Il
sociologo in bilico tra modernità e postmodernità
[1]:
assumere una sensibilità postmoderna significa dubitare
della razionalità scientifica per riconoscere la valenza di
conoscenze alternative e non legittimate; promuovere dei processi
di costruzione partecipata della conoscenza, in funzione dell'esigenza
degli individui nel ricercare e attribuire un senso alla propria
esistenza.
La demarcazione tra modernità e postmodernità (Lyotard, 1979),
individuata nelle meta-narrazioni attraverso le quali una
cultura si rappresenta le proprie pratiche sociali e credenze,
ci presenta il tentativo delle società moderne di ricercare
e preservare una stabilità ed una totalità che si affermano,
ad esempio, attraverso il mito lineare del progresso. Il progresso
in quanto credenza e fede, divinazione di un destino da percorrere
attraverso una realizzazione progressiva e compiuta, è altresì
negazione dell'impotenza umana a realizzare un equilibrio
per fronteggiare la complessità e la problematicità della
propria storia sociale. L'idea di una postmodernità, concepita
come critica rispetto alle meta-narrazioni della modernità,
rifiuta interpretazioni rigide e legittimazioni assolute sostenendo
delle narrazioni che non veicolano dei concetti omnicomprensivi,
dei concetti che pretendono di porsi come verità assolute.
Il sociologo collocato tra modernità e postmodernità si confronta
con un'epistemologia complessa che riconosce la valenza di
conoscenze alternative, assumendo su di sé la capacità di
dubitare della razionalità scientifica come unico momento
d'espressione di veridicità legittimate: possiamo considerare
in questo senso il delinearsi di una sensibilità postmoderna
(Christias, 2003) dove la conoscenza, concepita come verità
da oggettivare ed estrinsecare, diventa un processo di costruzione
partecipata, un'ermeneutica sociale inserita in contesti relazionali
di co-interpretazione e co-costruzione di senso (Melucci,
1998).
Il riferimento a Lyotard ci permette d'individuare una demarcazione
possibile tra modernità e postmodernità, nonostante siano
state attribuite innumerevoli definizioni alla società ed
ai processi di mutamento, originando tra l'altro diversi paradigmi
(De Masi, 1991), ma questa stessa demarcazione ci consente
inoltre di soffermarci sui processi di rigenerazione del significato
dell'esistenza da parte degli individui: l'identità deve essere
concepita come processo in costruzione del sé senza attributi
d'omogeneità e totalità, originando un processo di costruzione
degli individui inteso altresì come azione proiettata nel
mondo e nel tempo.
 |
I miti che fondano la modernità non sono stati in ogni modo
condivisi senza eccezione ed universalmente, oltre a ciò nuovi
miti sovrastano la postmodernità, il potere della scienza
e della tecnologia, i rischi e le speranze collegate alle
nuove tecnologie informatiche. Il tracollo delle meta-narrazioni
non significa che i miti non hanno più alcuna funzione e non
continuano ad aggregare gli individui: i micro-miti permettono
agli individui postmoderni di continuare a credere senza cadere
nel dogmatismo assoluto, è il loro stesso quotidiano esistenziale
che si afferma come nuovo epicentro rispetto alle morali universali
(Boisvert, 1995). All'ideale strumentale della scienza ossessionata
dalla salute perfetta, condizionata da istituzioni contemporanee
come configurazioni liturgiche e creatrici di miti globali
(Illich, 1975), la postmodernità fondata sul paradigma della
società interattiva vi sostituisce l'utopia tecnologica di
tipo bio-ecologica della salute totale (Sfez, 1995); se muoiono
le ideologie come sistemi di credenze, prendono corpo le utopie
come forma radicale d'ideale sociale, di una salute totale
congiunta alla ricerca del significato della corporeità.
