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Istituzionalizzazione / deistituzionalizzazione: sguardi reciproci sulla legge 180 in Europa e nel mondo / A cura di Cecilia Edelstein / Vol.17 N.2 2019

Psichiatria ai confini del mondo: testimonianze in Sierra Leone e Afghanistan

Claudio Gallone

c.gallone@me.com

Editore, giornalista, direttore di testata, autore e conduttore televisivo, inviato in aree di crisi umanitarie e di guerra, fotoreporter, direttore della comunicazione in società multinazionali. Analista del Profondo e Consulente Filosofico. Scuola Master Internazionale C.G. Jung e J. Hillman di Firenze. Centro Studi Terapie della Gestalt di Milano, Ipnologo certificato.


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"Diritti... e rovescio" - Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo, progetto realizzato all'interno del laboratorio "Atelier d'Arte" del Centro Diurno Day Care dell'Ospedale di Bergamo.

Grazie Cecilia. Signore e signori, buongiorno a tutti.

 

Oscar Wilde diceva che ci sono tre modi certi affinché un uomo riesca a rovinarsi, e tutti e tre sono figli della follia. Il primo modo è (a chi piace) con le donne; il secondo modo è quasi certo, ma assolutamente folle, ed è con il gioco; il terzo modo, che è indiscutibilmente il più folle, è con i libri, nonostante lui fosse un editore di libri.

 

Io mi sono innamorato di sofia: la filosofia, la saggezza; mi sono innamorato della filosofia e ho investito tutti i miei capitali in una casa editrice dalla quale ho pubblicato numerosi libri come quelli di Émile Zola, l'intera collana con Emanuele Severino... e, quando ho terminato tutti i miei soldi, ho deciso di dedicarmi a entrare in contatto con la verità. Parola molto soggettiva, potrei dire con l'autenticità della vita, quindi ho deciso di fare il reporter di guerra; il mio mestiere è scrivere, ma la scrittura non mi bastava perciò ho usato la macchina fotografica.

 

Dal 2001 al 2015 ho realizzato reportage fotografici e servizi giornalistici in circa novanta Paesi nel mondo, tra cui numerosi teatri di guerra e aree devastate da cataclismi naturali o grandi crisi umanitarie. Mi sono spesso imbattuto negli esiti di traumi e shock che hanno causato profondi disagi psichici sulle popolazioni.

 

Da testimone, con la mia macchina fotografica, ho potuto constatare come nel tentativo di sopravvivere, l’essere umano azzarda la fuga da tanti orrori insopportabili per la mente. Cerca stabilità ed equilibrio. Ho anche avuto spesso la sensazione che, dove e quando non esistono le opportunità per realizzare un cambiamento reale, la mente ricerca un tentativo estremo per “non stare” e non accettare tanto dolore. E si dissocia dall’esistenza.

 

Oggi vi parlerò di due Paesi su cui ho preparato, per questo evento, un servizio fotografico inedito.

 

Sierra Leone

 

Dal 1991 al 2001 la Sierra Leone è stata devastata da una guerra civile tra le più brutali che l’Africa possa ricordare. Il presidente della Liberia, Charles Taylor, è stato recentemente condannato a 50 anni di galera per gli efferati crimini di guerra commessi nel Paese, con l’intento di accaparrarsi il controllo delle miniere di diamanti che si trovano a cielo aperto.

 

In undici anni di conflitti, sono state uccise circa 50 mila persone e oltre 6 mila sono state amputate a colpi di machete. Alla fine della guerra, la World Health Organization ha stimato che in Sierra Leone, su una popolazione di circa 7 milioni di abitanti, quasi mezzo milione soffriva di malattie mentali come depressione o Post Traumatic Stress Disorder. Di queste solo l’un per cento riceveva qualche cura, ma non sempre.

 

Grazie all’aiuto di un prete missionario italiano (del poco noto Ordine dei Giuseppini), nel 2008 sono riuscito ad entrare al Kissy Mental Hospital in un sobborgo ai margini di Freetown, la capitale della Sierra Leone. Fondato nel 1820 con il nome di Kissy Lunatic Asylum, è l’unico ospedale psichiatrico non solo della nazione, ma di tutto il West Africa Sub Sahariano. 

 

Il Kissy Mental Hospital ospita oltre 250 pazienti. Questi sono tutti prigionieri tenuti in catene e sedati con psicofarmaci. Il direttore dell’ospedale è un infermiere. Lui mi ha riferito che lo psichiatra cui fa riferimento si reca all’ospedale una volta alla settimana; ma non sempre. Dalle mie fonti ho verificato che oggi, quello psichiatra ha compiuto 70 anni e non esercita più.

