione del problema stesso.

    Concludo questo articolo, accennando brevemente ad un approccio particolare di comunicazione che sarebbe utile conoscere: mi riferisco alla "logodinamica subliminale", come la definì Brancaleone. Essa si configura come una dinamica comunicativa volta essenzialmente, ma non solo, ad aiutare l'individuo a superare le limitazioni generate da schemi di riferimento incongruamente rigidi e/o coartanti, instauratisi nel corso dell'esistenza, in modo tale da facilitare potenzialità e risorse interiori che, una volta stimolate ed attivate, consentano l'emergere di risposte autonome. Il vantaggio di tale approccio comunicativo consiste nel fatto che esso offre al mediatore una maggiore possibilità di non imporre, sia pure inconsciamente, i propri modelli di riferimento.


    BIBLIOGRAFIA

    Bateson G., Verso una ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977.
    Bandler R., Grinder J., La struttura della magia, Roma, Astrolabio, 1981.
    Brancaleone F., Logodinamica generativo-trasformazionale, OFB Editing, 2001.



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