Una premessa necessaria: quest'articolo chiaramente non ha la pretesa
d'essere esaustivo nella trattazione del tema "memoria e conoscenza";
si propone piuttosto di introdurre l'argomento, aiutandosi con alcune
interviste ad attori sociali che per mestiere riflettono ed elaborano
delle rappresentazioni su tale tema.
Al giorno d'oggi chi manipola informazioni e chi si occupa a vario
titolo di conoscenza e formazione sa bene che negli ultimi cinquant'anni
è stata compiuta una vera e propria rivoluzione nel campo
della trasmissione e ritenzione delle conoscenze. Le nuove tecnologie,
ma anche gli enormi progressi in ogni settore delle scienze hanno
accelerato il processo di invecchiamento delle idee. Sebbene si
dica che ormai "tutto è già stato detto",
mai come in questo periodo c'è la rincorsa a nuove teorie,
discorsi inusitati, risultati strabilianti, nel nome del progresso,
che sembra inarrestabile e francamente a molti "fuori controllo".
Come cambia dunque l' "accumulo" di informazioni, conoscenza
e competenze? La parola accumulo fa di per sé pensare ad
un lento sovrapporsi di conoscenze; infatti il termine significa
insieme di cose accumulate, disposte l'una sull'altra; mucchio.
La voce latina cumulum proviene dalla radice indoeuropea Tewe la
stessa che compone il termine tumulo, tutela, tutto. Il termine
tutto (latino tutus) nel significato originario è connesso
a ciò che è arrivato a maturità, perfettamente
integro, senza menomazioni; è associato alla totalità
sociale e al c??=?
?oncetto di città. Potremmo dire che l'accumulo
dunque si configura come totalità, integrità e perfezione
nell'immaginario collettivo antico.
Nel mondo postmoderno tutto cambia: le conoscenze non si sedimentano,
ma si sovrappongono, elidendosi le une con le altre. Non esiste
la conoscenza perfetta, integra, accumulata; le conoscenze di ieri
sono erose dalle conoscenze di oggi ed è chiaro a tutti che
le conoscenze di domani saranno molto diverse dalle pregresse. Ciò
è implicito nelle pratiche e nei discorsi degli esperti di
ICT (Information and Communication Technology) ma anche di biotecnologie
e altri settori di punta della ricerca mondiale.
Sul versante umanistico pedagogisti, esperti di didattica, cognitivisti
e epistemologi sono impegnati da alcuni anni a cercare di comprendere
l'attuale fenomeno che coinvolge la cosiddetta società della
conoscenza, le agenzie di formazione, il mondo del lavoro. Ormai
si parla dichiaratamente di educazione permanente (lifelong training)
proprio a significare il processo infinito di apprendimento cui
sono sottoposte molte categorie di lavoratori, soprattutto appartenenti
al Terziario, fabbrica dell'immateriale "società dell'informazione
e della conoscenza".
"Fino alla seconda metà del Novecento una persona trasmetteva
il sapere che aveva acquisito durante la sua esistenza ai propri
figli in modo pressoché invariato...il sapere era trasmesso
per via generazionale. Oggi questo schema è ribaltato, non
solo le conoscenze variano ad una velocità che non ha eguali,
ma è necessario riconvertire i nostri saperi per sopravvivere
alla situazione di vita contingente. Le conoscenze hanno un ciclo
di vita sempre più breve" [Tartoni 2001: 64].
Indubbiamente la crisi attuale investe i contenuti della conoscenza
in se stessa, oltre che i modi per conseguirla, e con essa l'identità
individuale e collettiva, che si basa proprio su saperi e pratiche
condivise all'interno di un certo gruppo sociale. Infatti con la
crisi della modernità e l'avvento della postmodernità
abbiamo assistito al passaggio dalle "grandi narrazioni"
alle "piccole storie". Per l'antropologo Clifford Geertz:
"Dal punto di vista del postmoderno, la ricerca di modelli
globali va abbandonata in quanto relitto di un'aspirazione antiquata
a ciò che è eterno, vero, essenziale, assoluto. Passato
il tempo delle grandi narrazioni su "identità",
"tradizione", "cultura", e così via,
ora non esisterebbero che eventi, persone e formule fugaci, incapaci
di armonizzare gli uni con gli altri" [Geertz 1999: 18].