 

Quasi tutti i letti sono sprovvisti di materassi. Nelle corsie viene fatta girare un’unica tanica d’acqua dalla quale i pazienti possono bere a turno. Non c’è sorveglianza e non è detto che l’acqua arrivi a tutti. I pavimenti sono ovunque lordi di liquami.

 

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Sierra Leone.

Un giovane uomo sta in piedi incatenato vicino a una porta, declama Shakespeare leggendo un libro che tiene girato al contrario, ha i pantaloni abbassati ed è nudo dalla cintura in giù. Un altro parla con il suo spazzolino da denti. Un altro ancora sostiene di essere il profeta di Dio, mentre il suo vicino parla della situazione politica, convinto di essere al Parlamento.

 

Nel Reparto dei Violenti, i letti sono stati sostituiti da porte di automobili arrugginite. In un perfetto inglese, un paziente a torso nudo dice di aver dipinto per il mio arrivo “l’Ultima Cena”. E mostra dei graffi sull’intonaco consunto della parete. È molto muscoloso e mi afferra in una stretta dalla quale riesco a scivolare via con uno stratagemma. Fuori dal reparto, una vecchia guardia urla in un inglese incomprensibile, cercando di avvisarmi di uscire subito, perché sono in un luogo molto pericoloso.

 

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Sierra Leone.

Il Kissy Mental Hospital si trova a Krio, in una località nota come “Crase Yard”, nella zona est di Freetown circondata da case bruciate. L’ospedale era stato occupato dalle truppe del RUF, Revolutionary United Front, il gruppo di ribelli che reclutavano bambini e li costringevano a uccidere gli abitanti dei villaggi per rappresaglia contro il governo centrale e per indurlo a non indire nuove elezioni.

 

Prima di ogni attacco, i giovani sottufficiali incidevano nella fronte dei soldati più piccoli un taglio di un centimetro, nel quale inserire la Brown Brown: un cocktail di cocaina e polvere da sparo che garantisce un flash immediato, molto coraggio e l’esplosione di violenze e crudeltà indescrivibili.

 

Secondo le stime dell’ospedale governativo della regione di Bo, l’abuso di droghe rappresenta l’80,5% delle cause di malattie psichiatriche. La World Health Organization stima che in Sierra Leone ci siano 715 mila persone che soffrono di disturbi mentali, ma solo in 2 mila ricevono alcune cure a causa dell’arretratezza e della povertà della regione. In generale, il disagio mentale non viene considerato degno di attenzione e di cura. Le persone malate non solo non riescono a trovare un lavoro: sono anche oggetto di molestie e abusi sessuali, soprattutto se di genere femminile. Si stima che nella vicina Liberia, colpita dal conflitto, il 40% della popolazione soffra di Post Traumatic Stress Disorder. In questo Paese, dove vengono praticati riti sciamanici e stregoneria, la popolazione crede che la malattia mentale sia contagiosa. Dalle testimonianze che ho raccolto, in assenza di ospedali psichiatrici, i malati che soffrono di convulsioni come gli epilettici, corrono il rischio di essere arsi vivi o affogati.

 

Dal 2008, in Sierra Leone è stata istituita la Mental Health Coalition: la Commissione Europea ha cercato di avviare una sponsorizzazione per la formazione di 25 infermieri, dedicati ai malati psichiatrici. Secondo i ritmi africani però, tutto questo richiede molto tempo.

 

Afghanistan

 

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Afghanistan.

A 8.500 chilometri di distanza, in un'altra regione del Pianeta, nel Vicino Oriente, la situazione non è del tutto dissimile.

 

In Afghanistan ho avuto modo di riscontrare un relativo senso civico nei confronti della malattia mentale. Questo accade perché qui è molto diffusa per i danni psichici, provocati da circa 40 anni di guerre e invasioni da parte dei Russi prima, dagli Americani poi e con l’intervallo delle atrocità commesse dal governo dei Talebani. La regione di Jalalabad, che dista circa 170 chilometri da Kabul, ha una cultura fortemente integralista e la popolazione è praticamente sotto il controllo spirituale dei talebani. Qui le pratiche mediche sono ancora ancestrali, soprattutto per quanto riguarda le patologie mentali.