Le riflessioni sul corpo e la postmodernità (Le Breton, 1990
e 2002) ci mostrano una società occidentale che considera
con ossessione la corporeità in quanto principio artificiale
da perfezionare; le pratiche del tatuaggio o quelle della
scarnificazione e del piercing, prospettano delle questioni
che interrogano l'esigenza degli individui nella ricerca d'identità
e attribuzione di senso alla propria esistenza; le pratiche
sportive estreme o i comportamenti a rischio degli adolescenti
e dei giovani sono anch'essi altrettanti comportamenti che
ricercano delle risposte esistenziali, sollecitando paradossalmente
la propria morte quando nello stesso tempo, avidi di sensazioni
forti, si è alla ricerca di sicurezze personali e del proprio
corpo. L'uomo della postmodernità è alla ricerca di significati
e si confronta con le sue pulsioni ed emozioni rapportandosi
al suo mondo, per sostenere un nuovo processo di rigenerazione
del significato della propria esistenza. Le nuove tecnologie
propongono tuttavia un culto della realtà virtuale che può
subentrare ad una presumibile rinuncia della corporeità (Le
Breton, 1999), mostrandoci dei segnali premonitori dell'emergere
di nuove angosce nel nostro secolo di fronte all'innovazione
informatica (Trigano, 2000), angosce che propongo spesso una
dicotomia negativa tra mondo reale e mondo virtuale, un'opposizione
che possiamo confutare considerando il virtuale in quanto
espressione reale, mitica e immaginaria, di un esistente come
possibile.
Il mondo virtuale come principio di nuove possibilità e
forme di socialità [2]:
internet è un luogo dove si confrontano differenti concezioni
del virtuale; si concretizzano esperienze che consentono di
dare un nuovo senso alla propria vita; gli individui cercano
di padroneggiare gli strumenti tecnologici ed i loro stessi
destini per trasformare e cambiare la realtà.
La professione del sociologo, come esercizio di un'attività
e crescita professionale, non può fare a meno oggi delle opportunità
che offrono i nuovi strumenti tecnologici, ad esempio internet:
la rete utilizzata e vissuta come strumento di ricerca, d'aggiornamento,
di produzione e di confronto culturale e professionale. Il
ruolo delle nuove tecnologie per le professioni in generale
è sempre più preponderante e le comunità virtuali, insieme
a questi recenti strumenti di comunicazione, fondate sulla
formazione di relazioni e legami sociali, di solidarietà e
affinità prossemiche, costituiscono anch'esse un luogo della
postmodernità dove gli individui fanno confluire una nuova
condizione di vivere la loro epoca e il cambiamento del quotidiano.
Al mondo virtuale, concepito come simulazione di un mondo
reale, un'illusione tecnologica che dissolve la realtà stessa
all'interno di un non luogo (Baudrillard, 1994), possiamo
contrapporre una virtualità come principio di nuove possibilità
dischiuse verso inedite prospettive, senza tuttavia rimettere
in discussione il fondamento stesso della realtà, nel caso
in cui si paventi il rischio di perdere le nostre radici sociali.
L'esperienza di alcune comunità virtuali rappresenta, a mio
avviso, un modello d'interazioni e affinità che possono aiutarci
a concepire come queste nuove presenze e forme di socialità
su internet si aprono verso potenziali e possibili realtà:
ci sottraiamo dunque dal contenere il mondo reale contrapponendolo
al mondo virtuale.
Internet, in quanto strumento di comunicazione, permette agli
individui di attribuirsi un'identità virtuale o reale per
comunicare in rete (Attali, 1996), realizzando esperienze
che gli consentono di dare un nuovo senso alla propria vita.