E come efficacemente sostenuto dal sociologo polacco Zygmunt
Bauman "se il medium...messaggio della modernità
era la macchina fotografica -pensiamo agli album di famiglia
che s'ingrossano implacabilmente, documentando pagina dopo
pagina ingiallita il lento aumentare di eventi che portano
all'identità- ...in ultima analisi il medium della
postmodernità è il videotape cancellabile e
riutilizzabile, pensato per non trattenere le cose per sempre..."
[Bauman 1999: 27-28].
L'accumulo di informazioni nella nostra mente ritengo assomigli
maggiormente al processo di un videotape che "fa spazio agi
avvenimenti di oggi unicamente a condizione che quelli di ieri siano
cancellati" [Baurman ibidem]; l'overload di informazioni è
dovuto alle dimensioni ormai planetarie del mondo delle informazioni,
ma anche alle esigenze di continuo aggiornamento delle informazioni
in nostro possesso per muoverci a nostro agio nel mondo di tutti
giorni e nel mercato del lavoro.
La memoria umana non regge al confronto con la massa di informazioni
che ogni giorno è incamerata da ciascuno di noi nell'interazione
quotidiana con gli altri, ma soprattutto attraverso i media. La
memoria umana infatti è un processo limitato e temporale
di immagazzinamento e rievocazione di ciò che è stato
appreso sotto forme diverse; la memoria senso-motoria, la memoria
sociale e infine la memoria autistica, tipica degli stati onirici
o disturbati sono dunque tre le qualità di memoria principali.
La memoria è soprattutto sociale e culturale in quanto
generata e trasmessa dalla collettività per la gestione
del patrimonio culturale. L'antropologo André Leroi-Gouhan
chiama questa memoria, ossia il patrimonio di conoscenze e
competenze condivise, "memoria collettiva" e suddivide
la storia della memoria collettiva in cinque periodi: della
trasmissione orale, della trasmissione scritta mediante tavole
e indici, delle semplici schede, della meccanografia e infine
della classificazione elettronica. Già nel XIX secolo
la memoria sociale aveva raggiunto dimensioni enormi, impraticabili
per la singola persona;
"La memoria collettiva ha raggiunto...un volume tale che si
è reso impossibile esigere dalla memoria individuale di recepire
il contenuto delle biblioteche; è parso necessario organizzare
il pensiero inerte racchiuso nel cervello stampato della collettività"
[Leroi-Gourhan 1977: 309].
A questa memoria esteriorizzata di cui parla Leroi-Gourhan è
affidata la memoria collettiva e in parte la memoria individuale,
come nei personal media (videocamere digitali, agende elettroniche
ecc.); la memoria viene così potenziata ma al tempo stesso
sfugge al controllo dell'uomo, conservata nelle macchine. Leroi-Gourhan
riteneva che, in un prossimo futuro, sarebbero nate macchine superiori
al cervello umano nelle operazioni affidate alla memoria e al giudizio
razionale; rifiutare tale ipotesi equivaleva a porsi nella situazione
di un rapsodo omerico che avesse rifiutato la scrittura come un
procedimento di memorizzazione senza futuro [Leroi- Gourhan ibidem].
Il passaggio dalla civiltà orale alla civiltà
scritta ha trovato un'illustre resistenza, come ci ricorda
anche Walter Ong, anche nella persona dello stesso Platone;
oggi il passaggio dalla civiltà analogica a quella
digitale pone interrogativi importanti, sul futuro della comunicazione
e della conoscenza. Questa rivoluzione, in senso digitale,
è partita dall'Occidente, a suo tempo culla della diffusione
della civiltà della scrittura, e ciò non è
casuale.