 

La cultura radicalizzata spiega che il sintomo psichiatrico rappresenta l’epifenomeno di un disagio dello spirito che non riesce a comunicare con Allah. Quando un uomo presenta un comportamento psicotico o fortemente aggressivo in famiglia, per cui picchia moglie e figli, è ancora nella norma. Al contrario, quando comincia a molestare e a colpire senza alcun motivo anche gli amici, allora viene portato al cimitero del villaggio. Qui riceve le prime cure e viene eseguita la diagnosi, per capire che cosa fare. Il paziente in osservazione viene tenuto per quaranta giorni e quaranta notti in catene sotto un albero. La dieta è a base di pane, acqua e pepe nero. Non esistono infermieri, se ne prendono cura i bambini del villaggio, che vivono e giocano tra le tombe, sotto il controllo del guardiano del santuario.

 

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Afghanistan.

La dieta è talmente povera che affievolisce le energie, anche dei più violenti. Molti sono tossicodipendenti. L’abuso di hashish, ma anche dell’oppio, è frequente tra gli uomini, e le famiglie portano il congiunto al cimitero per una cura, quando è ormai incapace di intendere e volere. La terapia consiste in un’astinenza assoluta, e per come viene proposta rappresenta un’antica ed efficace formula di disintossicazione. Se il guardiano del cimitero riconosce che Allah, forse, si è rivelato e ha parlato al cuore del paziente, la cura viene protratta per altri 40 giorni; giusto il tempo per verificare che Allah non si sia sbagliato. Nel caso in cui Dio non offra alcun segno della sua presenza, la porta dell’ospedale psichiatrico di Nangarhar è aperta.

 

IMG_5 Gallone. Afghanistan

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Afghanistan.

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Afghanistan.

Quando entro, trovo una cinquantina di pazienti raccolti nel cortile accanto ai loro letti, che sono stati spostati all’aria aperta per sopravvivere al caldo. Sono tutti in divisa. Il direttore è uno psichiatra molto gentile e sensibile, si lamenta di poter fare quello che può con i pochi farmaci a sua disposizione; anche qui non ci sono infermieri e il suo ospedale è l’unico di tutta la regione orientale dell’Afghanistan.

 

Nel Paese si contano altri due nosocomi psichiatrici: uno è a Kabul, l’altro a Shebargan. Secondo le stime del 2018 di Emro, l’agenzia regionale delle Nazioni Unite che opera in seno alla World Health Organization, oltre un milione di afghani soffre di disagi mentali e 1,2 milioni soffre di disordini d’ansia.

 

In tutto il Paese operano otto psichiatri, 18 infermieri specializzati e 20 psicologi; per una popolazione di 31,5 milioni di abitanti. Le donne soffrono maggiormente di depressione e stati d’ansia; causati da perdite traumatiche, shock, abusi sessuali, violenze domestiche. Gli stati psicologici e le psicosi che ne derivano, vengono sanzionate dalla stessa società con la “purda”: una sorta di segregazione riservata al genere femminile, che impedisce loro ogni relazione sociale.

 

Nel corso dei miei reportage, ho sempre cercato di alzare la macchina fotografica senza giudizio né pregiudizio; ho cercato di stare con i semplici battiti del mio cuore, ascoltando il mio respiro. Nella sequenza delle immagini che vi presento, vi racconto quello che i miei occhi hanno visto.

 

Proiezione di fotografie degli spazi di salute mentale in Afghanistan e in Sierra Leone

 

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Proverbio arabo (Albert Camus).

www.youtube.com

 

Cecilia:

 

Ringrazio Claudio Gallone per la sua presentazione e, soprattutto, per il dono che ci ha offerto con questo video, opera artistica contenente immagini terribili che spalancano finestre da noi spesso rigorosamente chiuse, forse perché lontane, forse perché in gran parte sconosciute. È nostro dovere mantenere il più possibile uno sguardo ad ampio raggio. La qualità della professione sta non solo nel vedere da vicino in profondità, ma anche nel poter guardare da lontano distinguendo fra figura e sfondo.

 

Abbiamo visto immagini e sentito descrizioni di mondi che appaiono distanti e irraggiungibili, anche se spesso si tratta di popolazioni che, in cerca di salvezza, arrivano da noi. La consapevolezza che abbiamo a che fare con quelle terre lontane in modo molto più diretto di quanto non appaia, è fondamentale. Per motivi di tempo, non entro adesso nel discorso di cosa noi, mondo ricco e sviluppato, possiamo fare per migliorare la situazione, anche se sarebbe un discorso da approfondire e a cui dedicare spazi privilegiati perché in maniera indiretta o diretta tutto è connesso: viviamo in uno stesso mondo.

 

È soltanto un’illusione credere che, se così lontani, non incidano sul resto del mondo e su di noi. La teoria sistemica ce lo insegna.

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