Sarebbe quindi opportuno concepire il mondo virtuale non come
un pericolo, un'incognita, ma come un luogo dove si confrontano
differenti concezioni del virtuale, dove gli individui cercano
di padroneggiare gli strumenti tecnologici ma al tempo stesso
il loro medesimo destino (Lévy, 1995 e 1994). Il virtuale
come paradigma fondamentale della postmodernità, esprime in
questo senso la potenzialità degli individui e la loro capacità
nel trasformare e cambiare il mondo (Quéau, 2000), indirizzandoci
verso nuove possibilità che sono espresse e individuate dall'immaginario
individuale e collettivo attraverso un nuovo supporto, una
nuova condizione del nostro stesso nostro modo di vivere la
nostra epoca, modificandola rispetto al nostro quotidiano
(Ruf, 2003). Le nuove reti di comunicazione e le comunità
virtuali non sono esenti da quegli stessi meccanismi simbolici
che permeano la vita sociale, la società postmoderna concepisce
nuovi immaginari, ma mondo virtuale e reale sono in relazione,
sono interdipendenti. Il virtuale non è isolato dal reale
ma è potenzialità e possibilità di nascita di nuove realtà
(Lemos, 1988): possiamo sostenere dunque che è la stessa realtà
ad essere virtuale in quanto potenziale attuazione di nuove
realtà ed esistenti possibili.
Le comunità virtuali sono, di fatto, generatrici di nuove
realtà che si fondano sulla formazione di relazioni e legami
sociali che condividono desideri e bisogni comuni: un desiderio
di socialità e di solidarietà rafforzato dal contatto e dalle
relazioni interindividuali su internet, un bisogno di valorizzare
se stessi, integrarsi ed essere riconosciuti da una comunità
(Marcotte, 2003). L'interazione tra gli individui nelle reti
di solidarietà e d'affinità si concretizza ulteriormente nell'essere
insieme, nel condividere sentimenti comuni, è questa la nebulosa
affettiva del tribalismo postmoderno (Maffesoli, 1992), dove
il ritorno al locale genera nuovi miti e molteplici identificazioni
nelle quali l'identità si frantuma e si struttura diversamente.
Possiamo considerare due configurazioni possibili d'interazione
e vicinanza a partire da queste analisi, le comunità reticolari
e quelle prossemiche, ma potremmo anche immaginare e interpretare
queste stesse realtà come compresenti e aspiranti, in quanto
comunità transvirtuali, ad una nuova universalità. La condizione
degli individui postmoderni colta nelle loro molteplici identificazioni
individua un'identità concepita come processo e non più un'identità
intesa come ricerca di una totalità, la costruzione di un'identità
e di un processo di crescita e valorizzazione personale si
attua quindi in un'inedita universalità, l'instaurazione di
una presenza virtuale degli individui a se stessi e all'umanità
(Lévy, 1995 e 1994) per generare un altro esistente possibile.
Professioni transvirtuali: tra universalità verticali e
orizzontali per riabilitare un approccio dal basso e un ascolto
sensibile:
gli operatori sociali e culturali restituiscono agli individui
e alle comunità la capacità virtuale di prendere in mano il
proprio destino, promovendo autonomie consapevoli e comunità
educanti in grado di coniugare parole educative e soggetti
esistenziali.
Riducendo la realtà alla virtualità, caratterizzata come forma
d'universalità postmoderna, possiamo considerare le identità
come processi di costruzione (Kauffmann, 2001) confrontati
alla difficoltà degli individui ad assumere e gestire molteplici
identificazioni; proiettati in un agire nel mondo proteso
nel tempo e nella continuità attraverso successive appartenenze
e identificazioni; continuamente messe in discussione e riformulate
in un progetto di vita perturbato da cambiamenti estrinseci
e minato dalle incertezze dell'esistenza (Dubar, 2001). E'
in questo senso che una sensibilità postmoderna ci consente
di cogliere questo processo di costruzione del sé nella temporalità
come pratica auto-poietica (Le Grand, 2000) e sistema auto-poietico
(Pineau e Le Grand, 2002): costruzione del sé e non più assunzione
d'identità, processi d'attribuzione di significati attraverso
una riunificazione riflessiva dell'esperienza individuale
per auto produrre esistenza e vita. A questa stessa sensibilità
postmoderna si affianca un "approccio dal basso" (Valastro,
2003) e il ritorno del "sensibile" (Barbier, 1997) che possono
individuare, partendo da un flusso esperienziale e relazionale
e da un modello esplicativo pluridimensionale, in che modo
questi vissuti prendono forma e assumono una propria valenza
per gli individui, attraverso una trasversalità che ricongiunge
elementi compositi di un "reticolo simbolico" dove si amalgamano
significati, valori e miti, interni o esterni agli individui.
