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    M@gm@ vol.0 n.0 Ottobre-Dicembre 2002

    ANALISI QUALITATIVA, ANALISI COMPRENDENTE E ANALISI SEMIOTICA: QUALE COLLEGAMENTO?

    (Traduzione Orazio Maria Valastro)

    Martine Arino

    MARTINE.ARINO@wanado.fr
    Dottorato in Semiotica e Comnicazione diretto dal Professore Robert Marty, Università degli Studi di Perpignan, Francia.

    L'origine del postulato dell'interpretazione soggettiva nelle scienze sociali la ritroviamo in questa espressione, "io non posso comprendere un oggetto culturale senza riferirmi all'attività umana che lo ha prodotto." [1] Schutz ha avviato un percorso esplorativo della fenomenologia verso l'etnometodologia. "Schutz è stato riconsiderato in maniera molto personale da Garfinkel il quale approfondì il tema, allora poco sviluppato, della riflessività del senso comune, vale a dire della capacità degli agenti nel rendere conto essi stessi delle loro pratiche prima di qualsiasi altra pratica scientifica." [2] Ma è Garfinkel che con l'etnometodologia porterà a termine le riflessioni sull'origine sociale della conoscenza di Schutz. L'etnometodologia è d'altronde qualificata come "sociologia interpretativa" e questo la paragona istantaneamente alla semiotica di Charles Sanders Peirce, poiché la semiotica si indirizza verso colui che interpreta, l'interpretazione. La semiotica pone subito il rapporto del ricercatore al suo oggetto di studio, essendo lo stesso ricercatore un interprete.

    Le figure fondatrici dei metodi qualitativi diventeranno Georges Simmel, Georges Herbert e Mead. Essi si contrapporranno alla sociologia "positiva" che proponeva un attore interamente dominato dalla società, non possedendo alcun margine di libertà, il sociale è considerato come un a priori. "Ma il suo studio sulla razionalità indica che questo occupa implicitamente una posizione nelle sue analisi, le quali presuppongono che l'attore acquisisce una conoscenza valida del mondo esterno applicando dei criteri logico-empirici vicini all'approccio scientifico, attraverso un processo d'approssimazione successiva." Le caratteristiche di questo sapere sono gli elementi che determineranno l'analisi dell'azione sociale di Harold Garfinkel. Questo ricercatore è il fondatore dell'etnometodologia con "Studies in Ethnomethodologie" del 1967.

    L'etnometodologia non è, come potrebbe credere un neofita, una disciplina che applica agli studi etnici dei metodi particolari o un nuovo metodo. Etimologicamente l'etnometodologia significa il logos degli "etnometodi". La teoria (il logos) che ha per oggetto di studio gli "etnometodi", le procedure, i saperi e le conoscenze che i membri di un gruppo utilizzano per comunicare quotidianamente. Questo indirizzo di pensiero concepisce delle espressioni e dei concetti particolari, rendendo molto spesso difficilmente comprensibile il pensiero di Garfinkel ai non iniziati. Svilupperemo alcune di queste espressioni poiché queste hanno un'importanza capitale nel lavoro sul campo. Non bisogna considerarle in modo lineare come una giustapposizione di concetti ma piuttosto come un reticolo di connessioni.

    Noi dimostreremo che l'etnometodologo è un semiologo che s'ignora.

    Per realizzare una ricerca scientifica sulla società è consigliabile analizzare le interazioni quotidiane dei membri di una società. Il sociologo, contrariamente a Durkheim, non deve considerare i fatti sociali come delle cose. La realtà è d'altra parte costruita dalle interazioni degli attori, è un processo incompiuto di manifestazioni. L'istituzione non s'impone più agli individui attraverso le sue leggi ma è creata senza sosta dagli stessi individui attraverso le loro interazioni. L'oggetto di studio degli etnometodologi sarà la scoperta delle procedure che gli attori utilizzano per cogliere la realtà e la società, i mezzi con i quali le conoscenze sono prodotte rispetto all'oggetto studiato. Ogni individuo è capace di analizzare una situazione e di reagire di conseguenza perché essi "non sono degli idioti culturali", grazie ad una conoscenza comune di base che è a loro disposizione.

