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Sguardo e sguardi narranti / A cura di AnnaMaria Calore / Vol.19 N.2 2021

Come Gioconda in tempi di covid

Maria Luisa Marolda

magma@analisiqualitativa.com

Nasco ad Ancona nel '42 in famiglia di ufficiale di Marina. Laureata in Lettere alla Sapienza ed in Pedagogia al Magistero di Roma, con tesi sull'intelligenza affettiva, ho insegnato materie letterarie nella Scuola Media fino al pensionamento. Ho sempre scritto per il piacere di farlo, interessata alla comunicazione. Negli ultimi anni ho fatto ricerca per un libro di memoria storica e familiare in corso di pubblicazione per Novalogos. Vedova di Giampaolo Canella, primario ospedaliero, per fortuna ho tre figli ed otto nipoti.

 

Abstract

Ci eravamo dimenticati cosa volesse dire guardarci davvero. Lo sguardo che si posa su oggetti e cose attirato da caratteristiche che registra e fruisce non è lo stesso che passa tra esseri viventi, soprattutto nel silenzio della parola.

 

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Ci eravamo dimenticati cosa volesse dire guardarci davvero. Lo sguardo che si posa su oggetti e cose attirato da caratteristiche che registra e fruisce non è lo stesso che passa tra esseri viventi, soprattutto nel silenzio della parola. Anche la bestiola che ci fissa dice tutto quello che vuole e ci impegna ad interpretarlo; nasce un discorso esclusivo che cerca risposta, linguaggio più efficace del miagolio o dell’abbaiare. Anche se negli animali con cui interagiamo è quasi del tutto assente la mimica facciale, strumento che l’uomo utilizza per tutti i suoi fini e contesti, in modo non sempre affidabile.

 

Mi si dice, e ne sono affascinata, che il vocabolo “sguardo” indica “togliere la guardia”, accettare la sfida di esporre la propria anima all’incontro con l’altro. La vista è un senso che, dopo aver registrato, ci permette di conoscere a diversi livelli e, se si incontra con lo sguardo altrui, può avere effetti straordinari. Esiste il paradosso di quella tela inerte su cui è dipinta l’immagine femminile più famosa al mondo, la Gioconda di Leonardo, che deve il suo fascino all’intensità misteriosa degli occhi, che solo una mano geniale poté rendere così vivi. Perfino le vignette ironiche che la rappresentano con mascherina sul suo indecifrabile sorriso, hanno evidenziato, se possibile, l'efficacia dello sguardo. Tutto ciò diventa più chiaro in tempi come questi.

 

La mia nipote numero sette, degli otto che sono la presenza più stimolante in questa mia fase della vita, è stata testimone e fondamento delle riflessioni in proposito. Un anno fa il sacrificio più duro, non poter abbracciare, toccare, neppure vedere da lontano quelle care persone, nonostante vivessimo a distanza di poche strade; ma, felicemente informata, potevo andare in alcune rivendite di prima necessità, come alimentari ed edicole, che avevano una collocazione strategica nel nostro quartiere. Così concordammo un incontro a distanza dal verduraio. Io da una parte, mia figlia e la piccola Lara, sei anni, dall’altra, arrivate a distanza di qualche minuto, ci ritrovammo divise da diversi clienti in fila, distanziati anch’essi.

 

Le mascherine coprivano i nostri sorrisi, le mani si agitavano in saluti impotenti. Finché il mio sguardo incrociò lo sguardo di Lara e ci fermammo a lungo nel guardarci. Ci fu un luccichio negli occhi di lei, che senza preavviso si staccò dalla mano della mamma, correndo ad abbracciarmi forte alla vita, come la sua altezza le consentiva. Io ricambiai come potevo, conscia dell’attenzione delle persone in fila, ma è inutile descrivere quel qualcosa di molto dolce che ci sommerse entrambe. Segnalai a mia figlia l’urgenza di non interrompere quell’incontro, presi la mano di Lara e ci dirigemmo felici verso l’edicola al di là della strada.