L'Europa è stata fuor di dubbio la prima civiltà "che
abbia generalizzato l'uso e l'insegnamento della scrittura"
[Aymard 2001]. Ciò ha fatto sì che l'Europa (il mondo
occidentale potremmo dire) sia diventata nel corso dell'ultimo mezzo
millennio la "civiltà del testo stampato e dell'educazione"
prima, una civiltà della conoscenza poi e infine una "civiltà
dell'informazione". E tale primato permane, almeno nella retorica
e nelle narrative del senso comune.
Ritenzione e oblio sono i due poli della nostra memoria che l'invenzione
della scrittura e via via degli altri dispositivi mediatici (stampa,
fotografia, filmato) hanno modificato nelle loro dinamiche. Infatti
la scrittura in quanto memoria esteriorizzata permette un'enorme
espansione della facoltà di riprendere gli atti comunicativi
e le informazioni memorizzate in precedenza; nello stesso tempo
d'altro canto conduce ad un'atrofizzazione delle capacità
mnemoniche naturali; come ci ricorda Assmann: "Con l'esteriorizzazione
del senso, si schiude una dialettica del tutto diversa: alle forme
nuove, positive della ritenzione e della ripresa anche a distanza
di millenni, corrispondono in negativo le forme dell'oblio mediante
l'archiviazione e quelle della rimozione mediante la manipolazioni,
la censura, la distruzione, la riscrittura e la sostituzione"
[Assmann 1997: XIX].
E' proprio di rimozione ciò di cui stiamo ragionando:
non è più tempo per gli "album di famiglia",
dove chi svolgeva una certa professione accumulava le tessere
del sapere nel tempo, che componevano un quadro d'insieme
coerente e coeso, frutto di decennali esperienze. Oggi le
conoscenze, le competenze e le abilità vengono rimaneggiate,
quando non costruite ex novo nell'arco di pochi anni. Certe
professioni, legate a filo doppio alle tecnologie (ma quali
professioni ne sono slegate oramai?) costringono ad un aggiornamento
costante della memoria culturale, che spesso richiede persino
l'azzeramento delle conoscenze pregresse e l'apprendimento
di nuove expertise. Chi pilota un aereo di linea, chi lavora
nel campo delle biotecnologie, chi progetta software o hardware
è sottoposto a questo modus operandi.
A tale proposito ho condotto una breve ricerca attraverso alcune
interviste a persone che a mio parere svolgono professioni "esemplari"
in quanto a long life training e tecnica del videotape. Tra di esse
ho scelto di riportare stralci dell'intervista ad un matematico
che lavora in un centro di ricerca, ad un pilota italiano di aerei
civili, che lavora per una compagnia di bandiera italiana, ad una
docente di Lettere di Liceo e infine ad un antropologo che collabora
con alcune ONG nell'ambito dell'antropologia dello sviluppo.
"La sensazione che provo quando inizio un nuovo progetto
è il "vuoto". Devo farmi delle competenze,
velocemente, su un dato argomento: c'è da leggere la
letteratura scientifica e capire cosa fanno gli altri nel
resto del mondo. Navigo su Internet e vedo che cosa c'è
in giro. Per ogni progetto importante devi pensare ad un canale
di finanziamento (essenziale se lavori nel settore privato),
individuare con precisione gli obiettivi e i tempi del lavoro
coordinandosi con i tuoi colleghi, di solito lontani geograficamente,
e infine studiare, a volte daccapo, un problema, un algoritmo,
l'implementazione informatica di un'idea sulla carta. Quello
che ho studiato all'Università mi è servito
a poco, è stato il lavoro a insegnarmi quel che so.