    Per questa ragione non c'è più separazione tra il sapere del sociologo, quello dell'etnologo, dell'erudito, e quello del non iniziato. Quale sarà quindi il compito del ricercatore? Dovrà cogliere "il ragionamento sociologico pratico", il significato emergente delle attività quotidiane attraverso le quali i membri di un gruppo gestiscono la loro comunicazione. Queste attività veicolano il loro significato in quanto "realizzazioni pratiche". L'approccio preconizzato è allora l'etnografia, con l'osservazione partecipante. Cogliere le pratiche sociali deriva essenzialmente da due principi: considerare, in primo luogo, tutte le pratiche come significative, anche quelle più banali. In secondo luogo, avere una coscienza semiotica più ampia in quanto attenta alla descrizione fatta dai membri dei fenomeni, poiché essi possiedono una conoscenza familiare e analitica. La comunicazione tra i membri si realizza dunque, per l'etnometodologo, per mezzo di tre caratteristiche: l'indicalità, la riflessività, la descrivibilità.

    Il collegamento tra comunicazione "telegrafica" e "orchestrale", l'evoluzione della nozione di comunicazione da una modalità all'altra, si trova riassunto in questi tre concetti. Lo stesso vale per l'evoluzione che rappresenta l'etnometodologia e la semiotica, rispetto alla sociologia tradizionale.

    1/ L'indicalità è una nozione derivata dal glossario che appartiene a C. S. Peirce, questa corrisponde ad una delle tre divisioni dei segni (icona, repertorio, simbolo). L'etnometodologia ha adottato questa nozione per rendere conto dell'esigenza che avverte nel comprendere gli scambi ed in particolare il linguaggio, indicizzando questi alle situazioni locali che li hanno prodotti. A questo proposito essi citano "questo", "qui", "adesso", "eccetera" ... , che si comprendono solo in un contesto e da parte di chi si esprime e condivide gli stessi significati, essendo quindi dotati di una conoscenza comune.

    Non ci stupisce perciò di trovare citato spesso il nome di Peirce nei lavori degli etnometodologi. Noi vedremo che è anche il caso per l'Analisi Istituzionale. In una tesi d'etnologia a Parigi VII [3], si poteva leggere: "Anche se rifiuta assolutamente di praticare delle attività d'interpretazione, Garfinkel non dice mai, in effetti, che il significato non esiste. Dice semplicemente che lo studio del significato sottostante ai segni non lo interessa perché è un'attività infinita e senza interesse scientifico (cioè a dire al di fuori dell'attività scientifica). Egli va in questo senso più lontano di Peirce affermando che non esiste significato oggettivo ma al contrario che il significato produce l'oggetto di una ricostruzione permanente durante degli scambi tra i membri di un gruppo, questo lo spinge a pensare che ci sia un'infinità potenziale di significati attribuibili ai segni, ogni persona, ogni gruppo può nel corso della sua attività pratica definirne e utilizzare di nuovi in maniera totalmente imprevedibile."

    Di conseguenza, "l'idea stessa di elencare e descrivere questi significati, nel quadro di una attività scientifica, è altrettanto illusoria come tentare di descrivere interamente il galoppo di tutti i cavalli passati, presenti e a venire, con una sola foto (o anche un solo film)". Questa problematica ci conduce in un vicolo cieco, dare luogo ad una metodologia della metodologia, "bisogna allora abdicare davanti a questa serie logica infinita generata dalla problematica dell'etnometodologia che si presenta negli stessi termini che il progetto di 'bagnare l'acqua' ... ". [4]

    La nozione di 'feedback'(o retroazione) nella comunicazione esprime il seguente concetto: qualsiasi effetto retro agisce sulla sua causa, una informazione emessa modifica lo stato del destinatario e rinviata al mittente, è essa stessa modificata e modificando contemporaneamente il mittente, divenuto destinatario, rinvia alla circolarità della comunicazione ed alla sua indicalità.

    2/ La riflessività: non bisogna comprenderla cogliendo solo il suo significato primario, essa significa al contrario una pratica che "va da sé" e la capacità à enunciarla. "La riflessività designa l'equivalenza tra descrivere e produrre un'interazione, tra comprensione ed espressione di questa comprensione ... ". [Per Garfinkel], la riflessività presuppone che "le attività per le quali i membri producono e gestiscono le situazioni della vita organizzata di tutti i giorni sono identiche alle procedure utilizzate per rendere queste situazioni descrivibili" [5]. Lapassade ci dà l'esempio seguente rispetto alla riflessività: "Quando io occupo il mio posto in fila in attesa dell'autobus, dimostro di aver compreso il codice sociale e contribuisco attivamente a farlo rispettare. La mia pratica fa dunque esistere il codice sociale." [6] Insomma, la riflessività è il frutto del rispetto cosciente di una regola nelle pratiche. La nozione di riflessività è l'essenza stessa del pragmatismo, la riflessività come metodo scientifico.

