L'indagine
etnopsichiatrica di Tobie Nathan e il suo utilizzo delle fonti
Introduzione
I repentini cambiamenti avvenuti all'interno del panorama
socio-politico europeo nell'ultimo secolo, hanno determinato
un diverso tipo d'approccio da parte delle società
occidentali nei confronti dell' "altro". Parlare
di multiculturalismo, riconoscendone l'importanza effettiva,
significa avviarsi ad una quanto mai necessaria ridefinizione
dell'intero sistema culturale. Il confronto coatto con culture
decisamente estranee ai codici dell'occidente europeo ha suscitato
differenti reazioni: tralasciando i frequenti episodi d'intolleranza
etnica, spesso sottesi nella politica, nell'economia, fin'anche
nel vivere quotidiano, il processo d'integrazione d'immigrati
provenienti da differenti nazionalità - ma in gran
parte africani - rischia di mettere in crisi alcune delle
certezze radicate nell'essere umano occidentale. Tuttavia,
se gran parte della società europea in ambito professionale
ha sviluppato una sorta di "chiusura" nei confronti
di tali dinamiche, convinta dell'assolutezza dei propri parametri
di giudizio, quest'atteggiamento è stato affiancato
da un diverso progetto culturale, attuato in parte da antropologi
ma anche da psicologi e sociologi, il quale agisce con l'intento
di ottimizzare gli sforzi di un'integrazione già di
per sé traumatizzante. Un'intensa operatività
in questo senso, è stata riconosciuta nello studio
e nell'esercizio della medicina alternativa in opposizione
alle pretese disarmanti della medicina ufficiale.
Malattia e cura costituiscono parti fondamentali del mondo sociale,
culturale e simbolico di qualsiasi comunità; non sempre la
medicina ufficiale riesce a soddisfare pienamente la domanda di
guarigione e per questo in tutte le società essa convive
con pratiche terapeutiche parallele. Inoltre, la presenza d'immigrati
appartenenti ad altre culture, rafforza il riconoscimento dei limiti
della terapia scientifica e richiama una percezione più complessa
delle cause della malattia e dei processi attraverso i quali essa
si manifesta. La malattia è "tradizionalmente"
definita come rottura dell'armonia e interruzione del processo che
lega l'individuo al gruppo e all'ambiente. Se ci si appella a questo
principio nella valutazione delle pratiche esistenti, è inevitabile
conferire un'importanza fondamentale alla dimensione culturale intesa
come vincolante delle cause e degli effetti presenti nei disturbi
psichici. L'incapacità di comprendere con i soli strumenti
occidentali le motivazioni di un particolare disturbo di un immigrato
senegalese o della cabila, ha stimolato l'edificazione di un progetto
nuovo: il bisogno di salute non sempre coincide con la sua parte
manifesta ma vi è una dimensione latente che difficilmente
il comportamento riesce a testimoniare.
Tutto ciò s'inserisce quasi in un'esistenza parallela
che i pazienti vivono in seguito all'abbandono della propria
terra, in quanto pregna della loro cultura d'origine. Le modalità
terapeutiche della medicina ufficiale costringono il paziente
nella condizione di non poter trasmettere il proprio malessere,
ne alterano la "verità culturale" riducendola
ad una linearità propria - come direbbe Tobie Nathan
- di una società a "universo unico" quale,
appunto, quella occidentale. Tra le varie pratiche alternative
l'etnopsichiatria contribuisce in modo determinante alla formazione
di un nuovo paradigma. Questa disciplina pone il suo oggetto
di studio sia su un piano antropologico sia su un piano psicopatologico
e si basa profondamente sugli effetti del contatto interculturale.