Il mio mestiere è legato alla tecnologia informatica,
con cui risolvo le equazioni. Lavoro con carta e penna ma
più spesso con un computer. Cosa saprei fare senza
il computer? A volte me lo chiedo. Tra i matematici ci sono
i puristi che usano solo carta e penna, ma quasi tutti utilizzano
l'informatica, specialmente tra i giovani. Costruiamo modelli
di realtà, con sempre maggiore precisione: dobbiamo
perciò aggiornare continuamente i nostri strumenti
di analisi. A volte mi accorgo che la mia mente mette in atto
un processo spontaneo di "formattazione": fa piazza
pulita di (vecchi?) dati per consentire l'immagazzinamento
di nuova informazione. Credo che l'overload di informazione
e la difficoltà di concentrazione continuativa su un
singolo problema siano tra i maggiori problemi di chi fa questo
lavoro oggi. Dopo un po' di anni di formattazione del cervello
o hai fatto carriera e hai persone che "pensano"
al tuo posto o sei fuori dal mercato o sei fuori di testa".
[R., esperto di scientific computing, 33 anni.]
"Vede questo librone? È l'ultimo aggiornamento
che ci ha dato la Compagnia, in realtà occorre rivedere
tutto quello che abbiamo imparato finora, cancellando vecchie
cose che non ci servono più; e stia attenta che le
vecchie cose sono di pochi anni fa, ma sugli aerei, e a terra,
le cose cambiano in continuazione, senza sosta, e noi dobbiamo
seguire e tenerci aggiornati. Io ho fatto il pilota della
Marina, poi sono entrato qui perché a 27 anni si è
vecchi per volare in Marina: occorrono riflessi pronti e testa
sgombra, a 30 anni si va a terra, a fare lavoro d'ufficio.
Ma a me piace volare, e allora sono entrato nella Compagnia
***. Anche qui le cose sono veloci a cambiare, e occorre stare
dietro agli apparecchi, ai congegni, a tutto. Questo librone
lo devo leggere in pochi giorni e imparare tutto quello che
c'è scritto. Devo cancellare quello che sapevo, che
a volte mi confonde invece di aiutarmi. Non si smette mai
di imparare, neppure a 37 anni, come me".
[G., pilota di linea, 37 anni.]
Anche gli umanisti non si sottraggono a tale processo: le
nuove tecnologie hanno offerto loro nuovi mezzi espressivi
(video digitali, arte elettronica), settori di ricerca (il
territorio quasi vergine del cyberspazio), ma costituiscono
anche una sfida continua. Informarsi e formarsi per un umanista
significa far fronte all'enorme massa di informazioni disponibili
in rete, su qualsiasi argomento, anche quello più di
"nicchia", al crescente numero di libri editi, anche
grazie alle tecnologie del print on demand, della pubblicazione
on line, e all'indubbia maggiore circolazione e diffusione
di cultura in senso lato.
La rete in questo senso non ha fatto altro che materializzare un
sogno (o un incubo) antico, quello della biblioteca totale e totalizzante,
dell'enciclopedia umanistica, dove l'idea del cerchio insita nella
parola en-ciclo-pedia (sapere circolare), è simbolo di infinito
e di somma perfezione. Le narrative più comuni sui new media
di solito promettono l'accesso a tutte le informazioni, mentre in
realtà le cose stanno diversamente. Data la quantità
dell'informazione "potenzialmente" disponibile nessuno
avere il controllo e l'accesso alla totalità delle informazioni
presenti:
"All'inizio la rete mi piaceva. Trovavo tutto quel che cercavo
e mi dava una bella sensazione, di possedere la conoscenza. Noi
vogliamo sapere tutto, da sempre, e l'uomo è spinto dal desiderio
di conoscenza. Io desidero tenermi aggiornata su quel che insegno,
e Internet qualche anno mi appagava, ora invece mi mette in ansia.
Internet mi ricorda quel verso dell'Inferno che recita: "Nati
con foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza"
dove Ulisse naufraga. Il navigatore oggi è come Ulisse, può
naufragare da un momento all'altro. A furia di navigare mi gira
la testa, non trovo quel che cerco, c'è troppa ricchezza
di informazione. E allora naufrago, spengo tutto e mi faccio il
caffè".
[A., docente, 46 anni.]