    3/ La descrivibilità (accountability) rivela che le pratiche sono restituibili, grazie a due caratteristiche principali, identificate da L. Quere e riprese da A. Coulon. Queste sono la riflessività, già sviluppata più sopra, e la razionalità, in quanto l'accountability, dice L. Quere, "è prodotta metodicamente in situazione ... , e le attività sono intelligibili." [7] E' così che essere donna nel caso di Agnese è una realizzazione pratica che forse si attualizza nel legame tra riflessività e descrivibilità. Garfinkel mostra che Agnese deve continuamente esibire ... i caratteri culturali della donna "normale". Questa produzione del suo essere donna è una realizzazione pratica continua, mai conclusa, in quanto non possiede un controllo ordinario della femminilità. Essa deve al contrario controllare continuamente le sue attitudini quando mangia, quando va alla spiaggia o quando dissimula la sua anatomia all'amica con la quale condivide il suo appartamento.

    Essa nostra così, secondo la formula di Simone De Beauvoir, "che non si nasce donna; si diviene". Si nasce in generale in un corpo di uomo o di donna, ma si deve in seguito culturalmente divenire un ragazzo o una ragazza e esibire nello stesso tempo all'esterno il carattere compiuto della mascolinità o della femminilità. L'accountability è qui l'esibizione della persona sessuale nelle attività condotte tutte i giorni. "E' la sua dichiarazione costantemente rinnovata mentre in generale questa è vissuta come naturale in quanto consuetudine." [8] Secondo i commenti di L. Quere, lo studio di questo caso rivela a Garfinkel che "essere uomo o essere donna, in quanto "fatto naturale della vita", costituisce una produzione socialmente gestita, un compimento pratico nei dettagli della vita quotidiana, una realizzazione ordinariamente seen but unnoticed ("vista senza prestarci veramente attenzione"). [9] La comunicazione orchestrata è una teoria dinamica.

    E' quello che fa dire a Robert Marty che l'etnometodologia studia: "la relazione triadica (nel senso che il terzo termine è l'unione degli altri due), tra concetto a priori di un oggetto, della realtà e degli accadimenti che interessano questo oggetto e la capacità di cogliere da parte di una coscienza od un gruppo di coscienze l'incorporazione della prima nella seconda. Poiché questo rendersi conto delle coscienze sono percepibili attraverso le descrizioni che i membri producono (...) il terzo termine è infatti un resoconto .... " [10] Questo ci dà una prima definizione di implicazione: la distanza tra l'oggetto di studio a priori e il resoconto del ricercatore, tra essere ed essere rappresentati.

    Questa triade [11] fondamentale prodotta dall'etnometodologia è la definizione di un fenomeno semiologico, "nel quale le realtà ed i fatti selezionati sono considerati globalmente come segni dell'oggetto, esso stesso una realtà che si presume determinarli, questa determinazione opera per mezzo di un concetto a priori dell'oggetto (che è per così dire "alloggiato" nell'oggetto tramite il processo cognitivo) e questo concetto è, come noi lo abbiamo visto, incorporato per mezzo del metodo negli esistenti e nei fatti. Il resoconto è allora l'interpretante del segno." [12]


    Quando il semiologo immagina lo studio di una disciplina diversa dalla semiotica, è semplicemente perché i ragionamenti all'interno del campo della disciplina possono essere sottoposti allo studio della logica. Così il semiologo mette in atto una nuova organizzazione fenomeno-logica, poco importa l'oggetto studiato, la metodologia resta invariabile. Tanto che diventa difficile classificare la semiotica all'interno degli attuali raggruppamenti di discipline.

    Ogni approccio in metodologia qualitativa si colloca all'interno di questa triade.

    * L'oggetto è una parte del reale.

    * La struttura è la modellazione, la costruzione di un modello da un insieme di enunciati legati tra loro da regole di deduzione. La costruzione di un modello è un lavoro di problematizzazione, di prerequisiti, di teorizzazione. Il ricercatore organizza l'oggetto, il reale, in una struttura logica (problematica, predicati, teoria).

    E' attraverso un ragionamento deduttivo che il ricercatore conduce il suo lavoro, come il matematico Jean Dieudonné scrive; "Un concatenamento di proposizioni disposte in modo tale che il lettore (o auditore) è costretto a considerare come vere ognuna di loro, appena ha ammesso la verità di quelle che la precedono" [13].

    Il ricercatore pone innanzi tutto degli assiomi, proposizioni indimostrabili e assolutamente evidenti. Enuncia dei teoremi per deduzione, arrivando a costruire un modello formale.