Tale indagine, opera quindi con l'intento di "costruire
una responsabilità individuale sulla salute e sulla
malattia non svincolata dal sociale e di adottare nell'azione
metodologica una dimensione simbolica basata sulla non linearità"
(Natale Losi). Ovviamente non poche difficoltà si affacciano
all'interno di un progetto di così ampio respiro, non
solo nella comprensione ed interconnessione di culture differenti
a confronto ma nel tentativo di costruire un linguaggio nuovo,
che destrutturi sia quello della medicina ufficiale sia quello
delle pratiche alternative. La lingua è uno degli elementi
che maggiormente riconosce e legittima l'appartenenza di un
individuo al suo gruppo sociale, instaurando un legame sia
fisico sia emotivo; cosicché, laddove la cultura è
considerata un semplice "abito" da indossare e non
parte integrante dell'individuo, risulta comprensibile il
disagio manifestato da un immigrato nella spiegazione del
proprio malessere. L'etnopsichiatria ha molto da dare in questo
ambito, riconoscendo quali caratteristiche fondamentali della
propria indagine la pluralità di chiavi interpretative,
di linguaggi e di tecniche utilizzate. Tra le varie possibilità
risolutive di queste problematiche, figura il progetto sperimentale
di Tobie Nathan.
Il suo lavoro psicoterapeutico con gli immigrati è
tuttora oggetto di discussione in Europa e soprattutto in
Francia, dove ha sede il Centre Georges Devereux da lui diretto
per l'aiuto psicologico alle famiglie immigrate. Salvatore
Inglese, divulgatore dell'opera di Nathan in Italia, nell'introduzione
al testo "Principi di etnopsicoanalisi" (Nathan
1993), sostiene che "l'avventura scientifica di Tobie
Nathan non sarebbe forse mai cominciata se un giorno non avesse
riconosciuto la sua realtà d'immigrato in un paese
straniero senza alcuna possibilità di ritorno alla
terra degli antenati". Questa dichiarazione evidenzia
il lato umano di uno studioso il quale, nonostante le polemiche
e l'opinabilità dei metodi, si rivela schiettamente
anticonformista rispetto all'ordine costituito. Nato nel Cairo
nel 1948, nel'77 lavora sugli effetti psicopatologici dell'ideologia
sessuale comunitaria praticata dalla generazione libertaria
del Maggio francese. Dopo due anni sposta l'oggetto di studio
sull'esplorazione degli insetti, un decentramento del tipo
di indagine tanto rapida e "inquietante" da spingerlo
successivamente a riflettere sulle modalità di sviluppo
e sulle qualità specifiche dei transfert all'interno
del processo psicoanalitico (fantasie bisessuali, cannibalesche
e aggressive, rinuncia e perdita dell'identità). Segue
una fase di apprendistato scientifico che lo prepara, dice
Inglese, "a spiccare il salto che gli permetterà
di sviluppare una tecnica psicoterapeutica applicabile a soggetti
provenienti da altri mondi culturali". Allievo di Georges
Devereux, egli cerca di comprendere il rapporto esistente
tra psiche e cultura e di applicarlo in quei casi clinici
in gli immigrati, avendo abbandonato la famosa terra degli
antenati, sopravvivono ad un'esistenza in cui mancano loro
i punti di riferimento socio-culturali. Alla base del progetto
nathaniano vi è quindi la profonda convinzione che
ogni dispositivo clinico specifico, contiene una teoria culturalmente
condizionata e che nell'approccio psicoterapeutico, bisogna
tener conto dell'appartenenza culturale del paziente.
"MEDICI E STREGONI"
Gli esiti del confronto tra la medicina ufficiale e la medicina
alternativa operato da Nathan, sono in parte riportati nel
saggio "Medici e stregoni: manifesto per una psicopatologia
scientifica", testo scritto dallo studioso francese in
collaborazione con la filosofa Isabelle Stangers, e edito
a Parigi nel 1995. Il libro ci conduce spesso, attraverso
la descrizione-cronaca delle stesse sedute psicoanalitiche,
verso il risultato di una ricerca dai riscontri antropologici
inaspettati, che sancisce definitivamente l'inadeguatezza
della cultura medica occidentale in certi ambiti di psicopatologia.