Internet è la montagna del Purgatorio nei pressi della
quale affonda la nave di Ulisse e dove perisce con i suoi
compagni? "Gli scaffali del World Wide Web sono unici
perché non hanno confine" è lo slogan di
Jeff Bezos, fondatore della libreria virtuale Amazon.com.
E' un sogno che si avvera o un incubo che si materializza?
Il nodo gordiano per chi per professione manipola informazioni
e conoscenze è tra l'accettare una progressiva perdita
della visione di insieme e la necessità di specializzarsi
in misura sempre crescente o cercare faticosamente di costruire
una cornice di conoscenze in cui collocare le nuove informazioni
che via via s'immagazzinano nell'arco di tutta una vita professionale.
Per molti specialisti la seconda strada è ormai impraticabile;
tra di essi si colloca Pierre Lévy che afferma "Se si
resta con la nostalgia di una cultura ben costituita, organica,
con la nostalgia di una totalità culturale, non se n'esce.
La conoscenza e la cultura è qualcosa che si sta definitivamente
detotalizzando. Vi dicono: potrete avere accesso a tutte le informazioni,
alla totalità delle informazioni, ma è proprio il
contrario: adesso sapete che non avrete mai accesso alla totalità".
Quando si fa una ricerca in Rete attraverso un motore di ricerca
o si legge la posta elettronica, potete stare sicuri che ad
ogni reload del browser lo scenario di Internet è cambiato.
Sono arrivati nuovi messaggi e nuovi siti sono stati aggiunti
alle banche dati dei motori. La rete è in continua
espansione, secondo dopo secondo. Internet ha contribuito
alla contrazione delle nostre coordinate fondamentali spazio/tempo.
Il mondo è sempre più piccolo e più veloce,
riusciremo a stargli al passo? e Leopardi fosse stato nostro
contemporaneo non gli sarebbero bastati i famosi "sette
anni di studio matto e disperatissimo" per leggere tutti
i volumi della biblioteca paterna: avrebbe avuto Internet
da consultare, l'impianto satellitare e una quantità
di libri editi ogni anno da leggere centuplicata rispetto
al numero di libri editi nell'800.
"Oggi misuriamo le nostre conoscenze a chili. Un etto
di Bourdieu, un etto di Geertz, un etto di Marcus, tre etti
di pensatori francesi, mezzo chilo di antropologi indigeni,
un pizzico di Gramsci e il gioco è fatto. Citiamo i
nomi che secondo la tribù degli antropologi vanno di
moda per essere accettati, per appartenenza [...]. Leggiamo
le novità editoriali per essere autorevoli nell'Accademia
e negli altri luoghi di produzione della cultura di élite,
quale appunto quella socio-antropologica. Ma oggi vengono
pubblicati una quantità di libri incredibilmente elevata.
Io scelgo i libri degli autori che mi convincono di più,
ma opero una scelta drastica: non posso leggere tutto. Leggo
e dimentico quello che avevo letto appena due anni prima.
Ricordo solo le cose che mi servono, mi dico, ma a quale prezzo?
Chi ricorda i classici? Oggi leggiamo solo le ultime novità,
in inglese. La terminologia a la page è in inglese.
Vorrei occuparmi di molti temi, ma alla fine riesco a svilupparne
a malapena uno. E in ciò io vedo una perdita, non un
guadagno, sia personale sia per la disciplina. Da quando ci
hanno spiegato che le cose sono terribilmente complicate ciascuno
di noi si è ritagliato un ambito molto circoscritto,
all'interno del quale si sente al sicuro. Ma chi guarda i
fenomeni, le dinamiche globali nel loro insieme? Solo pochi
grandi "vecchi" della disciplina hanno la forza
e il coraggio di parlare di grandi temi come quello della
globalizzazione, dello sviluppo sostenibile, dell'ecocidio,
delle nuove e vecchie povertà. Dopo di loro il diluvio.
Rimarremo noi formichine, a trattare di piccole cose per riviste
che nessuno legge, in convegni a cui nessuno va".
[M., 50 anni, antropologo.]