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La postmodernità intesa come principio di demarcazione si
apre verso nuovi schemi ontologici non aderenti ad una questione
di periodici storici, una società postmoderna subentrante
ad una società moderna, ma corrispondenti alla crisi ed alla
perdita dello stesso carattere ontologico della storia (Hobsbawm,
1999) nel ribaltamento dell'episteme della modernità (Foucault,
1966). Al crollo delle meta-narrazioni che hanno organizzato
la struttura conoscitiva di un'epoca, subentrano e proliferano
nuove trame ontologiche, dove gruppi e individui si riappropriano
di una cultura attraverso differenti logiche di risingolarizzazione
(Siciliano, 1997) che rilevano non più una totalità e un ordine
complessivo ma una pluralità di mondi e di vissuti: dal transpolitico
al transestetico, dal transessuale al transproduttivo, e finanche
in quest'estetica della postmodernità il pensiero scientifico
non perviene ad esprimere e personificare tutto il pensiero
e la conoscenza che reggono la totalità del mondo. Con il
termine 'trans-virtuale' consideriamo questa stessa risingolarizzazione
senza tuttavia negare e liquidare la modernità in una ricerca
disperata d'identità nel caos dell'indeterminazione (Baudrillard,
1990), da cui emerge un'insignificanza dell'estetica della
postmodernità (Baudrillard, 1999), facendo piuttosto scaturire
da questa considerazione un interesse particolare per la singolare
ed eccezionale eterogeneità degli individui e delle collettività
rispetto all'instabilità permanente del proprio riconoscersi
in sistemi di valori, molteplici e sfaccettati, alla costruzione
del sé come processo che fonda una consapevolezza ed un sapere
relativo alla propria esperienza sociale e all'attribuzione
di senso rispetto a quest'ultima.
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Il prefisso trans- inteso come attraversamento, passaggio
da una condizione ad un'altra, dove gli individui prendono
su di sé il mutamento ed il cambiamento della nostra epoca,
vissuto nelle differenti modalità d'identificazione che variano
nel tempo, determina un individuo proiettato nel tempo e nella
continuità attraverso differenti e successive appartenenze,
alla ricerca di una qualche trascendenza che consenta di attribuire
un senso alla propria esistenza: una trascendenza orizzontale
(Boisvert, 2000) che susciti un rinnovato desiderio nel progettare
la propria esistenza ed un altro esistente possibile. Rispetto
a quest'immanenza diacronica di valori e comportamenti sociali
che si universalizzano, istituendosi e legittimandosi in un
mondo contingente e storico per fondare la vita in comune,
la trascendenza verticale e sincronica non deve esservi contrapposta
in quanto sistema di valori estrinseci agli individui e fondamentali
per l'umanità (Lawrence, 1999). I due piani s'intersecano,
quello diacronico e quello sincronico, considerando l'implicazione
tra trascendenza e immanenza, tra necessità e contingenza:
alla linea verticale come unico simbolo della trascendenza
(Dufresne, 1999), le strutture antropologiche dell'immaginario
(Durand, 1969), intese come forme trasformabili, contrappongono
una verticalità che promuove una pedagogia ed un'educazione
transdisciplinare a vocazione ontologica ma in grado di riabilitare
un'antropologia fondata su di un' "ecologia spirituale", una
"psicologia-psicosofia", ed una "metafisica universale" (Bies,
1998). La verticalità della simbologia ascensionale si oppone
alla temporalità contingente, alla morte e al destino mortale
degli esseri umani, come ascensione portatrice d'azioni redentrici
e purificatrici per sfuggire all'irreversibilità del tempo
in un desiderio d'eternità, rendendo conciliabili il tempo
e la morte nella loro similitudine attraverso il rinnovamento
degli esseri umani e la potenzialità di prendere in mano il
proprio destino.