Gli strumenti tramite i quali Tobie Nathan ha plasmato questo
tipo di indagine, hanno radici antiche e sono di diversa natura.
Di fondamentale importanza è innanzi tutto la sua filiazione
culturale, che ha contribuito a rendere decisivo il suo intervento
in ambito psicopatologico ed etnopsichiatrico; egli infatti
si è "servito" di fonti antropologiche come
le teorie di Levi-Strauss, Devereux e in particolare Marcel
Mauss e delle scoperte, in psicoanalisi, di Sigmund Freud,
Donnald Winnicott, Didier Anzieu e Sandor Ferenczi.
Senza l'apporto scientifico di queste due discipline (psicoanalisi
e antropologia), l'indagine nathaniana non avrebbe avuto luogo.
Egli avvia la sua ricerca partendo dalla concezione che gli
individui possiedono una doppia natura, caratterizzata dall'integrazione
funzionale dell'apparato psichico e del dispositivo culturale.
Tale struttura riconosce e legittima l'individuo all'interno
della comunità. Questa metodologia s'inserisce nella
tradizione francese rispettandone in un certo senso la continuità:
a differenza di ciò che avviene in Canada e negli Stati
Uniti, infatti, i rapporti tra antropologia e psicoanalisi
non sono mai venuti meno. Più specificatamente, analizzando
il testo in esame, risulta evidente che il modo in cui l'autore
utilizza le fonti rappresenta esso stesso la principale chiave
d'accesso per comprendere le motivazioni della sua indagine.
Nathan vuole illustrare il diverso approccio terapeutico della
medicina istituzionalizzata-ufficiale da un lato e di quella
alternativa-tradizionale dall'altro, riconoscendo quest'ultima
come vera e propria disciplina medica e agendo nel rispetto
delle sue regole di applicabilità. Nelle sedute terapeutiche
procede all'utilizzo di azioni culturali significative quali
il dono, la preghiera, il sacrificio e l'uso di oggetti apotropaici;
può inoltre contare su fonti "dirette": guaritori
tradizionali, psichiatri antropologi e linguisti.
1° parte: sui benefici delle terapie selvagge
Nel testo Nathan immagina di discutere sull'esercizio delle pratiche
alternative con "un critico avveduto e interessato alle differenze
culturali" (Nathan). Nella prima parte egli cerca di convincere
il suo interlocutore della reale valenza positiva e dei benefici
delle terapie selvagge rispetto alle terapie scientifiche; la dimostrazione
risiede nel diverso trattamento di alcuni casi specifici, come lo
svenimento di una donna o il mutismo di un bambino, da parte delle
suddette terapie. Analizzando queste situazioni cliniche alla luce
degli studi antropologici da lui condotti sulle popolazioni nere
africane, egli traccia linee di sviluppo di disturbi mentali in
cui l'uso delle eziologie tradizionali si rivela provvidenziale.
Nel primo caso ad esempio - svenimento di una donna - l'autore sostiene
che mentre da parte dei medici occidentali è diagnosticata
un'isteria, che ghettizza la donna nella schiera dei malati isolandola
e degradandola di fronte allo stato, nelle società tradizionali
essa è affidata al "detentore del sapere segreto",
una sorta di guaritore, affinché la liberi dallo spirito
dal quale ritengono sia posseduta.
Riconoscere nell'attacco di uno spirito la causa di un disturbo
significa per altro pensare quella donna quale informatrice
eletta e inconsapevole di un mondo invisibile; inoltre intervenendo
tramite la divinazione, che si propone come cerimonia collettiva,
l'interesse generale non è più diretto alla
persona ma è spostato verso la malattia che la possiede,
divenuta oramai segno comunicativo, e soprattutto verso il
guaritore il quale conferisce alla donna il nuovo ruolo di
"strega", riconosciuto dall'intera comunità.