Dalle interviste che ho condotto credo traspaia chiaramente
il timore di ignorare, e la fatica dell'aggiornamento quotidiano
delle proprie conoscenze e competenze. Le nuove tecnologie
mettono in luce l'estrema finitezza delle conoscenze della
persona e la precarietà delle sue conquiste intellettuali,
pronte ad essere scalzate dalle idee e dalle acquisizioni
del futuro, in ogni campo del sapere. E' avvenuto il sorpasso
della tecnologia sulla scienza; Giuseppe O. Longo afferma
a tale proposito che la tecnologia, soprattutto se legata
all'elaborazione e alla trasmissione dell'informazione, si
sviluppa in modo così rapido e tumultuoso che la teoria
non riesce più a starle dietro "infatti la velocità
e la complessità della tecnologia impediscono spesso
alla scienza di tracciarne un quadro esplicativo coerente
e completo e di fornire risposte certe ai problemi applicativi:
che cosa accadrà se userò la tal medicina, se
devierò il corso di questo fiume, se modificherò
il corredo genetico di questa specie?"
Lo stile di acquisizione delle conoscenze e dello sviluppo
di competenze adeguate dell'album di foto non riesce a stare
dietro a tale sviluppo "rapido e tumultuoso"; il
videotape, con la sua capacità di riscrivere infinite
volte o quasi sulla stessa traccia, il nostro cervello, invece
soddisfa i bisogni attuali dell'uomo. Ma a quale prezzo? La
perdita della memoria culturale, della prospettiva storica:
allora la nascita dell'homo technologicus soppianterebbe quella
dell'homo sapiens sempre secondo Longo. La memoria è
ormai fuori di noi: dovendo aggiornare periodicamente le nostre
acquisizioni intellettuali abbiamo dovuto trasferire la sempre
più "pesante" memoria personale e collettiva
in Internet e negli altri dispositivi (videocassette, PC ecc.)
elettronici a nostra disposizione. Ciò che non verrà
digitalizzato sarà dimenticato. Anche gli errori del
passato, le false piste, le teorie errate, verrebbero cancellate
attraverso la "formattazione" della mente, tanto
per riprendere il linguaggio informatico. Solo le memorie
elettroniche potrebbero testimoniare la genesi pasticciata
di un'idea, l'evoluzione di pensiero di un politico, di uno
scienziato, gli errori umani di valutazione di un periodo
storico, di un concetto. Ma qualcuno le leggerà? Se
si affievolisse il concetto di memoria storica, non rischierebbe
di scomparire l'idea stessa di "metamemoria", ossia
la ricerca e il ricordo della memoria sulla Rete e negli altri
dispositivi elettronici di archiviazione dei dati?
Alejandro Baer sostiene che i nuovi media salveranno il ricordo,
e si sofferma su alcuni siti web e altri dispositivi mediatici (come
i musei hightech) che sono centrati sull'Olocausto. Egli afferma
che "The massive presence of media products, the variety of
genres, styles and interpretations of the past, might be creating
a richer understanding history and collective memory and a more
reflective and self-conscious historical subject."
[Baer 2001: 500.]
Resta da vedere quanti utenti cercano su Internet il termine olocausto
sui motori di ricerca e quale sia l'utenza dei musei storici. Credo
che il numero dei visitatori sia molto inferiore alle aspettative.
Un presente troppo ingombrante, in termini di mole di informazioni,
spesso strillate e stereotipate, amplificate a dismisura da mass
media volgari, cancella la memoria del passato. Si è cercato
di connettere la memoria di pratiche e di discorsi concretizzate
in conoscenze e competenze indispensabili per orientarsi nella vita
professionale alla memoria individuale e collettiva del nostro passato
tout court, un tempo base di ogni futura esperienza e conoscenza.
Qualcosa sicuramente è cambiato e sta cambiando e l'amnesia
sociale del mondo occidentale dovrebbe condurci a riflettere sui
significati profondi di tale cambiamenti nella vita di ciascuno
di noi.
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