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Il prefisso trans- si completa dunque con il termine -virtuale
come processo di risingolarizzazione degli individui rispetto
ad un esistente come possibile, un esistente inteso come potenziale
attuazione di nuove realtà, dove gli individui esprimono una
nuova forma d'universalità, non più una totalità, quella dell'identità,
ma una presenza a se stessi e agli altri in un'inedita trascendenza.
Alla trascendenza orizzontale dove i legami e le relazioni
sociali fondano e danno un senso alla riflessione autobiografica,
alla consapevolezza della propria esperienza sociale, dobbiamo
interfacciare l'universalità degli archetipi che anima e agita
le coscienze attraverso l'immaginario "che trasforma il mondo,
come immaginazione creatrice, ma soprattutto come trasformazione
eufemistica del mondo, come intellectus sanctus, come ordinamento
dell'essere agli ordini del meglio" (Durand, p.434). Il termine
transvirtuale potrebbe esprimere, rispetto ai processi di
risingolarizzazione e all'esigenza di rigenerazione del significato
dell'esistenza, la tensione verso un esistente possibile in
grado di far riacquistare agli individui la capacità di prendere
in mano il proprio destino (Valastro, 2004).
Questo si traduce in pratica, nel lavoro sociale e per tutte
quelle professioni che intervengono in contesti sociali e
culturali promovendo dei percorsi d'inclusione sociale, a
non considerare il proprio ruolo come determinato da un agire
diretto a colmare delle insufficienze o rispondere unicamente
a dei bisogni: dobbiamo restituire agli individui e alle comunità
la capacità virtuale e potenziale di desiderare, di prendere
in mano il proprio destino, di situarsi in un altro esistente
possibile, attraverso un ascolto sensibile di se stessi e
dell'altro, anche di quell'altro che è in noi stessi, ascoltando
quello che desiderano fare e costruire insieme la possibilità
di realizzarlo; era questo d'altronde un altro messaggio insito
in quella demarcazione proposta da Lyotard (1977), di cui
ci siamo serviti per comprendere il senso ultimo di questa
capacità transvirtuale che gli operatori sociali e culturali
devono riuscire a far propria per restituire la parola e includere
una molteplicità di vissuti e di linguaggi all'interno di
processi di gestione partecipata della vita quotidiana. Dei
processi partecipati che riconoscano e promuovano autonomie
consapevoli e comunità educanti in grado di coniugare parole
educative e soggetti esistenziali, restituendo agli individui
e alle comunità la capacità virtuale e potenziale di organizzare
e gestire consapevolmente la propria condizione ed esistenza.
NOTE
1] In quest'articolo invito a considerare
la professione del sociologo come una professione transvirtuale,
approfondendo e precisando notevolmente l'intervento proposto
al Convegno Internazionale "La professione di sociologo tra
modernità e postmodernità", Montesilvano (PE) 2-3 aprile 2004,
ampliando altresì i presupposti di questa transvirtualità
a tutte quelle professioni che coniugano in un approccio educativo
transdisciplinare la teoria e la pratica nella ricerca e nell'intervento
sociale.
2] Alcune riflessioni inerenti alle
nuove forme di socialità e internet, scaturiscono e sono stimolate
da quella formidabile esperienza personale che continuo a
condividere insieme alla comunità francofona della rivista
Esprit Critique (revue électronique internationale en sciences
sociales et sociologie, www.espritcritique.org),
una comunità sempre meno virtuale che connettendosi non solo
on-line ma anche off-line, ha recentemente fondato l'Adriss
(association de diffusion et de recherche internationale en
sciences sociales, www.adriss.org).
Le comunità virtuali, viste attraverso quest'esperienza, sono
a mio avviso uno spazio di relazioni e di prossimità che promuovono
singolari processi di crescita e valorizzazione degli individui,
attraverso una presenza virtuale verso se stessi e gli altri,
rendendo il mondo virtuale una realtà che si concretizza come
principio di nuove possibilità e di un altro esistente possibile.
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