Al contrario l'opera compiuta dalla diagnosi è quella
di applicare al paziente l'etichetta di diverso (nel significato
negativo del termine!), separandolo dal suo universo e costringendolo
in "categorie statistiche dalle quali egli si dissocia.
Lo stesso Nathan sostiene che non esistono gruppi riconosciuti
di ossessivi o di paranoici ma esistono i guaritori, le streghe,
gli spiriti in quanto produttori efficaci di felici appartenenze.
La costruzione della verità si deve basare su ciò
che è necessario per comporre un sistema culturale
concreto, il ché paradossalmente comprende anche e
soprattutto il mondo dell'invisibile.
La visualizzazione di queste dinamiche è strettamente
utile per capire l'applicazione di sistemi così estranei
all'interno di sedute psicoanalitiche. Nella sua ricerca,
i cui esiti non possono essere interamente riducibili a quelli
descritti nel testo in esame, Nathan riconosce gli strumenti
di indagine nell'ospedale Avicenne di Bobigny, dove ha la
possibilità di incontrare pazienti del Nordafrica,
dell'Africa nera, dell'Europa meridionale, delle Antille francesi
e delle isole francofone dell'Oceano Indiano e dove inoltre
può contare sugli stimoli innovativi dell'Unità
di Formazione e Ricerca sperimentale di medicina e biologia
umana. Si tratta ancora di fonti dirette, che dimostrano come
pazienti provenienti da culture non occidentali svolgano anche
solo il semplice "pensare" secondo le teorie eziologiche
tradizionali. Le eziologie tradizionali costituiscono una
sorta di ponte tra pubblico e privato nella sfera emotiva
del paziente, cosicché il sistema di cura della patologia
dipende da un insieme di personaggi che costruiscono il contesto
psicologico e sociale del paziente stesso. Nathan delinea
in modo specifico le modalità di applicazione delle
eziologie tradizionali trattando la possessione e il marabuttaggio,
ed evidenziandone l'importanza nello studio della pediatria
e della psichiatria infantile. Nelle pagine conclusive di
questa prima parte, vi è l'illustrazione clinica di
una seduta etnopsicoanalitica.
Il metodo sperimentale di Tobie Nathan
Il lavoro di consultazione etnopsichiatrica è svolto
da un gruppo in cui il terapeuta è circondato da un
certo numero di co-terapeuti di diversa lingua e nazionalità.La
comunicazione verbale avviene nella madrelingua del paziente,
tramite l'intervento di un traduttore o mediatore culturale.
Si instaura così un doppio legame, quello tra paziente
e mediatore e quello tra paziente e gruppo, in quanto ciò
permette al gruppo di discutere sul significato che ha una
determinata cosa all'interno delle lingue materne.In tal modo
il paziente può cristallizzare il sintomo nel significato
in cui più si identifica. In questo caso la problematica
linguistica è di fondamentale importanza, perché
il criterio usato permette a tutti di mettersi d'accordo.
Torna utile citare Natale Losi il quale definisce la lingua
come "un oggetto fabbricato da un gruppo che a sua volta
fabbrica gli individui". Di solito alla seduta non partecipa
solo l'individuo che accusa il disturbo ma anche il suo gruppo
familiare, e ciò permette l'attuazione di rappresentazioni
eziologiche tradizionali che fanno parte della cultura d'origine
del paziente e che traducono la sua sofferenza in modo da
renderla comunicabile agli altri. Risulta evidente che l'interazione
terapeutica così pensata da Nathan sia possibile solo
grazie all'esercizio della medicina tradizionale e che i criteri
medici occidentali non farebbero altro che collocare l'individuo
e il suo disturbo in una condizione di marginalità.
Inoltre il gruppo di co-terapeuti, oltre che alla costruzione
di un valido confronto culturale, contribuisce a rassicurare
il malato che vive in maniera assolutamente negativa la condizione
di dualità medico-paziente tanto cara alla maggior
parte degli psicologi occidentali.