    * L'interpretazione è quindi la corrispondenza tra struttura vissuta (esperienza passata) e struttura pensata (esperienza presente). L'interprete cognitivo attribuisce la struttura all'oggetto, il ricercatore agisce sulla struttura e l'oggetto attraverso la sua esperienza passata e presente, egli è assimilato nel gioco della sémiosis. S'inscrive nel suo oggetto, lo interpreta, contratta con esso tutti i possibili significati.
    In questo senso, il semiologo agisce su di un universo doppiamente costruito:
    determinato dalla soggettività della costruzione distaccata dal reale ma mossa dalle sue rappresentazioni;
    determinato, d'altra parte, anche dal sistema della relazione dei segni.
    La corrispondenza tra struttura del reale e struttura pensata, prodotta dall'esperienza anteriore del soggetto, è il momento della conoscenza. Il ricercatore produce degli aggiustamenti tra questi due poli. E' nella coerenza di un "approccio costruttivista del significato" che si inserisce il compito del semiologo.

    E' importante sottolineare il fattore tempo, in effetti la realtà si trasforma senza fine, da cui la necessità di inscrivere il suo approccio nel tempo.

    L'interprete è caratterizzato dalla sua capacità cognitiva quando intrattiene con l'oggetto lo stesso tipo di relazione formale che intrattiene con la sua struttura. Vale a dire un pensiero riflettente, e dunque oggettivato Questo è possibile grazie al formalismo della teoria semiotica.
    Noi concluderemo con Robert Marty che le migliori garanzie sono [14]
    "1/ gli assiomi della teoria 2/ le regole della deduzione."


    NOTE

    [1] SCHÜTZ ALFRED, " Le chercheur et le quotidien ", Méridiens Klincksieck, 1987, Paris, p. 15.
    [2] HERAN FRANCOIS., " la seconde nature de l'habitus ", Revue française de sociologie, XXVIII, 3, juil.-sept. 1987, p. 410.
    [3] JEAN FRANÇOIS, " Ethnométhodologie et innovation technologique : Le cas du traitement automatique des langues naturelles ", thèse présentée en vue de l'obtention du diplôme de doctorat d' Ethnologie (sous la direction d'Yves Lecerf), Paris VII, Juin 1989, pp. 12-13.
    [4] ROBERT MARTY, " l'algèbre des signes ", p. 351.
    [5] COULON A, l'ethnométhodologie, 1992, p. 46.
    [6] LAPASSADE GEORGES, " L'ethonosociologie ", Paris, Méridiens, Klincksieck, 1991, p. 81.
    [7] COULON A, 1992, p. 38.
    [8] COULON A, 1992, p. 41.
    [9] COULON A, 1992, p. 41.
    [10] ROBERT MARTY, L'algèbre des signes, p. 353-354.
    [11] Une triade est la réunion de trois choses en une.
    [12] ROBERT MARTY, L'algèbre des signes, p. 355.
    [13] DIEUDONNE JEAN, Les méthodes axiomatiques modernes et les fondements des mathématiques in Les grands courants de la pensée mathématiques, Blanchard, 1962, p.543.
    [14] MARTY ROBERT, 1987, p. 342.


    BIBLIOGRAPHIE

    ARINO MARTINE, Dialectique des structures sociales objectives et structures mentales des agents sociaux dans l'appréhension du processus de construction du sens, Revue de sociologie " esprit critique ", http://www.espritcritique.org/0403/article3.html", mars 2002, Vol IV n°3.
    ARINO MARTINE Approche sémiotique des logiques implicationnelles du chercheur en sciences humaines, la revue communication des organisations, GREC/O sous la direction de Hugues Hotier, Bordeaux, 2001.
    ARINO MARTINE La sémiotique dans les pratiques de communication (sous la direction de R. Marty), Actes du 3ème Colloque Groupe de Recherche en Information et Communication (CRIC), l'Harmattan, 2001.
    ARINO MARTINE Les fondements de l'institution sociale, in les Cahiers de l'implication, Revue d'analyse institutionnelle, n°7, avril 03.
    COULON ALAIN, l'ethnométhodologie, PUF, Que sais- je ?, Paris, 1993.
    LAPASSADE GEORGES, L'ethonosociologie, Paris, Méridiens, Klincksieck, 1991.
    LOURAU RENE, l'analyse institutionnelle, Les éditions de Minuit, Coll. Arguments, Paris, 1970.
    MARTY CLAUDE et MARTY ROBERT, 99 réponses sur la Sémiotique, Réseau Académique de Montpellier, CRDP/CDDP, Montpellier, 1992.
    MARTY ROBERT, L'Algèbre des signes, Formalisation et extension de la sémiotique de C.S. Peirce, Thèse de Doctorat d'Etat, Université de Perpignan, 1987.
    SCHÜTZ ALFRED, Le chercheur et le quotidien, Méridiens Klincksieck, 1987, Paris.


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    M@gm@ ISSN 1721-9809
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