 

In questi mesi molte volte ho potuto godere, in varie occasioni e con persone “speciali”, l’effetto di questa comunicazione, annoverandone l’esperienza come uno dei pochi, preziosi portati della situazione di privazione vissuta. Arrivando a considerare la qualità di quel flusso affettivo con altre modalità che tanta presa hanno avuto sulle relazioni umane, occupandone addirittura il campo in tempi di pandemia. Come l’indefessa, direi ossessiva attività on line, con scambio di messaggi edulcorati dall’illusione di sentirsi vicini e ammirati in forma splendida ed invincibile.

 

Quel luccichio delle pupille, l’energia che da lì si espande in sfumature tenere o cupe, non è confrontabile con nessun altro tipo di comunicazione. Perfino il famoso sorriso di Gioconda, se non è accompagnato dallo sguardo, perde di efficacia. Mentre nel suo sguardo, da solo, risalta il suo messaggio ‘ineffabile’. Fissato sulla tela, rimane per l’eternità testimone della sua efficacia. Ma questo miracolo per noi si ripete ogni giorno ed è tanto più evidente se accompagnato dall’energia che si esprime in presenza, tra due esseri vicini. Per questo nei bambini si manifesta con naturalezza il loro sentire, la loro energia è intatta, i filtri devianti dell’esperienza vissuta non sono ancora presenti. Dovremmo riflettere su quanto sia crudele ed irresponsabile permettere che un mondo in cui ogni artificio è consentito, anche senza guida alcuna, venga a sostituirsi alla vita di ore ed ore della loro giornata.

 

Perché lo sguardo parli il suo linguaggio, che, secondo alcuni, è il linguaggio dell’anima, vi sono alcune condizioni  predisponenti; la più efficace è la presenza, consentendo lo sprigionarsi di energia viva, come avvenne per me e la piccola Lara. In quel caso, come molto spesso avviene, fu presente anche l’affetto, l’elemento legante più forte tra esseri viventi. L’amore nasce e si sostiene, come i poeti cantano da sempre, attraverso lo sguardo. Più forte richiamo sessuale della stessa attrazione fisica intesa come pura attrazione dei sensi, viene identificato nel mistero del fascino trasmesso dalla persona. In un tempo da noi assai lontano, nella transizione nel l’impero romano dal culto degli dei pagani all’affermarsi istituzionale della religione cristiana, troviamo la prova che, anche allora, si attribuiva allo sguardo un potere fascinatore che potesse essere usato perfino come malia che privasse della libertà. Venne istituita, allora, una norma che proibiva di rivolgere lo sguardo verso le immagini degli dei pagani, ritenendo che la corrente comunicativa che se ne sprigionava  fosse una realtà concreta, un flusso di particelle che creavano un legame fisico tra i due poli.

 

Tutto questo gli antichi pensavano, ben lontani da teorie scientifiche e psicoanalitiche, solo sulla base dell’interpretazione del vissuto quotidiano, fino ad attribuire potere fascinatore alle vuote pupille degli stessi dei che volevano rinnegare. Il che ci riporta alla Gioconda di Leonardo e al fenomeno attrattivo da essa suscitato, facendoci pensare che anche nell’antichità ci fossero artisti geniali in grado di riprodurre la realtà espressiva di uno sguardo, catturando chi vi si soffermava e che quei popoli ne avessero chiara l’esperienza. In questo caso l’arte sostituisce, rappresentando, la realtà della comunicazione attraverso lo sguardo, dandoci la misura della sua efficacia.

 

Concludo queste riflessioni, che poi sono anche la premessa per averne voluto scrivere, fin da quando mi sono accorta di utilizzare lo sguardo come supporto vitale in tempi di straordinaria sofferenza. Sono certa che la stessa deprivazione sensoriale, come spesso accade, abbia creato le condizioni per focalizzarsi su risorse presenti nel profondo dell’io e a rischio di essere dimenticate, con risultati sorprendenti per una nuova consapevolezza spirituale, che non dimentichi il bisogno di sincere e palpabili espressioni affettive. Non dimentichiamo di guardarci!