Nel Centre Georges Devereux di Parigi è esaminato il
caso di Bintou, adolescente del Mali di etnia bambara che
lamenta disturbi quali svenimento, cecità temporanea,ansia
e inquietudine. Nathan la accoglie assieme ad altri dieci
individui, psicologi, psicanalisti,medici e antropologi: ognuno
di loro ha origini diverse, ognuno di loro è depositario, dispensatore e interprete di un tipo di cultura
differente. Ciò che è importante sottolineare
sono le modalità di cura menzionate nella seconda parte
della seduta ed applicate secondo l'uso di divinazione, prescrizione
ed esecuzione del sacrificio. Queste azioni permettono la
restaurazione di un legame prima precario, sia con la madre
della paziente che con l'intero gruppo etnico di cui fa parte.
Non appena introdotta nel mondo dell'invisibile, Bintou ha
sentito l'appoggio della sua cultura d'origine e si è
affidata consensualmente ad una terapia in forma di prescrizione.
Nathan si è servito dell'illustrazione di questo caso
clinico (ma molti altri riferimenti diretti potrebbero essere
descritti) per dimostrare che ciò che conta nell'applicazione
di una cura è innanzi tutto la ricerca di un sistema
di pensiero idoneo alla costruzione di legami psichici efficaci.
2° parte: sui medicamenti delle culture non occidentali
Nella seconda parte del testo Nathan compie inizialmente una
critica a quegli psicologi che sostengono vi sia una netta
separazione tra il pensiero occidentale e le credenze delle
popolazioni cosiddette selvagge, in quanto tali popolazioni
"spostano sul piano simbolico quello che gli scienziati
conoscono direttamente". L'opposizione tra coloro che
credono e coloro che pensano ha radici piuttosto estese: Nathan
si è riferito ai grandi pensatori del XIX secolo, Johann
J. Bachofen , Edward B. Tylor, Lewis H. Morgan, Karl Marx,
Frederick Engels, e alla descrizione di tale opposizione offerta
da Bruno Latour nel 1994. Nell'intento di affermare e poi
smentire il pregiudizio occidentale sul concetto di credenza,
egli infine si serve rispettivamente - utilizzandole in maniera
differente - di due fonti autorevoli: le teorie freudiane
e l'intervento della studiosa Mary Douglas nel suo testo "Un'analisi
dei concetti di contaminazione e tabù" del 1981.
Del primo cita il celebre paragone del bambino che, canticchiando
di notte ha meno paura del buio nonostante non abbia cambiato
nulla intorno a sé; questo tipo di illusione è
comparata a quella dei selvaggi che si illudono (appunto)
di dominare le forze della natura tramite l'invenzione di
alcune credenze.
Successivamente, le considerazioni della Douglas sul rito
della pioggia dei Boscimani Kung, sono riportate da Nathan
allo scopo di demolire il concetto stesso di credenza. Mary
Douglas racconta di come i Boscimani "derisero quegli
antropologi che chiesero loro se pensavano che la pioggia
cadesse grazie ai riti che svolgevano". Il riferimento
a tale reazione documentata (quasi come se per questo popolo
il rito della pioggia avesse poco a che vedere con il reale
evento atmosferico), permette allo studioso francese di spiegare
la realtà complessa in cui si innesca il meccanismo
della credenza e soprattutto di come tale concetto sia irriducibile
al pregiudizio occidentale. "Il rito è una negoziazione
con delle potenze, (...) è un'azione culturalmente
definita (...) dunque non ha bisogno di interpretazioni":
questo postulato raggiunge i punti chiave del percorso antropologico
nel quale Nathan cerca di coinvolgere il suo immaginario interlocutore.
Per avvalorare la sua tesi egli cita gli interventi di Marcel
Mauss raccolti nel "Saggio sulla teoria generale della
magia" (1902), e gli studi approfonditi sul pensiero
selvaggio per opera di Levi-Strauss (1962).
Sul concetto di simbolo all'interno del pensiero selvaggio, Nathan
conduce la sua indagine confutando le teorie reperite su alcuni
testi (i cui autori non sono citati), riguardo all'ipotesi che i
Wolof vogliano agire sulla rappresentazione del padre avendola spostata
simbolicamente su quella dell'antenato, o che i Lari e i Bakongo
proiettino la loro aggressività inconscia sulla figura dello
stregone: l'autore sostiene che è il concetto stesso di simbolo
ad impedire il riconoscimento dei sistemi terapeutici non scientifici
come autentici sistemi di pensiero.
I farmaci dei bianchi
Per spiegare la complessità di sistemi cognitivi alternativi,
l'indagine nathaniana si sofferma come di consueto sulle conseguenze
dell'azione tecnica di tali sistemi, ma prima ancora non manca
di trattare, criticandoli duramente, l'utilizzo e la validità
dei "farmaci dei bianchi." Infatti, analizzandone
gli effetti sia in psicofarmacologia sia in psicoanalisi,
egli conclude che in entrambe le discipline - si tratti dell'intero
organo celebrale o più propriamente della psiche -
l'unico scopo di questi farmaci sarà di saldare il
sintomo alla persona, rendendo quest'ultima diversa rispetto
ai suoi simili. Il risultato è di confinare ogni altra
azione culturale nel caro concetto di credenza. In quest'ambito,
la documentazione inerente ad alcuni casi clinici, ha permesso
a Nathan di sviluppare l'idea secondo la quale "la psicopatologia
dovrebbe modificare la natura dei suoi rapporti con gli esseri
umani, attraverso una teoria più coerente e rispettosa
nei confronti dell'altro".
All'estremo opposto di questo sistema Nathan colloca il sistema
selvaggio, che opera con l'intento di dissociare la persona
dal sintomo tramite quello che lui chiama il principio d'attribuzione
all'invisibile. Egli sposta quindi la sua attenzione sul significato
che hanno determinati oggetti concettuali e sembra risultare
di carattere estremamente provocatorio l'affermazione secondo
cui la "preghiera" e subito dopo il "pollo"
(da sacrificare) sono i medicinali più utilizzati in
tutto il mondo nonostante il dilagare della medicina ufficiale.
Questa dichiarazione trova i suoi presupposti a partire dal
riferimento all'indagine di Marcel Mauss che, all'inizio del
'900 ha costruito il modello di quello che dovrebbe essere
un manuale di psicopatologia, indicando quali elementi principali,
la preghiera, il sacrificio, la magia e il dono. Nathan si
è servito in parte di questa ricerca per dimostrare
come non sia fondamentale il grado di verità delle
interpretazioni, bensì la conseguenza della loro messa
in atto. Egli porta l'esempio della concezione della morte
da parte degli africani, riprendendo in particolare alcuni
tratti dell'opera "La morte africana" di Louis-Vincent
Thomas (1973): questa popolazione attribuisce il novantacinque
percento delle morti alla malevolenza di un essere invisibile
e nei riti funerari il morto è interrogato affinché
dichiari chi è l'autore della sua scomparsa.
Molti sono gli episodi descritti in cui l'intervento d'azioni rituali
porta effetti corretti o comunque risolutivi; del resto la teoria
che l'autore sembra tener costantemente presente in tutta l'opera
è quella secondo cui se s'interroga l'invisibile, si finirà
sempre con l'attribuire al malato una nuova filiazione che legittimi
il suo ruolo. Tali filiazioni o appartenenze si unificano all'interno
di certe cerimonie per lo studio delle quali Nathan riconosce l'esistenza
di un enorme letteratura, soprattutto per quel che riguarda i rituali
di possessione, ma fa riferimento in modo specifico al testo di
Andràs Zempleni "Possessione e sacrificio" (1967)
in cui emerge maggiormente la validità tecnica di questi
rituali. Le modalità di affiliazione e di interrogazione
dell'invisibile costituiscono quindi i concetti fondamentali del
pensiero selvaggio in quanto non sono enunciati ma azioni che trovano
riscontro concreto nella realtà.
Stregoni
Nathan passa ad elencare gli esseri sovrannaturali, visibili
e invisibili che operano nei processi terapeutici tradizionali,
soffermandosi particolarmente sugli stregoni per natura: l'autore
li descrive come "esseri di apparenza banalmente umana
ma dotati di un organo invisibile di stregoneria (...), trasgressori
di tabù che commettono quasi sempre azioni malvagie".
La loro forza è l'intenzionalità. La presenza
di quest' "organo" rimanda ad una teoria che Nathan
riprende dalla concettualizzazione dell'universo della stregoneria
operato da Evans-Pritchard nel testo "Stregoneria, oracoli
e magia tra gli Azende" (1937). Le fonti inoltre forniscono
diverse confessioni di stregoni riguardo ai loro poteri e
in particolare è citata la narrazione raccolta da Geneviève
N'Kossou durante una ricerca sul campo. Tali riferimenti permettono
all'autore di individuare le capacità e l'influenza
che la stregoneria esercita sulle persone comuni, la cui reazione
è quella di tener conto dei sentimenti altrui non per
bontà d'animo ma perché "l'offesa arrecata
a uno stregone provocherebbe l'attivazione della sua sostanza
di stregoneria" (Nathan): questo sistema è definito
dall'autore un vincolo a pensare, e cioè considerare
l'alterità in un modo che non ha nulla a che vedere
con quei "sentimenti umani" che giustificano alcuni
comportamenti della cultura occidentale.
Oggetti attivi
L'ultimo aspetto analizzato da Nathan in questa seconda parte
riguarda gli oggetti attivi in uso nelle pratiche alternative.
Essi sono oggetti protettivi e apotropaici (preghiere, amuleti,
sacrifici), che disgiungono il sintomo dalla persona e costituiscono
il "grado zero" del medicamento: secondo l'autore,
infatti, il postulare l'esistenza di esseri non umani, è
una sorta di prevenzione o reorganizzazione della cura; egli
descrive le proprietà di questi oggetti, ampiamente
documentate nei dati raccolti in Africa e specialmente in
Costa d'Avorio, e nelle pagine finali si occupa anche del
potere della parola, riprendendo alcune concezioni - "parole
sacre", "parole all'inverso", "parole
scomposte" - da un manuale guida per migliaia di stregoni
francofoni delle Antille, della Rèunion, di Haiti e
dell'Africa.
Nelle conclusioni Nathan riassume gli esiti fondamentali della sua
indagine e si congeda dal suo interlocutore sostenendo che "l'unico
oggetto di una psicopatologia scientifica è la descrizione
più precisa possibile dei terapeuti e delle loro tecniche,
mai dei malati" Oggi Tobie Nathan ha cinquantadue anni. La
descrizione dell'uso delle fonti all'interno della sua indagine
potrebbe continuare all'infinito poiché si tratta di una
ricerca sperimentale che tutt'ora si sta compiendo e si avvia verso
nuovi sviluppi. Tuttavia egli sembra essere chiaro sull'intenzione
di tentare un nuovo approccio nella comprensione dell'altro, e di
strutturare un metodo di ricerca scientifica basato sull'analisi
oggettiva degli effetti "aggreganti" delle pratiche alternative
rispetto alle terapie proposte dalla medicina ufficiale.
LINK
Il Centro Georges Devereux:
http://www.ethnopsychiatrie.net/CGD.htm.
Tobie Nathan:
http://www.ethnopsychiatrie.net/TobieNathan.htm. |